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Archivi categoria: riconoscimenti

“…m’insegnerà la necessità in cui sono”

Akiko Suzuki 

“Ma come imparerò? Chi mi insegnerà? La risposta è semplice: m’insegnerà la necessità in cui sono”. Luisa Muraro, filosofa 

Nel periodo marzo-giugno 2014 mi sono presa cura di un corso di poesia presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia. Il titolo del Corso era “Poesia come percorso d’identità”, poesia dunque intesa non come un’esercitazione estetica ma come un’alleata capace di identificare e mettere in dialogo le varie parti di noi.

C’è stato uno spazio durante gli incontri dedicato alla scrittura ma era solo un primo impatto, che si poteva svolgere in poesia ma anche in prosa, l’obiettivo è stato quello di dissodare il proprio humus. Per far questo non poteva bastare l’ora e mezzo di ogni incontro ma si sono potute seminare suggestioni, tracce, pensieri-limite che hanno innescato un processo che è continuato dopo ogni lezione e che ha coinvolto me e il gruppo in un viaggio poetico ed esistenziale. Di questo viaggio ho raccolto qui di seguito gli scritti poetici che mi sono pervenuti dal gruppo.

Ringrazio il gruppo per la sua disponibilità emotiva ed intellettuale ad intraprendere questo percorso mettendosi in ascolto profondo con me e con se stessi/e.

Uno speciale grazie a Sandra Fuccelli della Biblioteca di San Matteo degli Armeni per aver “visto”, sostenuto ed incoraggiato questa esperienza così intensa.

La raccolta delle poesie del Corso porta con sé la forza e l’augurio di condividere un po’ dell’”anima” di quei pomeriggi in cui il tempo sembrava sospeso…

Nicoletta Nuzzo

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immagine di Akiko Suzuki

 

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Per filo e per segno 

christian-schloe-new-natureSulla poesia di Elina Miticocchio,  Per filo & per segno (edizioni Terra d’ulivi 2014)

Tessere è fare di più filamenti un unico filo che possa estrarre dal vuoto una trama che ci protegga dentro ad un ordine. Ma per la poeta Elina Miticocchio quest’ordine è quasi un disegno onirico che, se rapprende le paure di notte, svanisce di giorno, perché “ritorna il cuore alle stanze del cielo/ all’infinito corpo che in cerchio navighiamo”.

E a muovere questo “infinito corpo” sembra esserci “un debolissimo levarsi delle onde”, un soffio, impercettibile come il respiro, fragile ma potente nell’essere della vita.

Per tutto il libro la parola crea un silenzio fortissimo proprio per ascoltare e non fermare questo soffio che rimbalza fin dall’infanzia “lunga una conchiglia/soffiata in cantilena da mia madre”.

Il corpo di Elina sembra materia sognante che diventa mare “Mi spunta in testa il mare”, diventa albero “sulla mano ho scritto/ non appena leggerai sarai ramo.”, diventa “mani bambine” che accolgono “preghiere candide”.

Nicoletta Nuzzo

 

La lettera mai
aperta scivola dall’arco
dell’occhio sta alla finestra
il buio di un dialogo
profondo il segreto è tragitto e dondola
parole le emerge dal bianco
di gelso angeli con le ali spezzate
in punta di penna trascrivono i passi
di gesso il vuoto in me s’arrende
un pieno di rosso
disegna le voci noi recitanti amore
di vetro abbiamo contato le stelle
tra i capelli giorni fini sottili fili dispersi
soffiando il respiro oltre il secchio di fuoco
scalzi infiniti.

(dalla sezione: tra fogli-e frammenti i nodi dei fili, p. 20)

Il dipinto è di Christian Schloe

 
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Pubblicato da su 05/09/2014 in incontri, letture, poesia, riconoscimenti

 

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Dolcissima sapienza

mother and daughter, olga suvorova

“Il grembo è prima di tutto quello materno, in cui si ha la primissima definizione corporea. Ma il principio della corporeità è solo l’inizio della nascita, perché poi nell’arco della propria vita è necessario partorirsi più volte. E perché si avveri la nascita, ci si deve staccare, il distacco che deve avvenire, com’è naturale che sia, dalla Madre di tutte le cose (Mater Matuta) in primis “Non mi sarei staccata da te /se non avessi sentito il primo morso dell’aria sulla pelle”  e poi dalla propria madre naturale, “Lasciami madre/nel desiderio perfetto dell’incompiuto”  per cercare nella differenziazione quella definizione dell’essere che può attuarsi solo nell’affermazione di ciò che non si è. E dopo il “non sono”,  la figlia non più “solo figlia”, esercita l’accadere “Accado insieme al tempo/che mi percuote/ mi morde/diventa mio” e poi la storia che è già divenire nel fiorire dell’ “io sono”: “Fiorirà il sì del mio corpo per abbracciare quello che non fugge e si offre/ e quello che è segreto e timido.”

Così scrive Valentina Meloni sul suo blog nella recensione sul mio libro di poesie Grembo (Rupe Mutevole, Collana Poesia, 2012)

Valentina nel tuo esserci poetico, intenso e pieno di cura ho sempre intuito la possibilità di un incontro con te, con me. In questo tuo scritto  m’incanti  perché ti inoltri con me in questo luogo-non luogo che è Grembo, di premonizione in premonizione e sussulto e promessa su questo terreno aspro e infido per la sua fugacità “ (come scrive Antonella Giacon) dove l’ “io sono” è errante: forte di accadere ma anche fragile nel suo divenire. A volte le tracce che si delineano dal mio sentire sono troppo lievi e rendono incerto il cammino o i solchi antichi sono troppo profondi per non cadere. Eppure il presentimento, la voce nel dire “vai” era balenata da lei, mia madre, stremata dal distacco ma fiera di un’altra nascita per me.

Per attuare, come scrivi tu Valentina, “la maternità “perfetta” che implica una nascita consapevole e responsabile” ci vogliono molte donne-grembo  vicino  a  noi, donne che conoscono l’inquietudine, lo smarrimento del contrarsi ma anche la liberazione del cedere il passo del nascere.  Donne come te che conoscono la fatica e l’ardore di divenire se stesse e la passione per le parole per chiamarsi, per assegnarsi un nome e infine incontrarsi” come tu scrivi.

Tu Valentina riconosci i miei argini-parola, non fai nessuna pressione per spostarli ma ne fai esperienza di sentire di anima e pensiero per condividere la mia solitudine.

Grazie per questa tua dolcissima sapienza.

Nicoletta Nuzzo

l’immagine – madre e figlia – è un’opera di Olga Suvorova

 

 

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La caduta

DubaiPearls, megan roodenrys 1968

“La perdita della mia integrità fisica ha significato uno scivolamento in me stessa e nella mia presenza che mai avevo vissuto. Il mio corpo inascoltato mi ha fermato prima della consunzione, c’erano radici da recuperare perché tutto il resto potesse essere sostenuto e le radici erano il legame con la mia madre fisica e la mia madre simbolica. Stavo indagando su questo quando il mio corpo ha deciso che non poteva più sostenermi.

L’esperienza del dolore non è mai necessaria però insegna. Immette gradualità, ridimensiona, dilata, regola l’accettazione. Riporta il ritmo dello scorrere naturale dell’universo nel corpo. Prima della coscienza, nell’essere.”(Sara Pollice)

Leggo su Laboratorio Donnae questo scritto di Sara Pollice, non la conosco di persona ma le sue parole mi portano vicino a lei, mi interessano, mi riguardano, danno voce ad una fatica spesso invisibile e vissuta come una colpa personale e che è invece l’attrito, lo stridore, l’incrinarsi nell’ attraversare tanti strati di un immaginario popolato da fantasmi.

Quei fantasmi sono la mia zavorra un mondo di cartapesta che fa la sua figura di notte e mi fa sentire infantile anche di giorno. E allora penso che bisogna fare in fretta, molto in fretta e invece no…c’è un corpo che non sempre riesce a sostenerci, che cade e ci fa perdere quell’equilibrio che è tutto da cercare, cos’è un corpo che tradisce? O un corpo che ci protegge dalla sovraesposizione, dal nostro furore autodistruttivo per quanto liberatorio possa apparire?

C’è un‘intelligenza nell’essere che si muove prima della coscienza e che quando ci paralizza o ci fa perdere l’integrità fisica può sembrare minaccia ma è regolazione e gradualità come Sara scrive con preziosa e illuminante efficacia.

C’è un lavoro di trascrizione di ciò che dimora nella nostra  profondità che richiede tempo, molto più tempo di quanto con l’efficienza della ragione pensiamo, portare alla luce parti di sé occultate dall’educazione e dalla storia  è un’opera di archeologia minuziosa e paziente.

Nicoletta Nuzzo

 

La caduta

il fervore ha scavato i miei pori,

le parole sono passate

ed hanno dispiegato e teso i miei nervi,

me ne ero accorta dal rumore di vento delle vene,

ma non potevo fermarmi

adesso che la tempesta era uscita dal bicchiere,

quando sono caduta ero in punta di piedi sulla soglia

e il cibo mi sfiorava appena una gola contratta

da un presente infiammato e senza scuse

(Nicoletta Nuzzo)

immagine di Megan Roodenrys 1968

 

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“La raccolta si condensa come una preghiera alla Madre”

Catrin Arno

Giusi Ambrosio su “Grembo”

Un lettura emozionante e mai conclusa.

Sono tante le suggestioni e i pensieri tra la forza delle immagini e la profondità delle parole che difficilmente la lettura può considerarsi definitiva; è una porta che si apre su uno scenario di nodi, di voli, di occhi, di mani, un grembo come universo.” il ventre speziato della luna”, “l’occhio specchiato del gatto”, “la macchina da cucire”, “il fiore nel bicchiere sul tavolo di cucina”,” eppoi brulicava quel sangue anche discreto”.

Eppure qualcosa di ancora non detto o meglio di non rivelato lascia in una inquietudine difficile da definire. E’ la dimensione dell’esistere che Nicoletta cerca e costruisce mediante una narrazione che s’interrompe per pudicizia, per eccesso d’amore, per timore di smarrimento.

A me pare che Nicoletta ci mostri il suo essere su una soglia, tesa all’abisso e sorretta dalla fedeltà alla Terra.

La verità del pensiero poetico si rivela nella materialità e concretezza dei riferimenti, ma  in uno stato di sospensione della veglia nel tempo lucido e magico che precede l’abbandono al sonno.

La raccolta si condensa come una preghiera alla Madre, alle madri, alla possibilità di essere al mondo tra inganni e tradimenti, tra fughe e rimpianti. Sono una donna, come essere donna?

“mio cielo, specchiera del mondo…” raggiunge il sublime.

(da Mio cielo: “Mio cielo/ specchiera del mondo/ quante cose mi hai nascosto/ mentre io ingenua mi agitavo nella febbre dei miei enigmi/ non avevo mai risposte da te/ solo le mie domande che tornavano indietro/ ancora più estranee ed impenetrabili/ per l’odore selvatico di aria aperta,/ ti chiedo adesso una pioggia  leggera/ che mi riporti dentro ad un grembo a dormire.”)

Un grazie di cuore cara Nicoletta per questa tua voce profonda e colorata, un abbraccio Giusi

 

l’immagine è un’opera di Catrin Arno

 
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Pubblicato da su 17/01/2014 in incontri, letture, poesia, riconoscimenti

 

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