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Autoreclusione femminile e scrittura

19 Mar

Bud (2004), Olga Akasi“Stanza di scrittura. Penso che molte scrittrici non avrebbero potuto scrivere i loro libri se non avessero avuto nel loro cuore una stanza. Un luogo segreto al di fuori degli sguardi di tutti che permettesse loro solitudine, concentrazione ma soprattutto l’emozione profonda di un corpo libero e di una mente libera.  Senza limiti. Forse senza quella stanza non solo non ci sarebbero stati libri ma neanche sarebbero germinati semi diversi per vite di donne diverse.” Così scrivevo in un racconto dal titolo “La Stanza di Virginia”.

E a quella “stanza di scrittura”, sotterrata ma ritrovata da ogni scrittrice, pensavo camminando per Perugia dopo la presentazione del libro “Sorelle di Saffo, sorelle di Shakespeare” (curatrici U. Treder, J. Reinhardt, Morlacchi 2012). I saggi di questo volume collettaneo trattano delle difficoltà di affermarsi, ma anche della grande originalità di scrittrici nel campo della poesia, della prosa e del teatro in un arco di tempo che va dalla Grecia di Saffo alla Roma antica, dal Cinquecento francese al Seicento spagnolo, dal Settecento inglese all’Otto e Novecento tedesco e americano.

In tutto il percorso dei  saggi letterari vive  la forza delle Sorelle di Saffo (le donne che scrivono) ma anche l’ombra custodita e struggente delle Sorelle di Shakespeare che sono le donne impossibilitate a scrivere.

E’ Virginia Woolf che si chiede “che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella, meravigliosamente dotata”. Judith – così si chiama questa sorella immaginaria – anziché andare a scuola, sarebbe rimasta a casa a fare le cose consone al suo sesso e appena avesse preso un libro in mano, dopo qualche pagina “sarebbero arrivati i genitori e le avrebbero detto di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina, e di non perdere tempo tra libri e carte”. Come il fratello si sentiva attratta dal teatro e per questo sarebbe fuggita di casa a diciassette anni diretta a Londra, ma “Nessuno le avrebbe insegnato a recitare”, e non solo, non avrebbe potuto mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. Alla fine l’impresario del teatro ne avrebbe fatto la sua amante e così “Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto – chi può misurare il fervore e la violenza nel cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero ed intrappolato nel corpo di una donna?- si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle”.

E conclude: “Così sarebbe andata la storia se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare”.

Ma si possono separare queste sorelle? Non hanno forse l’empatia delle sorelle gemelle?

Non si  scrive anche per risarcire Judith della ferita inferta al suo talento?

Quella “stanza di scrittura” divenne l’unica dimora e tutto il mondo possibile per la poetessa  Emily Dickinson che, a metà dell’800 quando aveva  venticinque anni, decise, dopo un breve viaggio a Washington, di estraniarsi dal mondo e si rinchiuse nella propria camera al piano superiore della casa natale e non uscì di lì neanche il giorno della morte dei suoi genitori. Al momento della sua morte la sorella scoprì nella camera di Emily 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo contenuti tutti in un raccoglitore.

Mi chiedo perché ancora oggi in cui posso disporre di una stanza tutta per me io senta il bisogno di rifugiarmi in luoghi segreti e piccolissimi fosse anche la penombra del cuscino prima di addormentarmi… diffidenza e bisogno di proteggere qualcosa da sempre minacciato e interrotto?

La coazione a ripetere di una prigioniera che continua anche da libera a vivere dentro un confine invisibile?

La scrittrice austriaca Marlen Haushofer nel suo romanzo “La parete”  immaginò di trovarsi isolata da tutto e da tutti da una misteriosa parete trasparente che durante la notte era sorta  intorno alla casa, una parete che la separava dal resto del mondo ma all’interno di quella barriera poté concentrarsi di più su se stessa e rinnovare così la consapevolezza di sé. E’ ancora necessaria questa barriera per ripensarsi o è un sintomo che non riusciamo a lasciare andare? E poi è ancora necessaria l’autoreclusione seppure simbolica dentro ad un rituale, un’abitudine, una nevrosi… per scrivere?

Nicoletta Nuzzo

immagine di  Olga Akasi, Bud (2004)

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4 commenti

Pubblicato da su 19/03/2013 in incontri, scrittura

 

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4 risposte a “Autoreclusione femminile e scrittura

  1. Simonetta Verni

    20/03/2013 at 20:31

    La mia personale esperienza vede una me dai 14 ai 27 anni di eta’, alla ricerca dell’angolo in cui chiudersi per scrivere ma anche per non farsi trovare. Era quello il tempo della me soffocata dagli eventi, eventi che creavano paure e stasi, incapace di dare forma ad aneliti di vita provenienti da dentro che non riuscivo a far volare.
    Lo spazio chiuso e lontano dal mondo. Li scrivevo e pensavo, studiavo e sognavo, soffrivo e cercavo ancora e ancora di soffrire. Porre rimedio alla richiesta di vita attraverso il protrarsi delle sofferenze.
    Ad un certo punto la richiesta di vita che arrivava dall’interno ha riuscito a prendere forma, io sono riuscita. a trovare piu’ di una forma su cui incanalarla. Ed e’ subito cambiato anche lo spazio necessario per scrivere e sognare. La stanza c’e’ ancora ma oggi non la utilizzo per la scrittura. Non sono ancora tornata li’ a scrivere anche se li’ tornero’ pur con altre consapevolezze.
    L’incanalare la sofferenza interiore i
    dandogli forma e liberta’, spazi e prospettive fa si che la sofferenza non sia piu’ tale. La vita ha preso il sopravvento sugli eventi.
    La scrittura oggi e’ vissuta come bellezza totale e liberta’ di esprimere il bello, l’amore, la gioia. Non solo. e soltanto la sofferenza.
    Simonetta

     
    • nicolettanuzzo2013

      21/03/2013 at 14:40

      Cara Simonetta, dici di “un angolo in cui chiudersi per scrivere ma anche per non farsi trovare” e mi fai pensare ai gatti che quando stanno male si allontanano alla ricerca di un posto tutto loro lontano dagli sguardi…penso che anche per noi umani avere una stanza tutta per sé faccia parte di un istinto pari a quello felino…è questo il modo con cui ci prendiamo cura di noi, nel raccoglimento e nella concentrazione, purchè questo “stare al riparo” non diventi un destino né una trappola come è stato per le donne dentro le mura domestiche lontane fuori dalla polis. Come te penso anch’io che dare forma alla sofferenza può dare forma a nuovi spazi…e sciogliere i miei grumi emotivi in pensieri ed emozioni descrivibili è terapeutico per me…sì la scrittura non è solo sofferenza ma è bellezza dell’incontro con se stessi, con gli altri, con l’universo…

       
  2. silvana sonno

    24/03/2013 at 20:09

    Un luogo re-cluso è certamente un rifugio irrinunciabile per ogni soggettività che voglia mantenere i propri confini senza essere risucchiata dal gioco delle identità multiple a cui ci conduce la complessa scena sociale della contemporaneità. Per noi donne è particolarmente vitale ma oggi, in molti casi, anche per un eccesso di sovraesposizione,che ci allontana da noi stesse e da quanto faticosamente abbiamo imparato del e nel nostro faticatao agire; se poi scriviamo tanto più il bisogno diventa urgenza: la scrittura ha bisogno di luci soffuse e contorni definiti una pagina, un tavolo, un recinto …), dove muovere l’arabesco dei suoi graffiti (e deii suoi graffi). Dunque la stanza tutta per sè ha ancora un valore di protezione e tutela, ma credo che sia utile allargare la riflessione di Virginia Woolf su Judith e farne partecipe quanto oggi noi sappiamo del mondo che ci circonda e ci preme. Permettimi allora, cara Nico, di approfittare del tuo blog per condividere delle osservazioni che ho scritto a suo tempo sul testo di Virginia Woolf, anche se sembrano allontanare la risposta che chiedi:

    ” La metafora con cui Virginia Woolf ci rappresenta la dissimmetria che nel passato conduceva a destini diversi la genialità femminile e quella maschile: oscura morte per la prima, gloria immortale per la seconda, oggi può essere ancora attuale se si assimilano a Judith tutte le soggettività che si muovono sulla scena contemporanea con le stigmate della diversità, e soprattutto del giudizio che ne fa elementi riprovevoli di un ordine sociale che non intende aprirsi alle differenze. Penso agli immigrati delle etnie più povere e perseguitate, ma anche alle “sorelle” povere di tutte le etnie, compresa la nostra, che mal si accordano con l’universo omologato dell’emancipazionismo androgino a cui aspirano tante donne soprattutto – ma non solo – del ceto medio o con quello dello scambio sessuale – su cui a volte ripiegano – giocato su un tavolo truccato: quello di un corpo che si vuole a disposizione altrui, in cambio di perline e specchietti (oppure “una collana o una bella sottogonna”),secondo la migliore tradizione dei colonialismi d’ogni tempo e luogo. Penso all’universo dei soggetti portatori di desideri e scelte affettive che divergono dall’eterosessualità affermata come norma e ancor più di chi si trova ad essere limite inquietante delle differenze di genere, partecipando ad entrambi e dunque a nessuno specificamente: i/le transessuali che non a caso diventano popolari dentro tragedie annunciate, come occasione di meraviglia e curiosità miste a ribrezzo e arretramento – su posizioni di difesa e conservazione – pur dinnanzi all’evidenza della promiscuità che ognuna/o di noi vive e condivide – più o meno consapevolmente – nella nostra società complessa.
    In che modo aiutare Judith – chiunque essa/esso sia oggi – a non soccombere e a raggiungere gli obiettivi che si pone e a cui la sua vocazione la chiama, evitando di trovarci a parcheggiare sopra la sua tomba ignorata o sul sangue che ha versato in qualche incrocio della sua/nostra esistenza?Intanto dandole la parola e ascoltandola. Aprendoci alla qualità particolare della sua narrazione, che muove da un biografia che a pieno diritto completa il puzzle dell’umanità, utilizzando la sensibilità che certamente – come utenti di un blog che si occupa principalmente di letteratura – abbiamo allertata, stando anche alle considerazioni di Vargas Llosa che a proposito di letteratura afferma che essa “ … è, è stata e continuerà ad essere, fino a quando esisterà, uno di quei denominatori comuni dell’esperienza umana, grazie al quale gli esseri viventi si riconoscono e dialogano, a prescindere da quanto siano diverse le loro occupazioni e le loro prospettive vitali, le geografie e le circostanze in cui si trovano, e le congiunture storiche che determinano il loro orizzonte.[…] E nulla difende l’essere vivente contro la stupidità dei pregiudizi, del razzismo, della xenofobia, delle ottusità localistiche del settarismo religioso o politico, o dei nazionalismi discriminatori, meglio dell’ininterrotta costante che appare sempre nella grande letteratura: l’uguaglianza essenziale di uomini e donne in tutte le latitudini e l’ingiustizia rappresentata dallo stabilire fra loro forme di discriminazione, dipendenza o sfruttamento”.
    Judith ci chiede di aprirle le porte della cultura: i libri, le scuole, i teatri, i locali dove si parla e ci si confronta, per “potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi”; di poter attraversare le città senza pericolo, anche di notte, impedendo ai lupi di travestirsi da agnelli protettori e di divorarne il corpo nel rito cannibalico in cui timore e ammirazione diventano nutrimento per la razza padrona di sempre; di poter disporre del proprio corpo e del proprio tempo secondo i propri bisogni mentre percorre le ampie strade del mondo. Judith nel testo di Woolf si uccide, perché l’essere rimasta incinta fa deflagrare la contraddizione tra il suo corpo depredato dal “gentiluomo” di turno e il proprio violento fervore di poeta, annichilito dalla violenza sociale, a indicare che, scalate tutte le difficoltà e le disuguaglianze, in definitiva la partita si gioca sulle relazioni tra corpi e le loro passioni, cosa di cui la letteratura – e ancor più specificamente la poesia – danno massimamente conto. Se la sorella di Shakespeare avesse potuto sviluppare il proprio talento come il fratello – nella piena libertà che è il vero nutrimento per lo spirito dell’umanità – e donarcene i suoi frutti radiosi, oggi saremmo tutte/i più ricchi e forse anche più felici. E ancor di più lo saremmo se la stessa sorte fosse capitata/capitasse a molte, numerose,“ sorelle”. O no?

     
    • nicolettanuzzo2013

      25/03/2013 at 13:58

      Dare la parola a Judith…perché poi le parole si prendono cura di noi con empatia, non sono indifferenti, chissà forse non avrebbero salvato Judith… forse perché la scrittura non può contenere tutta la vita anzi le vite in noi ma può contribuire a riunirle nella loro radice più profonda, può tenere assieme i bordi che si allentano…a Judith le parole avrebbero potuto dare respiro, balsamo, forma che noi avremmo potuto accogliere, incontrare…così lei ci avrebbe nutrito con la felicità possibile a chi per un attimo esce dall’invisibilità, dall’insignificanza. Sì l’esistenza di Judith si intreccia anche con la nostra perché è sempre in agguato il nulla nelle nostre vite e allora penso che lo sforzo debba essere quello di rimanere sempre in ascolto, di coltivare uno spazio vitale come può essere la scrittura in cui l’Altro (come dice la filosofa Maria Zambrano) venga alla nostra presenza in sua fedeltà e ci dica come vuole farsi conoscere. Intanto un grazie e un abbraccio a te Silvana ed anche a Simonetta per il vostro “esserci”.

       

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