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Ángeles Mastretta

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su Strappami la vita di  Ángeles Mastretta, coordinato dalla scrittrice Tommasina Soraci giovedì 26 aprile 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

Inizia la primavera e come sempre ciò che mi investe per prima, sono i colori che riemergono e si fanno strada lentamente tra il  grigiore anonimo invernale.

Ci sono luoghi del mondo che solo a nominarli evocano immagini peculiari ad essi. Il Messico per me, è una tavolozza di colori primari, senza sfumature, totali.

E i suoi abitanti, gente ugualmente decisa, forte, purtroppo spesso veemente.

Come lo è lei, Ángeles Mastretta, nata a Puebla nel 1949, donna per l’appunto intraprendente, brillante, mai sfumata, sempre assoluta, ben calcata. Dapprima giornalista e poi scrittrice, si è dedicata da sempre a delineare nei suoi romanzi figure di donne perfettamente capaci di decidere per se stesse e per il proprio destino.

Ha vinto nel 1997 il premio  Romùlo Gallegos, per il suo romanzo “Mal d’amore” e ricevuto importanti riconoscimenti per le sue due opere maggiori, le più celebri ed amate dalla critica e dal grande pubblico: “Donne dagli occhi grandi” e “Strappami la vita”.

Quest’ultimo è un romanzo di formazione, che vede come protagonista la bella e vivace Catalina. In età ancora adolescenziale la ragazza, mal consigliata dalla sua ingenuità, sposa Andrès Ascensio, un uomo molto potente e più vecchio di lei, militante dapprima nella Rivoluzione messicana e poi governatore dello stato di Puebla negli anni Trenta del Novecento. Con l’accrescersi delle ricchezze e del prestigio dell’uomo, crescono anche i suoi intrallazzi politici e il numero delle amanti, così Catalina, sola ed insofferente, si lascerà travolgere da una soverchiante passione nei confronti di un affascinante musicista, Carlos Vives, alle note di un profetico bolero dal titolo “Strappami la vita.”

Il romanzo è pervaso in ogni pagina da un profondo senso di levità, che resiste anche nei momenti più forti, nel dramma. Mastretta resta poco partecipe, si tira fuori dagli accadimenti. L’atmosfera giocosa, ironica nella quale Catalina è immessa quindicenne alle prese con il primo innamoramento, continua imperitura anche negli anni della vedovanza, in quelli della presa di coscienza degli errori commessi: “Lo conobbi in un caffè dei portici. Dove altro poteva capitare, se a Puebla tutto succedeva sotto i portici: dai fidanzamenti agli assassinii, come se non ci fosse stato altro posto.” (…) “La vedovanza è lo stato ideale della donna. Si mette il defunto su un altare, si onora la sua memoria ogni volta che è necessario e ci si dedica a quello che non si è potuto fare quando lui era in vita.”(…) “ Come sei brutto da morto, mi irriti con quella faccia. Mi hai sempre irritato con quella faccia. Valla a fare ad un’altra, io ho già abbastanza guai per sopportare la tua espressione di rimprovero. Non vorrai che mi uccida per il dolore.”

E’ l’incontro con Carlos a rappresentare insieme ad un ispessirsi dell’emotività, l’occasione per una crescita psicologica: la bambina che affrontava superficialmente la vita, sta maturando. L’occhio interiore si è svelato, può osservare e comprendere: “Avevo sempre creduto che l’unica cosa necessaria per vivere fosse avere Andrès con me tutti i giorni. Ma quando il mattino seguente invece di uscire di corsa mi annunciò che pensava di rimanere e che avrebbe trasferito il suo ufficio nella nostra biblioteca, avrei voluto farlo sparire. Era come avere un armadio antico in mezzo alla casa, dovunque ti voltassi, lo vedevi.”(…) “Certo che amavo essere amata. Avevo passato tutta la vita a desiderare di essere amata. La sera del concerto, più che mai.” (…) “Io guardavo Carlos. Gli guardavo le spalle e le braccia che andavano e venivano. Gli guardavo le gambe. Lo guardavo come se fosse stato lui la musica.”

Con l’arrivo dell’amore autentico, Catalina immersa in un mondo insonoro, ovattato, conosce la musica, ne è scossa, riportata alla vita. La nuova consapevolezza la indurrà a capire i suoi desideri, ad ascoltarli, alla forza di realizzarli per mezzo della ribellione.

Insieme all’uscita della farfalla dal bozzolo, lo scenario muta, si ingrandisce, è ossigenato, colmo di sensualità e di cromatismi come una tela di Frida Kahlo: (…) “Solo che la musica era qualcosa che si poteva canticchiare, come se gliel’avesse richiesta mio padre.” (…) “Tutta l’orchestra era mio padre che fischiettava la mattina, e io, come ogni volta che lui era presente senza essere lì, che qualcosa mi dava la certezza che le sue parole e i suoi abbracci erano morti e non sarebbero stati niente più che un ricordo, niente più che la cocciutaggine della mia nostalgia, mi misi a piangere singhiozzando fino a fare altrettanto rumore dell’orchestra.” (…) “Il bagno era il mio angolo preferito, era lì che mi rifugiavo per stare sola. Ricordo il mio corpo di allora dentro l’acqua calda, tra le piante, supino, con la testa a mollo e la faccia fuori, a veder passare le nuvole dal pezzo di cielo contenuto nei vetri del lucernario”. “E adesso che faccio?”, dissi come se ci fosse stata una confidente nella vasca con me. “Posso scappar via di corsa. Lasciare il generale con i figli e tutto, la vasca, le violette, il conto corrente che non si esaurisce mai. Voglio andare con Carlos.”

Ed è questo che porta forse i colori della primavera a vincere la battaglia contro le fosche tinte dell’inverno: un tenace ribellarsi ad esse per emergere. Per fare ciò che è nella loro natura: scrollarsi di dosso l’oscuro e brillare.

 

BIBLIOGRAFIA: Ángeles Mastretta, Strappami la vita, 2005, Giunti Editore.

 

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Pubblicato da su 28/09/2018 in recensione

 

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Donne del mondo: Fumiko Enchi 


 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura ‘Donne del mondo’ su ‘Onnazaka, Il sentiero nell’ombra’ di Fumiko Enchi (1905 -1986), coordinato da Laura Valenzano lettrice, mercoledì 30 maggio 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

E’ stato grazie ad un’amicizia, di quelle autentiche, avvolgenti, che si stringono tra donne se ho potuto conoscere ed amare il Giappone.

Immagini leggiadre, profondamente raffinate, di una delicatezza tutta speciale mi sovvengono quando penso a Sanae perché è stata lei ad infonderle nella mia mente. Fiori di ciliegio dunque, a profusione, rosati e impalpabili, e templi, scale per raggiungerli; stuoie dove sedersi, canne di bambù, terme all’aperto, laghetti coperti da fiori di loto, i perfetti salti delle rane, la luna piena sopra Kyoto; le acconciature scultoree delle geisha, le preziosa cerimonia del the. Il Giappone è eleganza, minimalismo, attenzione al dettaglio, un fluttuare poetico di ogni cosa.

La letteratura nipponica è pregna di grandi scrittori e scrittrici, che descrivono questo mondo con la grazia con cui si dipinge un acquerello.

Con la stessa grazia, la filosofa e lettrice Laura, ci ha presentato una delle più grandi romanziere giapponesi: Fumiko Enchi.

Nata da una famiglia colta e molto ricca, prendendo ispirazione dalla vicinanza di una nonna appassionata di lettere e teatro, si avvicina alla scrittura.

La sua carriera letteraria prende inizio nel 1926 e la porterà ben presto ad ottenere importanti riconoscimenti.

Attraverso la sua scrittura ha descritto quella che per secoli nella società giapponese è stata la condizione della donna, costretta da una morale rigida e ottusa alla repressione delle proprie aspirazioni. I suoi romanzi invitano le donne a prendere coscienza di se stesse ed a lottare per ottenere libertà e indipendenza.

Tra le sue opere più importanti, del 1953 “I giorni della fame”; del 1958 “Maschere di donna”; del 1965 “Le false sciamane”; del 1976 “I colori della nebbia”.

ONNAZAKA (Sentiero nell’ombra) risale all’anno 1958 ed è probabilmente la sua opera migliore, la più grande, quella maggiormente apprezzata anche dalla critica, e vincitrice del premio letterario Noma.

Onnazaka è la strada secondaria che conduce al santuario shinto, tradizionalmente riservata alle donne. E’ un percorso angusto, nascosto, un sentiero, appunto, “nell’ombra”. In Fumiko Enchi diviene immediatamente triste metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale: protagonista della vicenda è Tomo, una donna nata verso la fine del periodo Edo, costretta ad accettare il ruolo di sottomissione assegnatole dalla società patriarcale. Moglie di un ricco e rispettato funzionario del governo, non solo è obbligata a subire i numerosi tradimenti del marito, ma anche ad accogliere nella propria casa le sue concubine ed addirittura, le verrà assegnato il compito straziante di sceglierne lei stessa una “adatta” a lui.

(…) “Le pareva un’infamia. Concedere ad un uomo che aveva provato ogni genere di piacere, più vecchio di due dozzine di anni, una fanciulla che avrebbe voluto continuare a giocare con le bambole.” (…) “Perché mai aveva dovuto piegarsi a commettere un’azione da mercante di schiavi, così crudele?”

Tomo cova nel profondo un terribile rancore che all’avvicinarsi della morte sfogherà in un grido di rabbia e di liberazione: (…) “ il suo sguardo era vivido e brillante d’eccitazione. Traboccava di un sentimento così intenso da non sembrare più lo stesso sguardo grigio e placido che di solito pareva riposare sotto le palpebre pesanti, semichiuse”

(…) Aveva ricevuto su di sé il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni: un grido che aveva prodotto un’eco tanto forte, da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo.”

Alla figura di Tomo ispirata alla nonna dell’autrice, si affianca quella della prima concubina del capofamiglia, Suga, che a tratti, nella narrazione, assume un ruolo centrale. E’ una creatura splendida e malinconica, arresa, venduta a quindici anni dalla madre e che a differenza di Tomo non ha quindi scelto di entrare nella famiglia Shirakawa: “(…) Era alta per la sua età, la pelle candida come carta, i capelli folti con riflessi color lapislazzulo le incorniciavano il volto candido, nel quale sopracciglia e occhi risaltavano come se fosse stata truccata per il palcoscenico.” (…)” In contrasto con la vistosa bellezza del volto, Suga aveva un carattere riservato. Non amava molto esibirsi. Era come se avesse appreso l’arte dell’intrattenimento solo per compiacere i genitori.”

La seconda concubina con la quale Suga instaurerà un commuovente rapporto di solidarietà, è Yumi, alta, lo stile da amazzone ed il colorito olivastro come un giovane attore; ed infine incontriamo Miya l’ultima concubina, una bambolina di otto figli, che morirà giovanissima e che sarà protagonista di una relazione incestuosa, altro dolore immenso per Tomo. Poi c’è Etsuko, figlia della coppia, una ragazza pura ed ingenua, teneramente amata dalla madre ed anch’essa  personaggio fortemente positivo per come si porrà in maniera accogliente nei confronti delle giovani cortigiane: (…) “la più felice sembrava essere Etsuko, che seguiva come un’ombra Suga, esultando: “Che bella! Che bella!”

Risulta dunque totalmente chiaro che il progetto di Enchi era mettere in luce le figure che in quell’epoca rimanevano nell’ombra autoritaria e sgraziata dell’uomo, ed a dare loro voce con tutta l’incommensurabile forza e passione che nei secoli queste donne non hanno potuto buttare fuori, aprire, esternare, far scrosciare, estendersi. La scrittrice fa questo avvalendosi di una lingua limpida, piana, disciplinata, straordinariamente sofisticata ed introspettiva, spesso animata da morbidi colori: (…) “scorgeva Suga ed Etsuko ferme una davanti all’altra, sotto le foglie verdi di una pergola dentellata di viti. L’ombra delle foglie d’uva attraverso cui filtravano i raggi del sole, dava riflessi verdi al candido viso di Suga”, altre volte più audace, volta a descrivere con veemenza i sentimenti, i pensieri, i desideri di questo regno muliebre, castigato e recintato e troppo troppo bramoso di sortire dalle barriere e fiorire, come un bocciolo di ciliegio.

BIBLIOGRAFIA: Fumiko Enchi “Onnazaka”, Safarà editore, 2017.

nella foto Fumiko Enchi

 

 
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Pubblicato da su 13/07/2018 in incontri, letture, recensione

 

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Nicoletta Nuzzo: le parole di confine nella notte che arriva

 

Recensione di Sebastiano Aglieco per AMATA VOCE, Rupe Mutevole 2014

Questo libro di Nicoletta Nuzzo ci suggerisce subito, a una prima lettura, la presenza di un allontanamento, di un parlare non vicini, di un parlare da due tempi non perfettamente coincidenti. Il titolo fa riferimento proprio alla voce e costituisce, già per sé, la dichiarazione di una dedica affettuosa: “amata voce”. (LEGGI TUTTO)

 
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Pubblicato da su 17/06/2018 in incontri, recensione

 

OmbraLuce

I racconti di OmbraLuce (Rupe Mutevole 2018) della scrittrice Cristina del Torchio racchiudono “momenti di essere” nel rivelarsi dell’umano in accordo con l’Intero. La voce narrante femminile porta un Sé non addomesticabile ma appassionato di vita tutta da declinare secondo la propria unica realtà anche visionaria. E così nell’elaborazione della propria esperienza si forma un codice materno di conoscenza che arriva come dono per affrontare “la grande tristezza” quando arriverà.

La scrittura di Cristina del Torchio ha la sensibilità di chi conosce la cura di sé come atto di libertà verso un io che non si lascia moderare ma emana dalla propria intima essenza. E’ così possibile quella ”casa interiore” che ci permette di rimanere fedeli a noi stesse anche in situazioni di cattività. Non basta vivere per fare esperienza ma bisogna divenire. Ed evolversi è un compito che può dare un senso alla fatica di vivere.

Le protagoniste dei racconti sono donne appassionate e consapevoli che non si sottraggono al rischio di un sentiero scomodo e tutto da esplorare. “L’ombra di un aereo, oppure i profumi e i sapori: anche quelli ti accompagneranno per tutti gli strati della vita (avevo pensato mentre si allontanava). Quando la grande tristezza ti raggiungerà, saprai contrastarla? Saprai parlarle e dissolverla per illuminare tutte le nebbie del mondo? Alla fine voglio pensare che sì, ci riuscirai (ma a quale prezzo?) e farai prevalere lo strato di vita che conterà più di tutti gli altri.”  (Da OmbraLuce)

                                                                                         Nicoletta Nuzzo

 
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Pubblicato da su 23/04/2018 in recensione

 

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“…tremore e incanto…”

Giusi Ambrosio su  Eccesso di luna

La raccolta poetica di Nicoletta Nuzzo potrebbe essere anche letta come la luna e le maree.

Nella scrittura emergono dal  profondo sabbioso della memoria e si mescolano i granelli, i ciottoli levigati, i sassi taglienti, le pietre colorate. Si avvolgono le parole in un turbinio di onde piccole e grandi in un continuo andare e ritornare del diverso e dell’uguale.

L’apertura di senso non chiede graficamente una iniziale maiuscola e spesso neanche un finale punto fermo. Scelta editoriale o caso non saprei ma senso dell’attesa sempre, l’inizio che non è un principio, il termine che non è chiusura.

“ogni granello torna a ripetere l’andata e il ritorno/ i passi li conosco a memoria/ la strada mi è sconosciuta”

La figura poetica dell’Autrice si colora con grande efficacia descrittiva  al pensiero di una remota attesa   con ” vesto il mio abito giallo/ e con la prima scollatura da signorina”.

Tremore e incanto sorreggono lo sguardo che illumina un futuro ancora possibile “mi scolpirò paziente per il sale di un’altra primavera”.

La poesia di Nicoletta ha la forza di una grande sofferta femminile bellezza. Teniamola stretta.

 

immagine di pina nuzzo,  eccesso di luna 1988

 
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Pubblicato da su 26/02/2018 in recensione

 

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