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“A che cosa serve Maudie Fowler?”

17 Lug

 

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Nel gruppo di lettura “Donne del Nobel” che si è tenuto nel febbraio-aprile 2016 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia, ho scelto come autrice Doris Lessing (Premio Nobel per la letteratura 2007). E delle sue opere ho proposto Il Diario di Jane Somers perché narra della fragilità della vita con la malattia, la vecchiaia, la morte ma anche della tenacia e della dignità della vita

In questa opera narratrice in prima persona è Janna (piccola variante di ‟Jane”, lo pseudonimo scelto dall’autrice). Janna, donna bella ed elegante di quarantanove anni, caporedattrice di una rivista a larga diffusione, ha alle spalle un solido successo professionale costruito con efficienza e rinunce nella vita privata. Ha reagito alla perdita di due persone che amava, il marito e la madre, accentuando il proprio self-control e il piglio manageriale che costituiscono il suo fascino. Un giorno, in una farmacia, Janna conosce una piccola e vecchia signora, Maudie Fowler.

Grazie all’incontro con Maudie e all’amicizia che ne scaturisce, Jane intraprende un percorso di scoperta della vita e della sofferenza, un cammino che non era riuscita a fare accanto al marito malato e alla madre morente: “d’altra parte alcune settimane fa io non mi rendevo nemmeno conto dell’esistenza degli anziani. I miei occhi venivano attratti dalle persone giovani, belle, eleganti, piacevoli, e “vedevo” solo quelle. Ora è come se un velo fosse stato steso su quelle immagini, e sopra il velo, tutt’a un tratto, ci sono i vecchi, i malati”. “A cosa serve la gente così vecchia” questa la domanda che un elettricista chiamato per aggiustare l’impianto in casa di Maudie fa a Jane e che la induce a riflettere: “A che cosa serve Maudie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente”. Ma Jane ormai sa che non è così.

Sa che dentro quel corpo fragile c’è ancora tanta vita: “All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentementele ho lavato le parti intime, e per la prima volta ho pensato davvero al significato di quella espressione. Maudie soffriva orribilmente proprio perché una sconosciuta stava invadendo la sua intimità”.

Janna rimarrà affascinata da un carattere scontroso, antipatico, ingrato, ma che in realtà è la manifestazione della difesa della propria individualità perché la vecchiaia fa perdere la propria autonomia ma non la propria identità.

Nei suoi rapporti con Maudie compie continuamente sforzi per capire le difese della vecchia, e le rispetta: Maudie non è una bambina che fa i capricci, ma una donna che difende la propria identità a rischio; e Janna la tratta come una donna, litigando se è necessario, ma mai senza evitare di rispettarne la volontà, anche quando è evidente che Maudie sta imboccando una strada sbagliata.

E in queste pagine il libro mostra il conflitto fra l’orgoglio di Maudie e il comportamento dei professionisti dell’aiuto (medici, infermieri, inservienti, volontari, etc.). Gli infermieri la chiamano “nonnina” oppure “cara” la vezzeggiano come se fosse una bambina, ignorando che lei non è una bambina, ma una donna, con una sua personalità, una sua identità, che ha bisogno di aiuto perché il fisico, non la mente, la sta tradendo, e che questo bisogno di aiuto la umilia. E così gli infermieri che per lavarla la spogliano dando per scontato che lei accetti tutto ciò che è necessario, ma non tenendo conto del suo pudore che la fa soffrire; e i medici che la visitano, la palpano in ogni parte, senza accennare minimamente a chiedere scusa; fino al comportamento del grande medico, che la spoglia davanti al gruppo di assistenti e di studenti, per mostrarla come fosse un oggetto, senza chiedere almeno il permesso; e parla ad alta voce della sua malattia senza tener conto di quale sia il rapporto di Maudie con essa.

Nel Diario di Jane Somers emergono i temi della malattia, del corpo, del dolore, della vecchiaia che riportano al tema fondamentale ontologico della cura. 

Tema della cura

Noi siamo esseri mancanti in continuo stato di bisogno, non siamo autosufficienti, dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrire e conservare il corpo e l’anima.

C’è necessità di bene e necessità di difendersi dalla sofferenza: la cura è la risposta necessaria a questa necessità. Ciò che illumina l’essere umano nel venire al mondo è la cura.

Jane vissuta in  una società della massima competizione e fretta  e sente a 50 anni che le occorre  dare una forma, una direzione di senso alla propria vita.

Incontra casualmente Maudie e si appassiona a lei, sposta l’attenzione su di lei e dona il suo tempo per la cura di lei, non per una prestazione, ma per amicizia e Maudie accoglie e accetta di ricevere la sua cura per amicizia. Jane che era stata con la madre una figlia-bambina e con il marito una moglie-bambina vive per la prima volta l’amore come cura, protezione, benevolenza.

C’è un’affinità della cura con il dono per quella capacità di eccedenza intrinseca di ogni atto di gratuità e generosità, Jane entra in una logica di sovrabbondanza incurante di ogni criterio di simmetria ed equivalenza. La passione per Maudie da cui si sente quasi presa in trappola la porta a rischiare l’incontro con l’altro da sé e a vivere per la prima volta il dono non come una dimensione sacrificale ma come arricchimento e ampliamento del Sé.

Una relazione di cura priva di questa qualità dell’amore non può che ricadere nel puro assistenzialismo che suscita quelle passioni tristi come il risentimento ed il rancore verso l’altro.

Tema del corpo

La tecnologia diventa estensione del corpo, nel Diario grande rilievo ha il tema del corpo di chi fa carriera quasi un corpo tecnologico che dà un’identità forte di potenza e di chi vive la vecchiaia con un corpo fragile che mostra i limiti di un ciclo.

La scienza ci nasconde qualcosa di basilare sul corpo, la sua esperienza archetipica e sacra. Il corpo proprio è corpo vivente non mera organicità ma sensazione e rimandi di significati 

Tema del dolore

Il dolore viene vissuto come una colpa, un difetto di cui vergognarsi rispetto alla pretesa di controllo di brillantezza ad ogni costo che segna la società contemporanea, da qui il suo essere messo fuori dalla scena, il suo essere relegato nel segreto della vita interiore o il suo venire consegnato ad un ascolto terapeutico. Ma del dolore si può fare un buon uso, come sostiene lo psicoanalista Winnicott, Proust sostiene che si dovrebbe approfittare del dolore. Se sapremo stare nel dolore, se sapremo interrogarlo, allora riusciremo a mutare il nostro sguardo, il dolore ci svelerà cose nuove, di noi stessi e dei nostri legami affettivi in un processo di rivisitazione di sé.

Non si tratta della volontà di soffrire fine a se stessa ma della capacità di vedere il dolore del mondo  e sentirlo con empatia e compassione.

Il racconto di sè

La vecchiaia è un’età in cui la storia di sé, la memoria, la narrazione diventano elementi di identità per la persona. E sono le parole, i racconti, le narrazioni le storie, che possono creare delle relazioni affettive.

Narrare la propria storia significa risentire emozioni, ascoltare parti di sé, in un tentativo delicato di investigare le origini e le cause ultime della propria essenza

Si tratta di un tentativo di autodefinizione sociale, in cui lo sforzo mnemonico è fondamentalmente mirato alla salvaguardia della propria continuità, cioè alla identificazione di un nesso concreto ed integro tra passato e presente che in qualche modo indichi la strada per il futuro. Nella narrazione della storia si svela l’identità, la consapevolezza di una origine, il bisogno di trovare una certezza esistenziale in radici che la ancorino ad una storia certa, unica ed irripetibile.

Fin qui

Fin qui le mie riflessioni proposte al gruppo, ma non posso trascurare di dire che il sentimento che le ha accompagnate è stato quello di quando in età giovane ho letto per la prima volta questo libro di Doris Lessing: è un sentimento di gratitudine e stupore per una scrittura che ha rivelato gli aspetti più corporei della malattia. Ammalarsi vuol dire anche esporre la propria intimità a sé e agli altri/e smarrendo con la propria autonomia anche un po’ della propria identità. La prosa di Doris Lessing prosciuga di ogni sentimentalismo la cura verso l’altra e nomina senza la pretesa di risolverle le contraddizioni ed i sensi di colpa che accompagnano l’esperienza del dolore. Spero sempre che il dolore non abbrutisca ma possa essere trasformato in qualcos’altro, anche in pensieri e parole in complicità e confidenza con l’altro/a. Si tratta per me di non sentirmi sola davanti alla mia fragilità.

Nicoletta Nuzzo

 

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3 commenti

Pubblicato da su 17/07/2016 in incontri, letture

 

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3 risposte a ““A che cosa serve Maudie Fowler?”

  1. paolam

    17/07/2016 at 22:26

    E’ il secondo libro di Doris Lessing che ho letto, forse tre anni fa. Non avevo letto questa “recensione”.

     
  2. Anna Riviera - Brescia

    18/07/2016 at 05:42

    E’ molto interessante e coinvolgente per me, Nicoletta, quello che osservi a proposito del tema della cura e della vecchiaia. Non è facile trovare riflessioni su questi temi, per me, che mi sto occupando della cura di mia madre e mi piacerebbe poter mettere in parole le forme della cura che insieme ad altre, di volta in volta, mettiamo in campo e viviamo sul nostro corpo, oltre che su quello di chi amiamo ed è divenuto bisognoso e fragile.

     
    • nicolettanuzzo2013

      19/07/2016 at 11:35

      Cara Anna sento con gratitudine la tua vicinanza e penso anch’io che “mettere in parole le forme della cura” sia salutare perchè le parole non sono indifferenti…

       

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