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Scacco

Scacco 

C’è una miseria che è dell’umano
che cova nel recinto del suo corpo,
c’è una miseria più grande
che è quella delle donne in schiavitù nel recinto delle mura.

Ad ogni generazione ogni figlia
ne chiede conto alla propria madre
in un corpo a corpo infiammato da rabbia ma anche da disprezzo,
le madri rimuovono “questo perché”
restituendolo alla propria madre
che a sua volta lo riporta sempre più su fino all’inizio,
fino al matricidio che il padre ha commesso
perché non poteva sostenere un altro sguardo,
delle visceri che sapevano popolare la Terra…
e un delitto in famiglia è colpa di tutti
ed è da nascondere
e così quel sangue materno è rimasto indifeso e intriso di vergogna.

Ma la miseria è un’onda
che si risolleva nella cadenza dell’essere,
ricompare nell’affanno del prendere la parola,
nel guardare di sbieco e con sospetto un’altra donna
che più bella più brava ci potrebbe sostituire nella servitù,
miseria è sprofondare nell’esclusione,
in un vuoto senza radici,
miseria è sopportare con la rinuncia la propria illibertà.

Nicoletta Nuzzo

 

opera di Elaine Despins. “SQ1″, 76 x 76 cm / 30 x 30”

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Nike

Afrodite Pina Nuzzo
Non riesco ad inghiottire secoli di patriarcato e neanche a centrarmi sulla mia differenza, per questo patisco stadi di estraneità compatibili con altre estranee come me, posso prendere la forma di oggetti, animali, altre persone, altra parte del Creato che vive senza nome e accado per giorni attraversata dal solo respiro. Poiché non sono smemorata ricomincio a contare i sì e i no, presto ci sarà un altro ordito nel telaio presto lo disferò per un altro intreccio, comparire e scomparire così nel giro di poco non è la mia natura ma è il mio compito di donna che “esercita l’essere” in questo tempo, in questo tratto di vita. Tremo alla vita, è così che germoglio adesso.

Nike

l’oblio mi aiuta a non perdermi in quello che conservo,
abiti di quando ero più magra,
i miei polpacci un po’ grossi,
la testa avvolta di treccine come una Nike,
sono una tavoletta di argilla piena di scrittura
già prima di nascere,
niente è perduto,
quando mi guardi sono talmente intera
che non puoi vedermi tutta,
io stessa mi occulto per poter di volta in volta guardarmi,
davanti al mare mi ritrovo in grandezza
e mi sembra tutto più facile ma poi mi custodisco in piccoli nidi.

Nicoletta Nuzzo

 

immagine di Pina Nuzzo, AFRODITE 2014, carta e acrilico su tela cm 70×100

 
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Pubblicato da su 19/09/2015 in poesia, raccontarsi

 

Sotto pelle

Heather Murray 5
“Siamo così esposti al nulla che abbiamo bisogno che l’essere ci sia donato continuamente”…mi ritorna in mente questa frase mentre i miei margini di controllo si assottigliano sempre più, è un andirivieni di ragioni e di sensazioni anche opposte tra loro, mi arrampico su tutti gli specchi che conosco pur di rassicurarmi “che non si torna indietro” che di strada è stata fatta: se questo basta alla mia consapevolezza “non basta” alla precarietà che ciclicamente si appropria di me. Ogni volta entro in gioco tutta e ruoto su me stessa sempre più vicina alle mie esigenze ultime di senso…anche da questi momenti nasceranno nuovi inizi, ci saranno altri semi da custodire.

Sotto pelle
non mi sono certo fermata
ho continuato a scavare
e poi a togliere la terra dal mio fondo pietroso,
era liscio come le pietre delle strade del mio paese,
antico e irriducibile come loro,
ma se poggio la guancia
sento il caldo di un viscere che non smette di pulsare,
è il desiderio dolente di nascere ancora e ancora,
ma solo la parola può avere un corpo meno fragile del mio
per accogliere questo me fuori misura

Nicoletta Nuzzo

 

immagine Heather Murray

 
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Pubblicato da su 07/09/2015 in poesia, raccontarsi

 

Dita

Valeria Kotsareva

Da quando ho cercato un contatto con la parte più profonda di me mi sono ammalata di una malattia che ha cambiato spesso forma diventando spesso irraccontabile, un vero contrappasso per me che racconto tutto di me. Ho potuto sopportare alcuni miei sintomi soltanto accogliendoli come una struttura narrativa in una diversa autorappresentazione, diversa perché si sottraeva agli stereotipi della mia formazione e ai luoghi comuni predominanti su quello che ci si aspetta da una donna. Sono diventata più emotiva anche se questo è un termine di cui diffido molto perché spesso attribuito alle donne con una connotazione di debolezza che le “riduce” e svalorizza” e riferito a me lo trovo ingeneroso per tutti i predicozzi razionali e la buona volontà che ci metto per essere “brava”. Costruire un proprio spazio vitale comporta non solo ascoltarsi prendendosi cura di sé ma anche vivere una solitudine profonda…spesso sono le malattie che la evidenziano perché privandoci di abitudini ci fanno regredire ad uno stadio primordiale in cui non c’è controllo e la lotta con le forze matrici è impari. Non ci sono più i genitori, il marito, i figli ed il lavoro a dare l’immunità per questa solitudine, bisogna assumersene la responsabilità ed anche se per pochi attimi accettarla, solo così si allenta la morsa.

Dita
ho visto i miei piedi e le mie mani,
steli protesi che tra salite e rientranze
fanno un merletto,
un orlo di gentile pietà
per un corpo in bilico,
adesso il gemito è sordo
e mi prende all’improvviso,
ho sempre paura di non poter rispondere quando mi chiamate,
di non potervi raggiungere in quella stanza,
ma se parlate ad alta voce posso sentirvi anche da qui

Nicoletta Nuzzo

immagine di Valeria Kotsareva

 
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Pubblicato da su 21/08/2015 in poesia, raccontarsi, scrittura

 

La lupa

1958 S. Maria al BagnoEssere disoccupata e fare la casalinga ancora ancora, fare la nonna ancora ancora ma scrivere per sé e per gli altri/e è ancora un tabù come quando Jane Austen scriveva nel soggiorno, stanza di passaggio, quasi a dire “è un passatempo senza bisogno di tanta concentrazione”, Emily Dickinson ha dovuto votarsi all’autoreclusione per mostrare questo suo fare in poesia.

Da alcuni anni mi dedico alla scrittura, è un dovere di fedeltà che ho con me stessa, con le mie inclinazioni e la mia ricerca di verità. Per questo la mia vita si è disciplinata al silenzio, alla lettura, a fare il vuoto dentro di me per “mettermi in ascolto”. Vivere dentro nidi di silenzio da cui nascono le mie poesie richiede solitudine ma anche un’opera di rifondazione di me per rinominare la realtà e questo mi sembra un gesto politico di una donna che vuole trovare la sua essenza, in autenticità al di fuori del senso comune.

Non è facile vivere al di fuori del senso comune, prendere decisioni non predeterminate dal contesto culturale circostante e per questo risultare strana e inclassificabile. Ci vuole un allenamento fisico e mentale che ho potuto esercitare grazie alla selvatichezza ereditata da mia madre, una lupa ferita ma mai addomesticata. Un lavoro intellettuale svolto al di fuori di un contesto ufficiale e quindi in un ambito domestico si trascina la coda di paglia del  “non fare niente” e sono poche  le donne illuminate che riescono a rispecchiarsi in questo lavoro di elaborazione, di autotrascendimento  verso “un ulteriore”.

Mi sembra che la maggior parte delle donne addirittura non perdoni all’altra il prendersi cura di sé, dai predicozzi diffusi rispunta ogni tanto il dovere essere, sembra quasi che senza una posizione sacrificale altruistica non ci possa essere riconoscimento…nel ruolo di vittime a condividere frustrazioni e recriminazioni sì ma quando si alza il tiro sulla propria evoluzione e unicità arriva l’unghiata di chi cerca di moderarti. Non ci sto.

La lupa

distoglievi lo sguardo quasi intimidita
da quel grappolo acceso di vite
che eravamo noi
e che aveva proliferato inarrestabile impietoso da te
quasi un torto alla tua natura racchiusa,
rivedo i tuoi occhi dolenti
di lupa graffiata nella sua acerba libertà,
porto ancora un petto poroso di piume astrali
e sono ancora intoccabile come te

Nicoletta Nuzzo

foto, Lecce, Santa Maria al Bagno,1958, mia madre, le mie sorelle e io

 
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Pubblicato da su 24/05/2015 in raccontarsi, scrittura