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Amata voce

amata voce

 

Amata voce, Rupe Mutevole 2014, Collana Poesia,

Chiamatemi, per favore, coi miei veri nomi, introduzione di Antonella Giacon 

Tutte le volte che mi viene chiesto di scrivere su un libro di poesie vengo presa da una sorta di panico. E’ difficile entrare in una materia così delicata e al tempo stesso così vicina alla corporeità per la permanenza del soffio vitale di chi l’ha creata, i rischi di interpretare troppo o di non cogliere l’essenza sono in agguato a ogni passo, perciò mi capita di chiedere aiuto ad altri libri, ad altri poeti, affinché  possano farmi da guida in questo non facile percorso. E la prima lettura di “Amata voce” mi ha riportato alle  parole del maestro Zen,  Thich Nhat Hanh:

Chiamatemi, per favore, coi miei veri nomi,
Che io possa udire subito tutti i miei pianti e le mie risa,
Che io possa vedere come unica cosa la mia gioia e il mio dolore.

Che questi versi possano accompagnarci nel tragitto e renderlo lieve.

Con quest’ultimo libro di Nicoletta di nuovo ho sentito il solito timore, e ancor di più perché mi era già capitato di recensire i suoi libri precedenti. Questo fatto non diminuisce il rischio, ma lo aumenta perché la familiarità richiede di andare sempre più a fondo, di inoltrarsi, come fa l’autrice, nella sua materia poetica fatta, come dice lei, di due unità coabitanti nella loro, almeno all’apparenza, irriducibile alterità (in Che tu sia per me il coltello: Non c’è modo di separarci,/io e lei viviamo due vite nello stesso corpo,/io prendo la testa,/è quasi cielo,/è chioma d’albero,/seme e frutto,/(…)lei si prende il resto del corpo,/mani, pancia, gambe e piedi,/terra e corpuscoli di materia sotto le unghie,/radice che penetra nell’oscurità,/scorza del tronco incallita,/visceri rossi traboccanti,/(…)). Il sopra e il sotto, il dentro e il fuori, il leggero e il pesante, l’oscuro e il luminoso, il silenzio e il suono.

Ecco come da questo avvincente e tumultuoso contrasto nasce la prima parte della raccolta: Che sarà di noi /che siamo scappati dal guscio che trae il suo titolo dalla prima poesia che ci accoglie (Che sarà di noi/che siamo scappati dal guscio/per diventare vivi/mentre il respiro si spande/in quel che è troppo breve//). Qui ha inizio il nostro cammino sulla terra, qui ha inizio il tempo e la percezione del limite attraverso il continuo farsi di inspirazione ed espirazione, qui l’esserci inizia con il vagito e il pianto come primo segnale di appartenenza al mondo (Il Principio: essere gettata fuori dal Cielo,/stare come un sonoro che geme/gravida del patto da stringere con la Terra.//). Ma la nascita è solo un inizio apparente, in realtà essa è risultato di un coagularsi di generazioni che segnano da subito il percorso dell’individuo (in Transito: Sono responsabile./Cioè sto rispondendo di qualcosa,/è grandine più forte di me,/è come un destino,/non ne sono colpevole ma mi riguarda,/ è il male degli antenati,/(…)). Da questo marchio impresso al principio è possibile riscattarsi attraverso una ricerca che coinvolge tutto l’essere, l’individuazione delle parole, che al tempo stesso sono via di fuga e portatrici di trasformazione (in Sabbia: (…) e allora cerco segni di innocenza/ numeri capaci di perfezione/parole capaci di salvezza//).

Come nel libro precedente di Nicoletta, “Grembo”(Rupe Mutevole 2012, Collana Poesia), le strategie di occultamento dal dolore, nato insieme alla vita,  e dalla dispersione sono molteplici (Presente: Quello che mi accade è tanto veloce/che io devo inseguirlo/ma arrivo tardi/e allora ho bisogno di un focolare,/anche un angolo,/anche un breve tratto di stoffa/dove accucciarmi/e fissare qualcosa che mi aiuti a ricordare//).

Conquistare se stessi è un’operazione dura e delicata in cui riuscire a guardare il passato richiede cautela e infinita pazienza (Prende tempo: Prende tempo/e poi mi appare quello che accade/lo vedo e lo ricordo/lo vedo e lo dimentico/adesso è solo un piccolo tratto senza confine/che si aggiunge alla lunga spirale che mi avvolge//). E forse le parole sono davvero le impronte attraverso le quali ritrovare la strada di casa per quanto esse nascondano al loro interno una carica di estrema pericolosità: servono a individuarsi, ma al tempo stesso a separarsi (In faccia: se non fossi l’uccellino che sono/poggiato di pena e oblio su zampe filiformi/ti griderei in faccia tutta la mia rabbia/con un solo nome io io io//). Con la separazione giunge la paura, una paura che si nutre dell’informe e dell’indistinto (Spirale: io aspetto/e faccio cose che conosco,/ascolto voci che conosco,/cerco di non spaventarmi/e di trovare gli occhi di questo nulla./Aspetto/e faccio cose mute/come stare davanti al mare/o accarezzare un gatto/).

Le parole, semplici, essenziali, vengono per così dire, estratte e rese materia attraverso la forma tipica dell’haiku scandagliando il susseguirsi elementare e rassicurante delle stagioni. Siamo giunti alla brevissima seconda sezione Orologio vivente, del nostro viaggio nel libro.

Ci attende ora la terza e ultima sezione: Amata voce/riprendi la cura. La parola non è fine a se stessa, è come ho già detto, veicolo del ricordo, traccia di fisicità che ricollega al passato, ma anche forma del contatto e dell’incontro (Due: Adesso vengo a dirti/che ho ricevuto anche quando ho perso,/il respiro si era interrotto/e rombava nelle orecchie/fermo inquieto e senza pace,/il tempo di diventare due/ed il soffio mi ha di nuovo riempita/in questo nuovo molteplice nome che sono//).

E’ proprio questo, secondo me il tratto distintivo di questo libro: l’esistere non è più un’opzione, così come ci aveva fatto intravedere la conclusione di “Grembo”(nell’ultimo verso di questa raccolta Nicoletta diceva: “Forse sto vivendo.”), ma è una sicurezza rappresentata dal ritrovamento del suo senso (in Dolore: Non andrà perduto questo dolore/che io non sapevo,/lo chiamerà questa parola/così a lungo cercata,/(…)). Ed è l’esperienza della poesia che permette il ritrovamento della pienezza dell’esistenza (in Alla poesia: (…) tu poesia/ridammi le parole che volano fino al simile/e lì si incollano con metà faccia/e sarà quella la mia parte d’estasi/ancora timida segreta ma non negata//). La poesia è la strada d’accesso a sentieri non prefissati e non prefigurati (in Non è solo il mio destino: Non è solo il mio destino/se ho scritto in una stanza tutta per me,/se mi hai parlato con  voce d’oro,/se ho incoronato donne,/se ho avuto in grazia sorelle,/se mi ha vegliato il tepore di un gatto,/se ho vissuto l’ora libera e solitaria della scelta,/se l’astioso mattino mi lascia il passo//). Ed è sempre la poesia che diviene protezione non dalla realtà, ma nella realtà (in Poesia in verde: (…) Ascolta mio tempo, mio albero, mia poesia/fa’ che sia io il verde illuminato dopo questa pioggia.//). Ora gli occhi possono con essa volgersi in avanti, verso nuove forme e visioni, imprevedibili come una danza libera (Lontano: Non lo fermi questo gesto/che ha il favore del vento/ed è già voce che sospinge,/scioglie e porta i miei piedi lontano/da questa ossessione/che canta il tempo migliore del prima e ancora del prima//). E’ giunto il tempo di convivere in contatto profondo con la propria interiorità, senza paura (Quando scrivo: E’ un luogo senza nome/quello in cui scendo,/l’ho solo intravisto/e per raggiungerlo/devo fingere di dormire/e che la luce non sia piena./Si mostra nell’ombra/con una faccia che si custodisce/e non si arrende all’evidenza./Mi sfugge/ma quando ricompare/accetta che io lo guardi dritto,/lo invochi fissamente.//).

Ora si possono unire il prima e il dopo, per quanto questa condizione raggiunta divenga percezione precisa e lancinante di quanto sia fragile l’esistere (Il filo: Ancora posso sognare un sapere tremolante/e minuscolo ma tutto mio/che tengo protetto in un nido segreto,/è da questo posto intricato che parte il filo/con cui non mi perderò nel morire,/è su questa piccola corona di rami e pagliuzze/che si infrange la fitta del vuoto//). Per questo, per questa faticosa e dolorosa pienezza conquistata è giusto invocare protezione alla Madre, che non è più ed è anche la madre naturale, per Nicoletta e per tutti noi  che l’ accompagnamo nella vita e nella parola, “Per quello che è stato perduto e per quello che sarà trovato”.

Antonella Giacon da anni insegna scrittura creativa ad adulti e bambini. E’ formatrice in scrittura creativa e didattica della poesia presso le scuole primarie. Scrive in poesia e prosa.

Immagine di copertina di Pina Nuzzo  “Dedicato a mia madre” 2013 Tecnica mista su tela

 

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