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barocco sotto pelle

13 Mag

barocco sotto pelle  di Nicoletta Nuzzo edito da Rupe Mutevole 2016, immagine di copertina di Pina Nuzzo

 

dalla Prefazione di Marisa Forcina, dell’Università di Lecce-filosofa

Una nuova raccolta di poesie, quella di Nicoletta Nuzzo. Il titolo, forte e chiaro,  richiama esplicitamente quello di un’opera su tela con tecnica mista di Pina Nuzzo. L’immagine  riprodotta in copertina e il titolo del libro sono gli stessi della tela: barocco sotto pelle.

Pina è la sorella maggiore di Nicoletta. Come Pina, Nicoletta si immerge in una riflessione esistenziale utilizzando però la forma letteraria regina, cioè la composizione poetica con sessantatre composizioni, nelle quali è sempre presente, e non poteva essere diversamente, una riflessione che si coniuga con una riflessione socio-politica, nella ricerca della propria identità.

 Ovviamente il primo input che Nicoletta  ci offre è quello dove la ricerca non è estetica ma relativa al proprio vissuto: “barocco è questo pensiero molesto che inesauribile/sventola in me come uncinetto tra andate e ritorni”. La sua vita è ricerca silenziosa di sé e di altro. Infatti in Sotto pelle leggiamo che si vive “il desiderio dolente di nascere ancora e ancora”.

Perché le due sorelle avvertono così forte la potenza simbolica, ma appena percepibile, eppure insistente e continua, proprio come tutto ciò che è sottopelle, di questo richiamo barocco? L’intuizione artistico-figurativa di Pina è la stessa di quella espressa poeticamente da Nicoletta e, per entrambe, certamente non è richiamo ai decori dorati in superficie di imprecisate volute barocche. A pungere sottopelle è quel particolare barocco salentino che entrambe hanno evocato: è lo stesso di tante storie e balconi e strade e piazze salentine,  quel barocco evocato anche da Bodini, ma che qui è differente perché spunta inaspettato dietro l’angolo nel mezzo di un incrocio che è “nido di parole”  più che di strade, e ti raggiunge come un effetto di citazione improvvisato che ti fa sentire spaesata tra i basoli lisci delle piazze assolate salentine, dove chi scava per ritrovare il proprio io, che è fondo pietroso, potremmo dire citando liberamente Nicoletta, trova pietre dure in un alveo “antico e  irriducibile come loro”. Eppure in quel barocco, che resta sottopelle, la pietra leccese delle cattedrali sembra sempre pronta a sfarinarsi come l’anima; lì l’avvenire “non è un volo/ma accade come natura/che si sgretola/e sfiorisce/fino all’intimo primitivo grano,/quello che è caduto tace prima di ricominciare”.

Il barocco sottopelle di entrambe è insistente nell’anima, come insistente è il richiamo a una soggettività che non nasce dal nulla o da se stessa, ma da un corpo di parole che è culla di una genealogia femminile: “ma se poggio la guancia/sento il caldo di un viscere che non smette di pulsare,/è il desiderio dolente di nascere ancora e ancora,” -scrive Nicoletta- che sa che “solo la parola può avere un corpo meno fragile del mio/per accogliere questo me fuori misura”. Nessuna pretesa di sovranità, nessuna pretesa, per l’una e per l’altra, di poter rappresentare un soggettività autocentrata e unitaria, come una storiografia abusiva ha voluto raccontarci, persino una storiografia femminista; né un’identità plurale come in tante altre grandi narrazioni novecentesche, persino femministe.

[…]

Entrambe sanno che per nutrire la vita con linfa vitale sono necessari i tesori ereditati dal passato. Sono tesori digeriti, assimilati, sentiti nelle proprie viscere e quindi ricreati. Tesori che sono diventati corpo, che è la sola dimensione che ci consente la conoscenza. Sono tesori, quelli del passato, che, come nella felice espressione di un barocco sottopelle, non sono affatto invasivi o superficiali e, per questo, restano sottopelle.

Fra i tesori più  vitali per il nostro corpo, che è la nostra anima,  è il senso del passato. Nicoletta Nuzzo fa eco a Simone Weil dicendo che Non passa, il passato: “mi sembra di toccarlo con mano il passato,/mi struggo per la nebbia che ho visto,/per le canzoni che ho cantato,/per il tempo in cui passavo/con pena muta di Legge inesorabile sconosciuta/che mi portava via,/io con la mia voglia impetuosa del frutto/e il dormiveglia del crepitare del seme”. Nicoletta va anche oltre quello che esplicitamente ci dice Weil perché, se il divenire è legge inesorabile, ogni proiettarsi verso il futuro in maniera impetuosa è davvero vano. E, invece, il futuro accade comunque e matura nel dormiveglia della coscienza, come il seme che crepita e si schiude senza impeto, aprendosi quasi come sbadiglio.

Anche quando afferma “ricordo le mie fughe in avanti di allora/con la voglia di azzerare tutti gli echi”, la sua posizione non è mai chiusa in un pensiero unico che genera asfissia, ma si apre nelle infinite possibilità di altro, come il futuro di un anno che verrà. Leggiamo: “devo difendere anche quello che non è stato/perché è stato il bianco/che mi riposava la mente,/il vero senza peso,/la benedizione del mistero,/il fare dell’attesa,/l’età non ancora nata,/il lapis del ricamo”. Dove la contraddizione diventa superiore ironia di poter continuare ad avere a cuore persino ciò che non è stato. Come il lapis del ricamo, cioè i tanti disegni a matita eseguiti dalla madre per ricami da fare, o da far fare. Ciò che non è stato, come gli errori politici dell’età giovanile: “Ricordo le  mie fughe in avanti di allora/con la voglia di azzerare tutti gli echi/perché non mi fermassero” e quelle che potrebbero sembrare le inutili ripetizioni dell’oggi: “adesso vivo in  un tronco di albero/dove mi moltiplico girando in tondo”. E così la voglia di “un’altra fame benedetta”, metafora di un impegno solitario alla ricerca del proprio sé si presenta in Elina: “adesso sto qui,/i miei nervi hanno riposto gli uncini/e la pelle graffiata si è allentata,/di poco,/perché qui l’angolo è stretto,/basta appena al contorno delle ginocchia”. La contraddizione consentita, come barocco sottopelle, è quella libertà che si mostra come traccia e fili “questi fili del sì e del no/che entrano nel ritmo come disegno,/barocco è questo pensiero molesto che inesauribile/sventola in me come uncinetto tra andate e ritorni,/barocchi sono questi vortici di crema zuccherina/che di voluta in voluta come magnete/mi portano alla raccolta delle tue mani”.

Il barocco sottopelle di Nicoletta Nuzzo, come quello di Pina, è il filo della libertà che si ritma tra i sì e i no della coscienza, orologio di un vissuto inesauribile fatto di andate e ritorni, dove le mani della madre raccolgono e accolgono quei fili di libertà che lei stessa ha saputo con discrezione e attenzione tessere per sé e per le proprie figlie. Una libertà mai ostentata, ma come ricchezza tenuta nascosta, perché l’eleganza non è mai appariscente e, al contrario, è scandita e sobria come il materno lavoro bene fatto, come  lavoro ad uncinetto che sa  entrare e uscire dalle maglie date, per diventare come il ricamo di un’esistenza.

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Pubblicato da su 13/05/2016 in poesia

 

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