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Archivi categoria: scrittura

Dita

Valeria Kotsareva

Da quando ho cercato un contatto con la parte più profonda di me mi sono ammalata di una malattia che ha cambiato spesso forma diventando spesso irraccontabile, un vero contrappasso per me che racconto tutto di me. Ho potuto sopportare alcuni miei sintomi soltanto accogliendoli come una struttura narrativa in una diversa autorappresentazione, diversa perché si sottraeva agli stereotipi della mia formazione e ai luoghi comuni predominanti su quello che ci si aspetta da una donna. Sono diventata più emotiva anche se questo è un termine di cui diffido molto perché spesso attribuito alle donne con una connotazione di debolezza che le “riduce” e svalorizza” e riferito a me lo trovo ingeneroso per tutti i predicozzi razionali e la buona volontà che ci metto per essere “brava”. Costruire un proprio spazio vitale comporta non solo ascoltarsi prendendosi cura di sé ma anche vivere una solitudine profonda…spesso sono le malattie che la evidenziano perché privandoci di abitudini ci fanno regredire ad uno stadio primordiale in cui non c’è controllo e la lotta con le forze matrici è impari. Non ci sono più i genitori, il marito, i figli ed il lavoro a dare l’immunità per questa solitudine, bisogna assumersene la responsabilità ed anche se per pochi attimi accettarla, solo così si allenta la morsa.

Dita
ho visto i miei piedi e le mie mani,
steli protesi che tra salite e rientranze
fanno un merletto,
un orlo di gentile pietà
per un corpo in bilico,
adesso il gemito è sordo
e mi prende all’improvviso,
ho sempre paura di non poter rispondere quando mi chiamate,
di non potervi raggiungere in quella stanza,
ma se parlate ad alta voce posso sentirvi anche da qui

Nicoletta Nuzzo

immagine di Valeria Kotsareva

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Pubblicato da su 21/08/2015 in poesia, raccontarsi, scrittura

 

La lupa

1958 S. Maria al BagnoEssere disoccupata e fare la casalinga ancora ancora, fare la nonna ancora ancora ma scrivere per sé e per gli altri/e è ancora un tabù come quando Jane Austen scriveva nel soggiorno, stanza di passaggio, quasi a dire “è un passatempo senza bisogno di tanta concentrazione”, Emily Dickinson ha dovuto votarsi all’autoreclusione per mostrare questo suo fare in poesia.

Da alcuni anni mi dedico alla scrittura, è un dovere di fedeltà che ho con me stessa, con le mie inclinazioni e la mia ricerca di verità. Per questo la mia vita si è disciplinata al silenzio, alla lettura, a fare il vuoto dentro di me per “mettermi in ascolto”. Vivere dentro nidi di silenzio da cui nascono le mie poesie richiede solitudine ma anche un’opera di rifondazione di me per rinominare la realtà e questo mi sembra un gesto politico di una donna che vuole trovare la sua essenza, in autenticità al di fuori del senso comune.

Non è facile vivere al di fuori del senso comune, prendere decisioni non predeterminate dal contesto culturale circostante e per questo risultare strana e inclassificabile. Ci vuole un allenamento fisico e mentale che ho potuto esercitare grazie alla selvatichezza ereditata da mia madre, una lupa ferita ma mai addomesticata. Un lavoro intellettuale svolto al di fuori di un contesto ufficiale e quindi in un ambito domestico si trascina la coda di paglia del  “non fare niente” e sono poche  le donne illuminate che riescono a rispecchiarsi in questo lavoro di elaborazione, di autotrascendimento  verso “un ulteriore”.

Mi sembra che la maggior parte delle donne addirittura non perdoni all’altra il prendersi cura di sé, dai predicozzi diffusi rispunta ogni tanto il dovere essere, sembra quasi che senza una posizione sacrificale altruistica non ci possa essere riconoscimento…nel ruolo di vittime a condividere frustrazioni e recriminazioni sì ma quando si alza il tiro sulla propria evoluzione e unicità arriva l’unghiata di chi cerca di moderarti. Non ci sto.

La lupa

distoglievi lo sguardo quasi intimidita
da quel grappolo acceso di vite
che eravamo noi
e che aveva proliferato inarrestabile impietoso da te
quasi un torto alla tua natura racchiusa,
rivedo i tuoi occhi dolenti
di lupa graffiata nella sua acerba libertà,
porto ancora un petto poroso di piume astrali
e sono ancora intoccabile come te

Nicoletta Nuzzo

foto, Lecce, Santa Maria al Bagno,1958, mia madre, le mie sorelle e io

 
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Pubblicato da su 24/05/2015 in raccontarsi, scrittura

 

L’innocenza indecente

gracemehandevitoHo letto L’innocenza indecente di Annalisa Fantini (Gruppo Albatros Il Filo, 2009), sedici storie di donne dalla vita spezzata.

Sulla voragine di senso aperta dalla violenza, la voce narrante di Annalisa Fantini posa uno sguardo di pietas, ma anche di comprensione solidale e soprattutto prosciugata da ogni sentimentalismo e vittimismo perché quello che più conta per lei e per chi patisce lo sfregio di una libertà incrinata è la salvezza.

La ricerca della propria salvezza che può essere puro istinto di sopravvivenza gettandosi in un fiume gelato per non incenerirsi con le polveri chimiche lanciate da un aereo di guerra, macchiarsi del sangue del cuore di una lepre nella parte di una donna che reagisce alla catena di prede e predatori predando, nell’innocenza mai perduta di chi costretta alla prostituzione non smette di fuggire.

E fuggire da queste storie di vita di donne violate vorrei anch’io, il cuore mi va in frantumi per niente ed ho paura che quell’orrore possa attecchire su di me, su qualche parte di me che ho sepolto per non esserne sopraffatta, perché disseppellire ciò che mi ha infestato?…eppure mi lascio condurre per mano da Annalisa perché so che se c’è una via di salvezza me la indicherà e capire servirà anche a proteggere e lenire i miei tormenti. Narrare con la  cura, la delicatezza e con infinita pazienza, come fa Annalisa, porta a riprendere ogni filo spezzato e a riannodarlo per non sprofondare nel vuoto di senso.

Ci può essere una nuova trama al posto della lacerazione, nel raccontare un nuovo modo di vedersi ed immaginare un progetto di sé.

Nicoletta Nuzzo

immagine Grace Mehan de Vito

 

 

 

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La mia parte di gioia

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Per il ciclo DAL LIBRO AL CINEMA “Percorsi letterari dalla Biblioteca San Matteo al Cinema Sant’Angelo” il 19 marzo, a Perugia, ho presentato Alda Merini e Goliarda Sapienza.

Parlare di queste due autrici mi emoziona, perché è struggente la loro passione ed il loro sogno di essere. C’è nella loro vita e scrittura sofferenza ma anche la consapevolezza di avere diritto alla propria identità, ad un’esistenza simbolica che non è quella di essere oggetto dell’unico immaginario dominante maschile, ma rivelazione ed espressione  di propri simboli.

Le donne hanno bisogno di parole, di un simbolico conforme all’esperienza femminile
e penso che una donna debba poter parlare di sé senza passare necessariamente attraverso l’immaginario maschile. La scrittura risente dei corpi. Lo stare dentro un corpo di donna non può essere indifferente nella scelta della forma e dei temi da esprimere.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali…”(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)

La ricerca di identità di Goliarda Sapienza è profonda e si spinge fino all’affrancarsi dalle convenzioni di un codice linguistico maschile che lei cerca di declinare anche al femminile.

Si tratta di due autrici non addomesticabili che hanno l’ambizione di vivere come persone libere, fuori dalle regole e dai ruoli imposti, ma vivere così significa diventare imprudenti, esporsi allo scherno e all’invisibilità, significa vivere come  funambole sul filo impervio e non lineare delle contraddizioni e dell’ambiguità. Si vive in bilico, tra smottamenti e risalite ma con la consapevolezza che la nostra esistenza  è continuamente rinno­vabile proprio  come la rifioritura di una pianta.

                                                   Nicoletta Nuzzo

immagine di Anne Redpath

 

 
 

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