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La stanza di Virginia

19 Apr

 13 sulla loggia 1998 acrilico su tela cm 70x80 pinanuzzo

Marina,

non voglio che passi un altro giorno senza che io ti scriva. Ti devo dire di quello che mi è accaduto proprio il giorno del tuo matrimonio, durante la festa nella tua villa di famiglia nella pianura emiliana.

Tua madre, mia grande amica, mi aveva sempre parlato della sicurezza che le trasmetteva quella casa, per l’appartenenza a tutte le donne che l’avevano preceduta e che lì avevano passato le estati della loro infanzia, le feste dell’adolescenza, la distanza della giovinezza e poi i ritorni …

Così per lei, così per te.
Quante volte mi hai detto di sentire la sapienza di quel posto: nei tuoi momenti bui, per un esame che non riuscivi a studiare o per una delle tue tante rivolte che non riuscivi a placare.
“Quella casa mi accudisce” , dicevi, “Si prende davvero cura di me e con tanta discrezione che io quasi non me ne accorgo”.
Ebbene durante quella festa  anch’io ho sentito l’anima di quel luogo ed è lei che mi ha aiutato.

Per spiegarmi meglio devo dirti di un’idea che mi ha sempre accompagnato…
Ancora oggi continuo a pensare che se ci sono delle forme nel cuore, queste forme sono quelle delle stanze che abbiamo abitato. Stanze di nascita, di adolescenza, di passione, di disagio.
Stanza di scrittura. Penso che molte scrittrici non avrebbero potuto scrivere i loro libri se non avessero avuto nel loro cuore una stanza. Un luogo segreto al di fuori degli sguardi di tutti che permettesse loro solitudine, concentrazione ma soprattutto l’emozione profonda di un corpo libero e di una mente libera. Senza limiti. Forse senza quella stanza non solo non ci sarebbero stati libri ma neanche sarebbero germinati semi diversi per vite di donne diverse.

Alla fine degli anni ‘60 io ero adolescente e dalla finestra della mia stanza entrava il profumo del gelsomino. Arrivava a me dopo aver attraversato il fresco dei cortili delle case barocche del centro storico e l’odore di gelato misto al caffè del bar della piazza.
Il bar dove potevano entrare solo gli uomini di quel paese del Sud.
Il profumo del gelsomino non lascia scampo ed io fortificavo il mio cuore. No lì non doveva arrivare, io non potevo cedere a nessuna pazzia altrimenti sarei andata in mille pezzi e sarei rimasta intrappolata in quei luoghi per sempre. Dovevo resistere fino a quando me ne sarei andata via.
Solo lontano da lì poteva cominciare la mia vita vera. Adesso dovevo prepararmi il più possibile ma non vivere.
In trappola c’era già stata lei.

C’era solo un luogo dove tu potevi avvicinarti di nuovo a quel cielo libero che avevi
conosciuto e che ti mancava.
Era sulla terrazza di quella casa senza tetto del Sud. Lì apparivi a te stessa, con il vestito
a pieghe da statua con radici profonde.
Con il viso diventato maschera primordiale, immobile e senza più sofferenza.
Di nuovo di pietra, senza il cuore in fiamme. Di pietra antica e sapiente. E riposante.
Per un attimo il bucato di mutandine e magliette appeso al filo dietro di te era dimenticato, insieme a loro quattro bambine colpevoli di un’innocenza che ti soffocava.
Adesso era possibile dentro di te il gelo ristoratore dell’inverno”.

E lei, mia madre, odiava l’estate e i fiori…

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immagine di Pina Nuzzo,  “sulla loggia” 1998 acrilico su tela cm 70×80

 

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3 risposte a “La stanza di Virginia

  1. Simonetta Spinelli

    25/04/2013 at 06:12

    Bello, in un giorno che nasce sbagliato, aprire il computer, trovare un tuo scritto, e dimenticare lo stranimento sconfitto dalla tua poesia

     
    • nicolettanuzzo2013

      25/04/2013 at 09:45

      Bello, in un giorno che nasce sbagliato, sentire la tua presenza dentro un senso che c’è che c’è…ti abbraccio forte Nicoletta

       

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