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Donne del mondo: Fumiko Enchi 


 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura ‘Donne del mondo’ su ‘Onnazaka, Il sentiero nell’ombra’ di Fumiko Enchi (1905 -1986), coordinato da Laura Valenzano lettrice, mercoledì 30 maggio 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

E’ stato grazie ad un’amicizia, di quelle autentiche, avvolgenti, che si stringono tra donne se ho potuto conoscere ed amare il Giappone.

Immagini leggiadre, profondamente raffinate, di una delicatezza tutta speciale mi sovvengono quando penso a Sanae perché è stata lei ad infonderle nella mia mente. Fiori di ciliegio dunque, a profusione, rosati e impalpabili, e templi, scale per raggiungerli; stuoie dove sedersi, canne di bambù, terme all’aperto, laghetti coperti da fiori di loto, i perfetti salti delle rane, la luna piena sopra Kyoto; le acconciature scultoree delle geisha, le preziosa cerimonia del the. Il Giappone è eleganza, minimalismo, attenzione al dettaglio, un fluttuare poetico di ogni cosa.

La letteratura nipponica è pregna di grandi scrittori e scrittrici, che descrivono questo mondo con la grazia con cui si dipinge un acquerello.

Con la stessa grazia, la filosofa e lettrice Laura, ci ha presentato una delle più grandi romanziere giapponesi: Fumiko Enchi.

Nata da una famiglia colta e molto ricca, prendendo ispirazione dalla vicinanza di una nonna appassionata di lettere e teatro, si avvicina alla scrittura.

La sua carriera letteraria prende inizio nel 1926 e la porterà ben presto ad ottenere importanti riconoscimenti.

Attraverso la sua scrittura ha descritto quella che per secoli nella società giapponese è stata la condizione della donna, costretta da una morale rigida e ottusa alla repressione delle proprie aspirazioni. I suoi romanzi invitano le donne a prendere coscienza di se stesse ed a lottare per ottenere libertà e indipendenza.

Tra le sue opere più importanti, del 1953 “I giorni della fame”; del 1958 “Maschere di donna”; del 1965 “Le false sciamane”; del 1976 “I colori della nebbia”.

ONNAZAKA (Sentiero nell’ombra) risale all’anno 1958 ed è probabilmente la sua opera migliore, la più grande, quella maggiormente apprezzata anche dalla critica, e vincitrice del premio letterario Noma.

Onnazaka è la strada secondaria che conduce al santuario shinto, tradizionalmente riservata alle donne. E’ un percorso angusto, nascosto, un sentiero, appunto, “nell’ombra”. In Fumiko Enchi diviene immediatamente triste metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale: protagonista della vicenda è Tomo, una donna nata verso la fine del periodo Edo, costretta ad accettare il ruolo di sottomissione assegnatole dalla società patriarcale. Moglie di un ricco e rispettato funzionario del governo, non solo è obbligata a subire i numerosi tradimenti del marito, ma anche ad accogliere nella propria casa le sue concubine ed addirittura, le verrà assegnato il compito straziante di sceglierne lei stessa una “adatta” a lui.

(…) “Le pareva un’infamia. Concedere ad un uomo che aveva provato ogni genere di piacere, più vecchio di due dozzine di anni, una fanciulla che avrebbe voluto continuare a giocare con le bambole.” (…) “Perché mai aveva dovuto piegarsi a commettere un’azione da mercante di schiavi, così crudele?”

Tomo cova nel profondo un terribile rancore che all’avvicinarsi della morte sfogherà in un grido di rabbia e di liberazione: (…) “ il suo sguardo era vivido e brillante d’eccitazione. Traboccava di un sentimento così intenso da non sembrare più lo stesso sguardo grigio e placido che di solito pareva riposare sotto le palpebre pesanti, semichiuse”

(…) Aveva ricevuto su di sé il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni: un grido che aveva prodotto un’eco tanto forte, da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo.”

Alla figura di Tomo ispirata alla nonna dell’autrice, si affianca quella della prima concubina del capofamiglia, Suga, che a tratti, nella narrazione, assume un ruolo centrale. E’ una creatura splendida e malinconica, arresa, venduta a quindici anni dalla madre e che a differenza di Tomo non ha quindi scelto di entrare nella famiglia Shirakawa: “(…) Era alta per la sua età, la pelle candida come carta, i capelli folti con riflessi color lapislazzulo le incorniciavano il volto candido, nel quale sopracciglia e occhi risaltavano come se fosse stata truccata per il palcoscenico.” (…)” In contrasto con la vistosa bellezza del volto, Suga aveva un carattere riservato. Non amava molto esibirsi. Era come se avesse appreso l’arte dell’intrattenimento solo per compiacere i genitori.”

La seconda concubina con la quale Suga instaurerà un commuovente rapporto di solidarietà, è Yumi, alta, lo stile da amazzone ed il colorito olivastro come un giovane attore; ed infine incontriamo Miya l’ultima concubina, una bambolina di otto figli, che morirà giovanissima e che sarà protagonista di una relazione incestuosa, altro dolore immenso per Tomo. Poi c’è Etsuko, figlia della coppia, una ragazza pura ed ingenua, teneramente amata dalla madre ed anch’essa  personaggio fortemente positivo per come si porrà in maniera accogliente nei confronti delle giovani cortigiane: (…) “la più felice sembrava essere Etsuko, che seguiva come un’ombra Suga, esultando: “Che bella! Che bella!”

Risulta dunque totalmente chiaro che il progetto di Enchi era mettere in luce le figure che in quell’epoca rimanevano nell’ombra autoritaria e sgraziata dell’uomo, ed a dare loro voce con tutta l’incommensurabile forza e passione che nei secoli queste donne non hanno potuto buttare fuori, aprire, esternare, far scrosciare, estendersi. La scrittrice fa questo avvalendosi di una lingua limpida, piana, disciplinata, straordinariamente sofisticata ed introspettiva, spesso animata da morbidi colori: (…) “scorgeva Suga ed Etsuko ferme una davanti all’altra, sotto le foglie verdi di una pergola dentellata di viti. L’ombra delle foglie d’uva attraverso cui filtravano i raggi del sole, dava riflessi verdi al candido viso di Suga”, altre volte più audace, volta a descrivere con veemenza i sentimenti, i pensieri, i desideri di questo regno muliebre, castigato e recintato e troppo troppo bramoso di sortire dalle barriere e fiorire, come un bocciolo di ciliegio.

BIBLIOGRAFIA: Fumiko Enchi “Onnazaka”, Safarà editore, 2017.

nella foto Fumiko Enchi

 

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Pubblicato da su 13/07/2018 in incontri, letture, recensione

 

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Nicoletta Nuzzo: le parole di confine nella notte che arriva

 

Recensione di Sebastiano Aglieco per AMATA VOCE, Rupe Mutevole 2014

Questo libro di Nicoletta Nuzzo ci suggerisce subito, a una prima lettura, la presenza di un allontanamento, di un parlare non vicini, di un parlare da due tempi non perfettamente coincidenti. Il titolo fa riferimento proprio alla voce e costituisce, già per sé, la dichiarazione di una dedica affettuosa: “amata voce”. (LEGGI TUTTO)

 
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Pubblicato da su 17/06/2018 in incontri, recensione

 

Cassandra è vita che si impone, che non accetta, che non si piega.

 

di  Federica Ziarelli

Il liceo classico, la Grecia, le radici occidentali che affondano in questa terra di miti, di grandi sogni e implacabili guerre: i misteri, la grandezza, le dinamiche tristi e felici del passato remoto hanno condizionato per sempre la mia visione sul mondo reale e su quello letterario.

E Nicoletta Nuzzo, con la sua visionaria sensibilità poetica, se ne è accorta e mi ha detto che “Cassandra” di Christa Wolf” mi sarebbe piaciuto. Così è stato, questo capolavoro epico mi ha conquistata e mi ha parlato immediatamente in maniera confidenziale perché in fondo già ci conoscevamo, perché già al ginnasio, io quattordicenne attentissima avevo colto nei racconti brevi ma intensi di una brava insegnante, che nella civiltà greca e nei suoi miti c’è contenuto tutto ciò che noi siamo diventati – e di più: tutto quello che proviamo.

Christa Wolf classe 1929, una tra le più grandi scrittrici tedesche, fin dagli esordi ha dimostrato una sensibilità potente verso la politica, le condizioni e contraddizioni del suo Paese ed ha scelto di scrivere storie riguardanti perlopiù questioni sociali. E’ concreta, ribelle, ha forza di sguardo e prontezza di critica. Tenta di comprendere, di cambiare, di aggiustare.

E la sua Cassandra, lei la leggendaria veggente troiana, figlia di Ecuba e di Priamo, le somiglia straordinariamente. Non è mai passiva, mai arresa anche se strozzata da mani che la atterriscono grida prepotentemente contro il delinearsi di una realtà accecata, irrimediabilmente patriarcale, scorretta, bestiale. Sconfortante è il senso di inadeguatezza della donna che si affaccia alla sfera intellettuale, da sempre privilegio maschile. La comunicazione tra i sessi diviene complicata, nervosa, inconcludente, fatta di pensieri che non trovano parole. “Insistetti per essere ascoltata in consiglio come testimone della morte di Troilo. Pretesi che si ponesse fine alla guerra, subito. E come? Mi chiesero gli uomini sconcertati. Io risposi: dicendo la verità su Elena. Sacrificando. Oro e merci, e quel che vogliono purché si ritirino (…) Uomini attempati divennero mortalmente pallidi. E’ matta, udii bisbigliare.”

Tuttavia sebbene Cassandra viva in un’epoca in cui le donne hanno perso ogni autonomia nell’arte del “vedere”, aspira ad uno sguardo e una voce del tutto propri. In questo modo di contro alla cecità generale, lei sola inizia ad accorgersi delle finzioni del Palazzo, nei segni che annunciano la guerra.

Troia, che nel corso dell’infanzia e della giovinezza le era sembrata una città perfettamente equilibrata, è ora la città dei padri, che contrappone argine ad argine, muro a muro. “Era là, dietro le sue alte mura, la mia Troia, la città amata. (…) Com’era ridotta la mia città, com’erano ridotti i miei troiani, al punto da non vedere che ci spingevano, piccolo drappello per le loro viuzze? Vidi com’ è semplice semplicemente non vedere. Non trovai i loro occhi. Ne scrutai con fermezza le nuche. Erano sempre state così vili? Un popolo di nuca vile, possibile?”

Alla fine del romanzo, quando il sole è oramai tramontato, in attesa della morte, Cassandra ha compreso che nessun dio le ha dato la veggenza, non Apollo né alcun altro. “Il dono di vedere” è solo la capacità propria dell’uomo, di attivare tutto il proprio corpo al fine di dire il reale, di non accontentarsi dei simulacri. “Tutto questo, la Troia della mia infanzia, esiste ancora nella mia testa soltanto. Qui dentro, finché ho tempo, la voglio riedificare, non voglio dimenticare nessuna pietra, nessuna lama di luce, nessuna risata, nessun grido. Anche se per breve tempo, voglio custodirla in me fedelmente. Ora posso vedere quello che non c’è, con quanta fatica l’ho imparato.”

Eccelsa è stata la Wolf nel dare vita ad un personaggio tanto intenso, così meravigliosamente mosso da passione e da coraggio. Cassandra è vita che si impone, che non accetta, che non si piega.

In lei parlano a volte teneramente, altre con voce tremante ma comunque decisa, i doni che la femminilità porta con sé dagli esordi del tempo; quel non indietreggiare allorché la sfida è proteggere, sacrificarsi, imporsi, rialzarsi – ed amare, soprattutto amare senza limiti ed in pieno orientamento.

 

 

Bibliografia: Christa Wolf “Cassandra”, Edizioni E/O, maggio 2017

https://nicolettanuzzo.wordpress.com/2018/02/25/cassandra-la-voce/

immagine, Christa Wolf, ritratto di Paolo Galetto

 
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Pubblicato da su 10/04/2018 in incontri, letture

 

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Cassandra la voce

Cassandra non si concede al dio Apollo e lui le sputa sulle labbra e con questo gesto la condanna a rimanere inascoltata. Per sempre? Non per sempre, perché Christa Wolf 3000 anni dopo darà voce a lei/noi. Dare e ricevere voce è un atto di giustizia e di ordine in una civiltà che non è ancora duale.

In Premesse a Cassandra (1984) Christa Wolf afferma che l’assenza di lingua può diventare rapidamente assenza dell’io. Saffo con Ode ad Afrodite (circa 600 a. C.) ci dona la più antica testimonianza della lirica occidentale. La donna esiste come intellettuale in misura rilevante solo da 60-70 anni (inizio 1900), “il pensare avrebbe avuto una vita diversa se le donne da più di 2000 anni avessero contribuito a pensare?”. Le donne per motivi storici e biologici sperimentano una realtà diversa da quella degli uomini e da secoli fanno parte di chi è dominato, la lingua delle donne è diversa perché risente di un corpo cavo/diverso.

Christa Wolf individua il momento storico di Cassandra nell’epoca cui daterebbero sia la scomparsa della civiltà cretese pacifica e dedita al commercio che la distruzione di Troia (1500-1200 a.C.): in questa epoca c’è il passaggio da una società matriarcale a una patriarcale (quella dei greci popolo guerriero): quello di una casta sacerdotale femminile detronizzata da una nuova maschile. Il patriarcato ha censurato il divino femminile.

Si iniziò passando da un’unica dea forte a una serie di divinità femminili, minori e assoggettate a un dio maschile più forte. Prendiamo come esempio la cultura greca: sono presenti Era, Atena, Artemide, Demetra…. Il Femminile non è più rappresentato come un unico, potente principio divino, ma viene scisso nei suoi diversi aspetti.

E proprio per sottolineare il loro ruolo subalterno, le nuove divinità femminili sono soggette a matrimoni divini più o meno forzati, violenze ed incesti.

Il patriarcato per le donne è stato sinonimo di negazione di valore, cancellazione di memoria e, particolare di non lievi conseguenze, espulsione dal sacro inteso sia come ruolo attivo all’interno delle religioni che come ruolo simbolico e cosmogonico a livello di immaginario, di Storie di Creazione

“Che non era ancora dimostrato che noi pur di scamparla dovessimo diventare come i greci. E quand’anche fosse! Non era più importante vivere secondo i nostri costumi, secondo le nostre leggi, anziché vivere in assoluto?”

Cassandra è anche il simbolo della mancanza di riconoscimento pubblico del discorso femminile ,ribellandosi alle leggi dello Stato, viene esclusa dalla collettività.
Poiché vaticina il vero dapprima verrà dichiarata pazza poi verrà gettata nella torre dall’amato padre Priamo. Lei “vede” il futuro perchè ha il coraggio di vedere le reali condizioni del presente. Alla fine è sola, preda dei conquistatori della città.

Vedere è per Cassandra emanciparsi, liberarsi: dalla corte, dalla famiglia, dagli obblighi, persino dagli dei. Ristabilire se stessa, non più piegata quale oggetto per fini che la sovrastano e ne violentano la natura, ma soggetto che vi si oppone con la propria verità, con la propria voce: “Parlare con la mia voce: il massimo. Di più, altro, non ho mai voluto.”

Cassandra è la possibilità di unire corpo e anima: “Nel fondo più profondo; nell’intimo più intimo, là dove corpo e anima non sono ancora divisi e dove non giunge parola, né pensiero, seppi tutto.” Come scrive la filosofa Maria Zambrano “il corpo è fonte di creatività e trascendenza perché ci collega ad un sentire originario.”

Cassandra non parte con Enea, per rimanere fedele a se stessa non poteva amare un eroe: “Enea vive. Apprenderà della mia morte, continuerà a chiedersi, se è davvero la persona che amo, perché scelsi non lui ma questo, la  prigionia e la morte. Forse capirà anche senza di me ciò che dovetti respingere a prezzo della morte: la soggezione a un ruolo contrario alla mia natura”.

Cassandra è scissa tra conformità e dissonanza. Questo è l’aspetto struggente in cui mi rispecchio di più, anch’io con il femminismo degli anni ’70 ho sentito crescere in me un’incrinatura, mi sono sentita stretta tra due forze opposte, il vecchio e il nuovo, tra i fantasmi del passato e la fragilità del nuovo e costretta a estenuanti patteggiamenti con me stessa, estenuata ma fedele a me stessa. “Il dolore di farsi soggetto”, così per Christa Wolf.

                                                  Nicoletta Nuzzo

Traccia per il gruppo di lettura ‘Donne nel mondo’ su Cassandra di Christa Wolf, coordinato da me, Mercoledì 21 febbraio 2018, presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 25/02/2018 in incontri, letture

 

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Accordatura della stasi

Con mirabile confidenza  la parola riesce a diminuirsi per entrare nelle fessure, ma anche con  vitalità aumenta nella consistenza della sua fisicità nella silloge Accordatura della stasi di Costanza Lindi.

“seduta muta/strofino il palmo della mano/soffio tra le convessità”…sono movimenti minuti quelli del corpo della poeta, quasi d’immobilità ristoratrice, anche il sangue è ” Così indelebile da essere noioso./Irrilevante.” Ma le parole fanno confusione rumorosa intorno a lei.

La stasi è tutta da accordare, da centrare su di sé, sulle cose da fare, sul moto dell’anima, sul dolore rivelatore, sul taglio che è anche punto di osservazione.

Nicoletta Nuzzo

 

Confonde
il rumore della parola.
Nel cellophane le
parole giuste di una volta

un attimo fa,
là fuori.

Tutto fila liscio là fuori,
come la pellicola.

Qui
una casa immobile
e muta.

Costanza Lindi

da Accordatura della stasi editrice Krammer, 2017

immagine di Kristin Vestgard

 

 
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Pubblicato da su 12/12/2017 in incontri, letture, poesia