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Io e Rhoda

02 Mag

 

Catrin Welz Stein 2

 

Rileggo Le onde di Virginia Woolf, il suo io si scinde in sei personaggi (tre donne e tre uomini), sei monologhi, sei toni e sei ritmi di linguaggio diversi, due anni di lavoro con il suo più grande sforzo intellettuale. Le tre donne mi interessano. Susan incarna il ruolo tradizionale della donna (matrimonio, casa, figli):

“ Avrò bambini, avrò cameriere in grembiali; uomini con i forconi; una cucina in cui sono appesi prosciutti e luccicano cipolle, dove porteranno nelle ceste gli agnelli malati per riscaldarli. Sarò come mia madre: silenziosa andrò in un grembiule azzurro chiudendo le credenze”.

Jinny nel ruolo dell’amante, sempre desiderosa di ricominciare con il gioco della seduzione: ”La porta si apre. La porta continua ad aprirsi. Ora penso: la prossima volta che la porta si apre la mia vita sarà tutta diversa. Chi entra?…La porta si apre. Oh, entra, gli dico, increspandomi d’oro dalla testa ai piedi. “Entra”, ed egli viene verso di me.”

Rhoda vive una continua angoscia per la sua difficoltà a costruirsi un’immagine di sé che non vada in pezzi al primo incontro con la realtà.

La porta si apre e la tigre balza. Non mi avete vista venire. Ho girato intorno alla sedia per evitare l’orrore di quel balzo. Ho paura di voi tutti. Ho paura dello choc di sensazioni che mi assaltano, perché non so affrontarle come fate voi- non so sciogliere un istante nell’altro. Per me sono tutti separati, violenti: e se mi abbandono allo choc dell’istante, voi mi salterete addosso, mi farete a pezzi.”

….non sono Susan, non sono Jinny, ma mi sento come  Rhoda, anomala e senza punti di riferimento e con il terrore che gli altri/e possano vanificare o zittire la mia fatica d’essere.

Sono una donna ma non ho voluto vivere “dentro” secondo i ritmi del mio corpo (gestazione, parto), lo ha fatto mia madre ed ho ben presente il suo scacco, ma non sono un uomo che può vivere scisso in un “fuori” perché può essere accolto, accarezzato da un altro corpo di moglie-amante… anch’io voglio vivere un “fuori” e trovare un dentro. Ma dove? Posso autoavvolgermi su me stessa o trovare il “dentro” nel corpo delle parole. Per questo ho bisogno della scrittura.

Ida Travi, poeta e drammaturga da me molto amata per la sua poesia essenziale e priva di orpelli, scrive su “L’aspetto orale della poesia” del suo nostalgico desiderio della prima lingua, quella della madre, lingua esclusivamente orale: “in quei suoni, in quel minimo di significato passa da madre in figlio il massimo delle informazioni sul mondo”.  Poi si apprende a scuola la seconda lingua, un linguaggio pubblico, convenzionale, scritto. E’ così suggestivo ed evocativo questo suo “parlare” nel libro che la sua è una è vera e propria opera poetica. Ma non riesco a seguirla sul primato suono-corpo sul segno-mente, ancora una divisione, mentre la mia esigenza è quella dell’interezza del sentire-mente anche nella parola poetica. Ho bisogno dell’impronta sul foglio, che non mi abbandoni la parola altrimenti non esisto.

Nicoletta Nuzzo

 

immagine di Catrin Welz Stein

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Una risposta a “Io e Rhoda

  1. elina

    03/05/2014 at 14:30

    l’impronta sul foglio è atto di esistere e raccontarsi
    ciao Nicoletta

     

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