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Quattro giorni

05 Gen

“Quattro giorni”, Edizioni Corsare, è il nuovo libro di Antonella Giacon. Il linguaggio è davvero singolare, unico: la lingua dell’italiano parlato, che fluisce naturale ed essenziale.

C’è una qualità letteraria speciale anche per la questione del tempo, perché il parlato manifesta una presa istantanea non solo sul presente ma anche sul passato e sul futuro. E’ una scrittura che ha presa sul tempo che è il sogno di noi tutti. Scrittura all’erta con i sensi, scrittura percettiva a 360 gradi.

C’è una qualità umana profonda nel rapporto tra vita e arte. E’ quindi un libro necessario alla nostra evoluzione, alla nostra ricerca.

Nel privilegio di una lettura anticipata del libro, quando Antonella mi inviava i vari capitoli, quello che spesso le dicevo era di un tempo ritrovato, quello degli anni Sessanta, tra moda e canzoni ma soprattutto di me bambina ritrovata, una bambina onnivora com’ero per la mia smania di diventare grande presto e capire. Leggendo questo libro ho ricordato le mie storie come fanno i grandi che “quando parlano li vedi che cambiano, diventano come quando quella cosa succedeva, questa cosa fa emozionare e qualche volta anche un po’ piangere.” Ho provato nostalgia delle cose che si facevano senza pensare: ricordo una volta durante un viaggio con mio zio ci siamo fermati a fare il bagno vicino Taranto e lui già diceva “sono i bagni migliori questi”.

In un attimo e ci troviamo alla fine degli anni Sessanta, c’è la finale del Cantagiro, c’è Massimo Ranieri e i Ribelli che cantano Pugni chiusi. Siamo al Lido di Venezia dove Marina che ha 9 anni è in vacanza con i suoi genitori e il fratello di 6 anni Michele.

Occupano una stanza presso la famiglia Menin composta da Uccio e Kate e i loro 3 figli Benito, Nico e Lele. Marina vuole fare l’archeologa ed è innamorata di un attore del cinema che sembra fermo nel tempo a tal punto che lei pensa possa aspettarla immutato nella sua età per sposarla. Somiglia a Lele. E’ Lele che accompagna Marina in questi mitici 4 giorni.

Da non dimenticare una coppia di anziani stranieri che abita lì: sono i signori Olli Polly  che“ si scaldano su un pentolino di ferro l’acqua con il dado dove mettono la pastina piccola, poi la mangiano pian pianetto su un angolo del tavolo e soffiano a ogni cucchiaiata. Mangiano come gli uccellini…”

Dunque tutto sembra procedere con serenità, con i giornalini come l’Intrepido, i cantanti capelloni in tv come Antoine e Caterina Caselli con Nessuno mi può giudicare, “le canzoni sul juke-box, è bellissimo vedere il braccetto che prende proprio la canzone che vuoi…” e si poteva sognare che chi cantava lo facesse solo per te e per qualcun altro con cui volevi trovarti in quel momento.  E al mare la cuffia di plastica a fiori. Ma succede che una macchina investe il fratello di Marina che andrà in ospedale assistito dalla madre e, poichè il papà è al lavoro, Marina viene affidata alla famiglia Menin.

Nella “famiglia Menin sono matti. Non hanno orari, si vestono con quello che trovano, stanno svegli di notte, mangiano troppa roba fritta,… in più tutti dico tutti camminano a piedi scalzi per casa.”

E’ la prima volta che Marina sta con persone che non siano parenti, e sperimenta la sua prima separazione Un tocco finissimo psicologico è quando lei piange di fronte al cibo e non è un caso con tutte le implicazioni affettive che il cibo ha rimandando al nutrimento materno.

In questo momento della sua formazione Marina è in rapporto con il suo lato oscuro, quello dei suoi impulsi, della rabbia verso il fratello, c’è confusione tra il suo mondo interno e quello esterno, è tutto trasparente tanto da aver paura – come nel pensiero magico- che quello che lei pensa poi si avveri come nel caso della sua rabbia per il fratello che ritiene la causa dell’incidente.io ho pensato dategli una botta in testa così sta zitto e è successo l’incidente.”

Ma questi 4 giorni significano la prima libertà. Nella separazione ci sono i primi segni di individuazione, appaiono confini propri … questi 4 giorni sono una prova di libertà e tante altre dovrà affrontare Marina per il suo processo d’individuazione, per diventare quella che è la sua soggettività.

Non basta vivere per fare esperienza bisogna appropriarsi dell’esperienza facendo i conti con molte incrostazioni.

E già per Marina in famiglia sono filtrati molti stereotipi: con il padre che le dice “Per favore Marina fa la brava, fai vedere che sei grande” e la mamma che perfino per i piedi si preoccupa nel caso in cui dovessero crescere molto così lei spera che non le crescano “perché dice mia mamma che i piedi grandi per una donna sono un brutto affare, trovi solo scarpe da uomo.”

I lavori di casa le fanno le mamme “Mia mamma dice che mio papà non può perché è una vergogna per lui”.

Ma ancora peggio quando la madre le dice che” nascere donna è una gran disgrazia. Questa è l’idea di mia mamma, ogni tanto la ripete e a me viene un buco nel cuore quando lo dice. Allora penso che mi posso travestire da maschio così questa disgrazia la evito, tanto ho già i capelli corti.”

E anche quando Lele ribadisce che lui capisce di più perché è un maschio lei dice: “Mica i maschi capiscono di più. A scuola hanno tutti voti più bassi delle femmine e quando c’è la ricreazione ci tocca a noi spiegargli le cose”.

 Ma il rapporto tra una bambina e la madre è spesso pieno di confusione e sovrapposizione a causa del rispecchiamento di genere che è molto forte.

Ci sono luoghi dove va con Lele che diventano i suoi luoghi tanto che quando ci porta la madre li sente meno suoi “ Mi pareva che adesso che l’avevo fatta entrare in questo posto non era più mio e  non riuscivo a essere così felice come ero stata la prima volta.”

Allora mi sembra importante dire che oltre alla gratitudine verso la propria madre è necessario mantenere una propria irriducibilità e fedeltà a se stesse. E a Marina non manca un forte bisogno di affermazione.

“Le bambole mi fanno venire il nervoso, non mi piace fare finta di dargli da mangiare, giocare con le pentoline, infilargli i vestiti, metterle a nanna. Non mi piace fare la mammina.”

Lei dice che vuole fare il maschio anche se la comunicazione diventa diversa perché non si possono dire tante parole o tanti grazie ma sa che con le femmine è noioso perché fanno tante storie e per capriccio ti escludono dal gruppo…ma verso il termine del libro Marina dirà cosa vuole diventare.

E’ appena iniziato il viaggio di Marina verso se stessa e allora buon viaggio Marina.

                                                                                                                                              Nicoletta Nuzzo

 
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Pubblicato da su 05/01/2020 in recensione

 

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