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Se ogni cosa è nominata e scritta non sarà più perduta

09 Mar

Reading of Book (1930's), Alexandra belcova

Ho scritto nella poesia “La cura”: Ero senza  differenze/con i margini ancora teneri/poi un’increspatura/come un ispessimento di argine/così la viva densità della parola.

Dentro la passione di diventare me stessa la parola è stato lo spazio corporeo che ho abitato con maggiore libertà ed anche il luogo dove ho potuto trovare un’unità tra sentire e pensare, altrimenti interrotta e spezzata – nella mia formazione classica –  da una tradizione filosofica che ha identificato il corpo con qualcosa  di deperibile ed inferiore in opposizione al Logos eterno e puro.

La scrittura dunque per riunire quello che era stato diviso.

Il mio processo d’identità come donna è stato molto contraddittorio, come stretto tra due forze contrapposte: opposti i desideri, opposte le volontà, quella del passato con i suoi fantasmi e quella del nuovo con la sua fragilità. A fare da “spola tra le correnti dell’io”, (come mi scrive la poeta Annamaria Farabbi), un gatto di nome Ugo, un gatto di mare, un gatto del Salento dove cominciano le mie radici. Ho deciso  di raccontare ad un gatto cose così importanti della mia vita per la sua libertà mentale: gli umani spesso sono troppo intrappolati dai loro pregiudizi e dalla loro stessa cultura. Un gatto come alleato psichico, come forza spirituale, simbolica e vivente connessa con l’universale e  l’interiorità femminile. Un gatto come iniziatore alla scrittura.  Ma ci vuole anche un’autorizzazione a scrivere ed io l’ho ricevuta grazie ad una genealogia di madri simboliche (amiche, sorelle, insegnanti, poete, filosofe come Maria Zambrano, Luisa Muraro…,scrittrici come Etty Hillesum, Virginia Woolf..), è da loro che ho tratto forza e consapevolezza.

La  mia esigenza profonda era quella di individuare un immaginario simbolico femminile cui fare riferimento, in cui muovermi con agio senza le frammentazioni e le moderazioni  cui mi aveva sottoposto lo sguardo maschile. Perchè poi come scrive Virginia Woolf, ad una donna per poter scrivere e superare il disprezzo ed il ridicolo degli” uomini colti” è necessaria una “tradizione” dietro di sé di altre donne che hanno scritto.

E così con l’emergere del “materno” è ritornata la fiducia ed è riaffiorata l’emozione ancora più vivida con la poesia.

Posso dire che nella poesia “capisco con il corpo”.

La poesia è qualcosa di talmente vivo che il corpo non vi si può sottrarre: basta pensare al respiro che è proprio il nostro, che  rimane impresso con le pause e la punteggiatura nei versi e che si libera di nuovo ogni volta che li si legge. Quindi per me molte sono le tracce corporee presenti rispetto alla prosa. La poesia è  un esercizio di identità dove posso oltrepassare i confini del dover essere.

Nessuna paura di debordare. Qui l’eccesso che sembra uno specifico femminile è dicibile, e la questione della dicibilità mi sembra fondamentale nella costruzione di un proprio percorso d’identità, anche perché se le emozioni non vengono narrate in pensieri descrivibili diventano sintomi nel corpo, così come tutta la  sovrabbondanza “colpevole” di desideri e bisogni che provo se non la riverso nella scrittura diventa eccesso sul corpo cioè autolesionismo.

Poesia anche  come spazio vitale, una sorta di luogo personale dove conservare dentro di sé lo spazio di un’attesa di immagini, pensieri…  Attesa che l’”altro”, (come dice Zambrano), venga alla nostra presenza in sua fedeltà e ci dica come vuole farsi conoscere, quindi dove praticare una ragione materna che accoglie e non si appropria.

In particolare, nell’autorappresentazione al femminile, la poesia mi sembra il luogo dove in modo dirompente si possono liberare immagini e metafore con conseguenze molto concrete.

Pensare per immagini può infatti spezzare quelle profezie auto-determinantesi legate ad una lingua sessista e nutrire un simbolico altro.

Il pensare per immagini può portare cambiamenti  di percezione di se stessi, degli altri e della realtà.

Ed è grazie all’espressione di questo potenziale metaforico che il linguaggio – per me la poesia –  può rappresentare una possibilità di evoluzione per tutti ed in particolare per noi donne.

Nicoletta Nuzzo

immagine di  Alexandra Belcova, Reading of Book

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