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Le zie

 

Sulla carta del tempo

Brani tratti dal racconto Le zie di Nicoletta Nuzzo, secondo classificato al Concorso Terra d’ulivi e pubblicato  nell’Antologia  Sulla carta del tempo, Edizioni Terra d’ulivi 2015

 

Quando penso a zia Michelina in quella casa la rivedo come in una scena di un film di Bette Davis: piccola di statura, con i capelli nerissimi che a boccoli le incorniciavano un viso dalla carnagione chiara e illuminata dagli occhi neri di famiglia. Lei si muoveva in quella casa con un’aria spensierata e inattaccabile cantando le canzoni romantiche del suo tempo, io la vedevo così prima che lei si accorgesse di me, quando aprivo da sola la porta d’ingresso perché lei era diventata sorda e non sentiva  più il campanello.

Zia Pietrina, ogni sera prima di rincasare, suonava al nostro portone di casa aspettando che qualcuno si affacciasse da sopra alle scale per dirgli il famigerato “vi siete ritirati ?” cui seguiva come risposta qualcosa di urlato da lontano, non importava il significato delle parole, perché quello era il segnale convenuto -senza scendere tutte le volte fino al portone d’ingresso-  per dirle che “eravamo tutti in casa”, quindi in salvo e che, per quel giorno, il pericolo di vita era scongiurato. La paura del pericolo-malattia-morte era aumentata sempre di più col passare degli anni fino a sfinire le zie a tal  punto che, negli ultimi due anni della loro vita, non chiesero più notizie di mio padre. Allora non capivo, adesso mi è chiaro che la paura della risposta era tale che, da un certo momento in poi, hanno  deciso di non sapere o almeno non ce la facevano più a portare il peso di questa preoccupazione. Quando papà è morto a loro non è stato detto ma lo hanno immaginato.

(Zia Annetta). Zia Michelina  la portò al mare sperando che migliorasse, ma  una delle mie sorelle, che le aveva seguite per tener loro compagnia, ricorda ancora il rumore in tutta la stanza del respiro di zia Annetta. Al mare peggiorò  forse perché lo iodio aveva complicato invece di migliorare la situazione: sarà stato per questo che quando zia Michelina durante quel soggiorno estivo con tutte le sue forze cercava di portarla vicino al mare, con altrettanta disperazione zia Annetta recalcitrava. Se la scena non fosse stata grottesca ci sarebbe stato da ridere a vederle spintonarsi tutte e due piccole, grasse e pesanti e vestite di scuro  in riva al mare. Al ritorno a casa zia Annetta fu collegata inutilmente ad una bombola di ossigeno. Morì pochi giorni dopo, lasciando davvero sola zia Michelina.

 

 

 

 

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Pubblicato da su 01/12/2015 in premi, racconto

 

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La stanza di Virginia

 13 sulla loggia 1998 acrilico su tela cm 70x80 pinanuzzo

Marina,

non voglio che passi un altro giorno senza che io ti scriva. Ti devo dire di quello che mi è accaduto proprio il giorno del tuo matrimonio, durante la festa nella tua villa di famiglia nella pianura emiliana.

Tua madre, mia grande amica, mi aveva sempre parlato della sicurezza che le trasmetteva quella casa, per l’appartenenza a tutte le donne che l’avevano preceduta e che lì avevano passato le estati della loro infanzia, le feste dell’adolescenza, la distanza della giovinezza e poi i ritorni …

Così per lei, così per te.
Quante volte mi hai detto di sentire la sapienza di quel posto: nei tuoi momenti bui, per un esame che non riuscivi a studiare o per una delle tue tante rivolte che non riuscivi a placare.
“Quella casa mi accudisce” , dicevi, “Si prende davvero cura di me e con tanta discrezione che io quasi non me ne accorgo”.
Ebbene durante quella festa  anch’io ho sentito l’anima di quel luogo ed è lei che mi ha aiutato.

Per spiegarmi meglio devo dirti di un’idea che mi ha sempre accompagnato…
Ancora oggi continuo a pensare che se ci sono delle forme nel cuore, queste forme sono quelle delle stanze che abbiamo abitato. Stanze di nascita, di adolescenza, di passione, di disagio.
Stanza di scrittura. Penso che molte scrittrici non avrebbero potuto scrivere i loro libri se non avessero avuto nel loro cuore una stanza. Un luogo segreto al di fuori degli sguardi di tutti che permettesse loro solitudine, concentrazione ma soprattutto l’emozione profonda di un corpo libero e di una mente libera. Senza limiti. Forse senza quella stanza non solo non ci sarebbero stati libri ma neanche sarebbero germinati semi diversi per vite di donne diverse.

Alla fine degli anni ‘60 io ero adolescente e dalla finestra della mia stanza entrava il profumo del gelsomino. Arrivava a me dopo aver attraversato il fresco dei cortili delle case barocche del centro storico e l’odore di gelato misto al caffè del bar della piazza.
Il bar dove potevano entrare solo gli uomini di quel paese del Sud.
Il profumo del gelsomino non lascia scampo ed io fortificavo il mio cuore. No lì non doveva arrivare, io non potevo cedere a nessuna pazzia altrimenti sarei andata in mille pezzi e sarei rimasta intrappolata in quei luoghi per sempre. Dovevo resistere fino a quando me ne sarei andata via.
Solo lontano da lì poteva cominciare la mia vita vera. Adesso dovevo prepararmi il più possibile ma non vivere.
In trappola c’era già stata lei.

C’era solo un luogo dove tu potevi avvicinarti di nuovo a quel cielo libero che avevi
conosciuto e che ti mancava.
Era sulla terrazza di quella casa senza tetto del Sud. Lì apparivi a te stessa, con il vestito
a pieghe da statua con radici profonde.
Con il viso diventato maschera primordiale, immobile e senza più sofferenza.
Di nuovo di pietra, senza il cuore in fiamme. Di pietra antica e sapiente. E riposante.
Per un attimo il bucato di mutandine e magliette appeso al filo dietro di te era dimenticato, insieme a loro quattro bambine colpevoli di un’innocenza che ti soffocava.
Adesso era possibile dentro di te il gelo ristoratore dell’inverno”.

E lei, mia madre, odiava l’estate e i fiori…

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immagine di Pina Nuzzo,  “sulla loggia” 1998 acrilico su tela cm 70×80

 

 

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