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Gli occhi dei fiori

 

In questa nuova raccolta di poesie “Gli occhi dei fiori” (Midgard Editrice 2016) di Federica Ziarelli i fiori effondono e si prolungano fino a noi in parole e sentimenti. E allora anche in forma di haiku ecco sfilare il glicine “di ogni nostalgico bel tempo” come a fasciare con i suoi nastrini color Violetta di Parma le lettere mai spedite; i gigli “una coperta di stelle profumate” per la pietas di un corpo spoglio nell’estrema ora; la rosa  ”Principessa…ma sotto nascondi verde spina che fa lacrime!” nell’altalenare dell’amore. Fiori come semi e petali come miracolo del fiorire e del donarsi e simbolo di una bellezza insostenibile perché mortale come gli esseri umani. “Che sia fame per la mia bocca respinta!” è la sfida di una fervida cercatrice di luce e pace. Il dio si commuove degli umani e della loro ”sottigliezza trasparente/delle ossa” ne fa “disco di petali raggianti”. I fiori ricevono in punta di piedi l’inchino del cielo e intorno a loro il brulicare delle fate, delle ninfe, della pioggia, della vita molteplice e soprannaturale.

Così la poeta Federica Ziarelli musica e ridesta in poesia la Natura anche nelle sue parti più fragili come i fiori, ma anche l’umano in tutta la sua nostalgia struggente dell’Origine. La solitudine sfuma in un’appartenenza carnale, spirituale ed emotiva con l’Essenza. Così lei ci accoglie in un abbraccio iridescente.

Nicoletta Nuzzo

 

In copertina l’illustrazione è di Alba Pasquini

 

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Pubblicato da su 04/07/2017 in incontri, poesia, recensione

 

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Semi di parole

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Quando il corpo della realtà si sgrana e allenta il suo abbraccio, che tante volte nell’infanzia era stato tutt’uno con il corpo della madre, affiora il vuoto e insieme ad esso per fortuna una nuova ricerca di contatto, di fusione. Si acuisce così un sesto senso che lavora per immagini e che per attimi ci porta alla visione, ad altri “momenti d’essere” in cui ogni cosa è inizio e continuazione di un’altra e questo accade anche con la scrittura che dà unità e durata a ciò che era stato interrotto.

Sono tanti i momenti d’essere che Elina Miticocchio narra con i suoi versi nella sua nuova raccolta Semi di parole (Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes, 2015), accanto a lei la voce narrante è quella di una bambina-figlia-madre che le porta protezione con “una innocente memoria” mentre lei stende davanti al vuoto ”un quaderno gualcito, un canto al cospetto del buio”.

La sua parola non si sovrappone alla visione, la continua e l’alimenta nel ricordo perché è forte la meraviglia per la neve, la pioggia, il sole, la gemma di maggio, il vento, le rondini, le nuvole…per tutto ciò  che è il “paesaggio” cui apparteniamo. E’ “tutto vero” e tutto non svanisce per sempre ma ritorna, di questa promessa e consapevolezza  rinnovata si nutrono i versi della poeta, mentre nell’attesa s’innalza la preghiera” Sia luce salata questa parola/semola per cucinare un piatto/per giorni di poco o niente da servire al tavolo

 

                                                                                                      Nicoletta Nuzzo

 

Blog Elina Miticocchio

 

 

 
4 commenti

Pubblicato da su 04/07/2015 in incontri, letture, poesia, recensione

 

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L’innocenza indecente

gracemehandevitoHo letto L’innocenza indecente di Annalisa Fantini (Gruppo Albatros Il Filo, 2009), sedici storie di donne dalla vita spezzata.

Sulla voragine di senso aperta dalla violenza, la voce narrante di Annalisa Fantini posa uno sguardo di pietas, ma anche di comprensione solidale e soprattutto prosciugata da ogni sentimentalismo e vittimismo perché quello che più conta per lei e per chi patisce lo sfregio di una libertà incrinata è la salvezza.

La ricerca della propria salvezza che può essere puro istinto di sopravvivenza gettandosi in un fiume gelato per non incenerirsi con le polveri chimiche lanciate da un aereo di guerra, macchiarsi del sangue del cuore di una lepre nella parte di una donna che reagisce alla catena di prede e predatori predando, nell’innocenza mai perduta di chi costretta alla prostituzione non smette di fuggire.

E fuggire da queste storie di vita di donne violate vorrei anch’io, il cuore mi va in frantumi per niente ed ho paura che quell’orrore possa attecchire su di me, su qualche parte di me che ho sepolto per non esserne sopraffatta, perché disseppellire ciò che mi ha infestato?…eppure mi lascio condurre per mano da Annalisa perché so che se c’è una via di salvezza me la indicherà e capire servirà anche a proteggere e lenire i miei tormenti. Narrare con la  cura, la delicatezza e con infinita pazienza, come fa Annalisa, porta a riprendere ogni filo spezzato e a riannodarlo per non sprofondare nel vuoto di senso.

Ci può essere una nuova trama al posto della lacerazione, nel raccontare un nuovo modo di vedersi ed immaginare un progetto di sé.

Nicoletta Nuzzo

immagine Grace Mehan de Vito

 

 

 

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Dolcissima sapienza

mother and daughter, olga suvorova

“Il grembo è prima di tutto quello materno, in cui si ha la primissima definizione corporea. Ma il principio della corporeità è solo l’inizio della nascita, perché poi nell’arco della propria vita è necessario partorirsi più volte. E perché si avveri la nascita, ci si deve staccare, il distacco che deve avvenire, com’è naturale che sia, dalla Madre di tutte le cose (Mater Matuta) in primis “Non mi sarei staccata da te /se non avessi sentito il primo morso dell’aria sulla pelle”  e poi dalla propria madre naturale, “Lasciami madre/nel desiderio perfetto dell’incompiuto”  per cercare nella differenziazione quella definizione dell’essere che può attuarsi solo nell’affermazione di ciò che non si è. E dopo il “non sono”,  la figlia non più “solo figlia”, esercita l’accadere “Accado insieme al tempo/che mi percuote/ mi morde/diventa mio” e poi la storia che è già divenire nel fiorire dell’ “io sono”: “Fiorirà il sì del mio corpo per abbracciare quello che non fugge e si offre/ e quello che è segreto e timido.”

Così scrive Valentina Meloni sul suo blog nella recensione sul mio libro di poesie Grembo (Rupe Mutevole, Collana Poesia, 2012)

Valentina nel tuo esserci poetico, intenso e pieno di cura ho sempre intuito la possibilità di un incontro con te, con me. In questo tuo scritto  m’incanti  perché ti inoltri con me in questo luogo-non luogo che è Grembo, di premonizione in premonizione e sussulto e promessa su questo terreno aspro e infido per la sua fugacità “ (come scrive Antonella Giacon) dove l’ “io sono” è errante: forte di accadere ma anche fragile nel suo divenire. A volte le tracce che si delineano dal mio sentire sono troppo lievi e rendono incerto il cammino o i solchi antichi sono troppo profondi per non cadere. Eppure il presentimento, la voce nel dire “vai” era balenata da lei, mia madre, stremata dal distacco ma fiera di un’altra nascita per me.

Per attuare, come scrivi tu Valentina, “la maternità “perfetta” che implica una nascita consapevole e responsabile” ci vogliono molte donne-grembo  vicino  a  noi, donne che conoscono l’inquietudine, lo smarrimento del contrarsi ma anche la liberazione del cedere il passo del nascere.  Donne come te che conoscono la fatica e l’ardore di divenire se stesse e la passione per le parole per chiamarsi, per assegnarsi un nome e infine incontrarsi” come tu scrivi.

Tu Valentina riconosci i miei argini-parola, non fai nessuna pressione per spostarli ma ne fai esperienza di sentire di anima e pensiero per condividere la mia solitudine.

Grazie per questa tua dolcissima sapienza.

Nicoletta Nuzzo

l’immagine – madre e figlia – è un’opera di Olga Suvorova

 

 

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