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La Stanza di Virginia

Marina,

non voglio che passi un altro giorno senza che io ti scriva. Ti devo dire di quello che mi è accaduto proprio il giorno del tuo matrimonio, durante la festa nella tua villa di famiglia nella pianura emiliana.

Tua madre, mia grande amica, mi aveva sempre parlato della sicurezza che le trasmetteva quella casa, per l’appartenenza a tutte le donne che l’avevano preceduta e che lì avevano passato le estati della loro infanzia, le feste dell’adolescenza, la distanza della giovinezza e poi i ritorni …

Così per lei, così per te.

Quante volte mi hai detto di sentire la sapienza di quel posto: nei tuoi momenti bui, per un esame che non riuscivi a studiare o per una delle tue tante rivolte che non riuscivi a placare.

“Quella casa mi accudisce”, dicevi, “Si prende davvero cura di me e con tanta discrezione che io quasi non me ne accorgo”.

Ebbene durante quella festa anch’io ho sentito l’anima di quel luogo ed è lei che mi ha aiutato.

Per spiegarmi meglio devo dirti di un’idea che mi ha sempre accompagnato…

Ancora oggi continuo a pensare che se ci sono delle forme nel cuore, queste forme sono quelle delle stanze che abbiamo abitato. Stanze di nascita, di adolescenza, di passione, di disagio.

Stanza di scrittura. Penso che molte scrittrici non avrebbero potuto scrivere i loro libri se non avessero avuto nel loro cuore una stanza. Un luogo segreto al di fuori degli sguardi di tutti che permettesse loro solitudine, concentrazione ma soprattutto l’emozione profonda di un corpo libero e di una mente libera.  Senza limiti. Forse senza quella stanza non solo non ci sarebbero stati libri ma neanche sarebbero germinati semi diversi per vite di donne diverse.

Alla fine degli anni ‘60 io ero adolescente e dalla finestra della mia stanza entrava il profumo del gelsomino.  Arrivava a me dopo aver attraversato il fresco dei cortili delle case barocche del centro storico e l’odore di gelato misto al caffè del bar della piazza.

Il bar dove potevano entrare solo gli uomini di quel  paese del Sud.

Il profumo del gelsomino non lascia scampo ed io fortificavo il mio cuore. No lì non doveva arrivare, io non potevo cedere a nessuna pazzia altrimenti sarei andata in mille pezzi e sarei rimasta intrappolata in quei luoghi per sempre. Dovevo resistere fino a quando me ne sarei andata via.

Solo lontano da lì poteva cominciare la mia vita vera. Adesso dovevo prepararmi il più possibile ma non vivere.

In trappola c’era già stata lei.

“C’era solo un luogo dove tu potevi avvicinarti di nuovo a quel cielo libero che avevi conosciuto  e che ti mancava. Era sulla terrazza di quella casa senza tetto del Sud. Lì apparivi a te stessa, con il vestito a pieghe  da statua con radici profonde. Con il viso diventato maschera primordiale, immobile e senza più sofferenza. Di nuovo di pietra, senza il cuore in fiamme.  Di pietra antica e sapiente. E riposante. Per un attimo il bucato di mutandine e magliette appeso al filo dietro di te era dimenticato, insieme a loro quattro bambine colpevoli di un’innocenza che ti soffocava. Adesso era possibile dentro di te il gelo ristoratore dell’inverno”.

E lei, mia madre, odiava l’estate e i fiori…

Nel mio cuore si possono trovare stanze reali ma anche  quelle che ho costruito con l’esperienza.

E queste si riconoscono perché nonostante le mie migliori intenzioni finiscono per avere l’aria di ripostigli piccoli o grandi che siano. Ma sempre ripostigli o al massimo delle tane per rifugiarsi con l’istinto dell’animale che non vuole essere preda e riduce al minimo le sue necessità.

Marina,  quella volta che il mio cuore mi ha fatto vedere le sue stanze ho capito che erano qualcosa che avevo portato sempre con me ma mai visto per intero.

Ti devo dire  però che queste stanze non sono state sempre così.

C’è stato un tempo che sembravano senza soffitto e porte, tanto che se anche arrivava un estraneo poteva veder tutto ed io non potevo avere segreti neanche nel mio cuore. Poi ho cominciato a mettere dei soffitti ma soprattutto porte. Ma non ho mai avuto il coraggio di chiudere la porta di qualche stanza.

Anche se ti confesso mi sarebbe piaciuto dire: ”Adesso basta, nessuno deve oltrepassare quella porta”. E invece quasi per educazione  le mie porte sono socchiuse. E così l’idea è sempre quella di un gran disordine come quella che danno quei grandi spazi delle case moderne, belli da vedere se c’è poca roba in giro e soprattutto sempre in ordine, altrimenti prendono l’aspetto di grandi contenitori pieni di confusione, si presentano come dei magazzini.

Marina è fine giugno e tu ti sei appena sposata.

E’ festa grande in questa villa della pianura padana dove si sono sposate le donne della tua famiglia.

Mi metto in disparte dai rumori, dai balli, dalla fotografie e cerco un po’ di aria vicino ad una finestra. Fuori in giardino il sole del primo pomeriggio scintilla sul verde nuovo  delle foglie  dei tigli e i loro fiori traboccano di profumo. E quel profumo arriva al cuore, davanti alla porta di quella stanza. E tutto succede all’istante perché il cuore quando vuole conosce tutti i segreti della velocità. Dentro quella stanza c’è un’ intera città con i suoi portici ed i suoi viali.

Il profumo del tiglio per me è la giovinezza cioè la libertà di camminare nelle strade di quella città emiliana  dove le donne erano cittadine come tutti e potevano decidere della loro vita.

Io volevo diventare come loro e volevo conoscere tutto e incontrare tante persone, le più strambe.

No, io non mi sarei sposata e neanche i miei amici controcorrente, solo convivenze o meglio amicizie amorose.. .dover dar conto ad una persona? No, era un vincolo insostenibile.

E poi Marina hanno cominciato i tuoi genitori, e poi io.

E mentre tua madre ti aspettava si leggeva non so quanti libri per poterti crescere in modo perfetto.

E mi diceva  a volte al telefono di sentirsi ridicola perché per lei tu eri davvero la prima figlia del mondo. Tua madre come me faceva parte di una generazione che come le altre aveva la sua bella utopia e la nostra negli anni ’70 era quella di trovare nuovi simboli che eliminassero ogni forma di violenza. Per questo ci furono quelli che, per redimersi dalle colpe di un Occidente distruttore e realizzare il sogno di una nuova innocenza, decisero di partire in pellegrinaggio in Perù, per il Machu Picchu, la città del sole, sacra agli Inca annientati dai conquistatori spagnoli.

Così tua madre come molte di quella generazione nutrì una potente ambizione: quella di evitarti ogni piccola sofferenza cioè tu non dovevi piangere mai. Dovevi dialogare, dialogare  su qualsiasi cosa con lei e con le parole combattere  il disagio. Se questo impegno era immane per tua madre altrettanto pesante era per te tutta questa democrazia tanto che una volta le dicesti:” Ma mamma, se io ho bisogno di piangere come faccio?”

Piangere. Ecco un argomento su cui io e te potremmo parlare per ore. Marina, io ho provato spesso le stesse sensazioni che tu mi hai descritto… un ritmo incalzante dentro di me, impulsi soffocanti che non  danno tregua.

Quando ero adolescente, proprio come te, pensavo che i desideri che provavo allora erano quelli giusti  e per questo  dovevo realizzarli subito. Ed iniziavo una lotta furibonda contro il tempo, come se la mia unica possibilità fosse proprio quell’istante in cui il mio fiume era in piena. Come se il giorno dopo non sarebbe arrivato. Quasi che se  non avessi fatto qualcosa  mi sarei giocata il destino per l’eternità.  E se i miei coetanei non erano in grado di vivere questa intensità forse  avrei trovato qualcuno  più adulto che avrebbe capito quanto ero più avanti degli altri.

Gli altri  dicevano di aspettare, di crescere senza tanta fretta, di assaporare le scoperte della mia età, di non bruciare le tappe. Ma gli altri non sapevano che io non ero come quelli della mia età, io ero  diversa. E allora che bisogno c’era di aspettare quando è tutto era così chiaro?

E’ facile pensare che di fronte a questo terremoto arrivino presto lacrime di rabbia, di delusione, di frustrazione.

E invece a distanza ti rendi conto che impazienza e troppi desideri spesso in contrasto tra di loro ti fanno davvero perdere tanto tempo, e allora inizia il contrappasso. Perché c’è bisogno di una pazienza infinita per  ritrovare le tracce che abbiamo sparso in varie direzioni  per la fretta di arrivare presto.

Ed eccoci a ripercorrere con grande lentezza ogni passo alla ricerca di indizi …

Ma il contrappasso è cosa mia, perché di fronte al pianto e alla disperazione totale io ti ho vista in azione ed è stato indimenticabile.

Avevi sei anni ed eri venuta a trovarmi al mare con i tuoi genitori. Indossavi degli orecchini di oro con le pietre di acqua marina che sembravano fatti apposta per te, per il tuo nome, per il mare di quel pomeriggio, per la tua nuova bellezza estiva, per quella nuova femminilità. Quegli orecchini sembravano quasi averti dato una nuova sicurezza.

Il bagno è stato lungo ed eravamo tutti sfiniti ma contenti per quelle ore insieme.

Ma appena dentro casa ecco la tragedia. La terribile scoperta: avevi perso i tuoi orecchini. Il mare dispettoso, ma forse spiritoso, per gioco e per attirare la tua attenzione di altera reginetta di tutte le acque, ti aveva fatto questo brutto scherzo. E tu in un attimo avevi perso il tuo regno, e la tua nuova invulnerabilità. Il mare era stato impietoso: quegli orecchini li avevi ricevuti il giorno prima per il tuo compleanno. Perché non lasciarteli ancora un po’ di tempo?

Qualcuno ti aveva derubato, una forza più grande di te, e davanti al mare nessuno di noi poteva fare niente. Noi ti guardavamo mortificati e impotenti. Le tue lacrime scorrevano ininterrottamente, le grida e le smorfie del viso erano di nuovo quelle di una bambina piccola e non c’era più traccia di quella compostezza da adulta che mi aveva colpito al tuo arrivo.

Ma poi toccato il fondo di quella disperazione totale eccoti annaspare come chi vuole stare a galla a tutti i costi  e tra una bevuta e l’altra chiedere concitata” un foglio un foglio, una penna una penna”.

Ti sei aggrappata a quel foglio e penna , non ci volevi più attorno. E’ bastato poco, il tempo di scrivere qualcosa  ed ecco il miracolo sotto i nostri occhi.  La salvezza. Eri esausta ma salva.

Ma cosa era successo?  Su quel foglio avevi riversato tutto il tuo dolore in una breve frase:

Non rivedrò mai più i miei orecchini”. Così tu e la scrittura vi eravate incontrate.

Ed io avevo avuto la fortuna di assistere a quell’incontro.

Ripenso ad un episodio…eri venuta a trovarmi qui a Perugia, eravamo davanti alla fontana a mangiare un gelato, stavamo bene  lì e intanto parlavamo di altri posti belli dove avremmo potuto passeggiare. Di fronte a quell’elenco di possibilità hai cominciato a rabbuiarti, a diventare inquieta.

Non riuscivi a stare bene come un attimo prima  perché pensavi che c’era un altro posto dove potevi stare meglio.

E poi da adolescente volevi vivere tutto.

”Come faccio a scegliere?”, mi chiedevi, “Come faccio a capire qual è la persona giusta per me? Magari da qualche altra parte ci può’ essere qualcuno con cui posso stare meglio.

E se l’incontro dopo sposata? “

“E le tentazioni? Io non so resistere alle tentazioni” mi dicevi preoccupata.

Ed invece … eccomi qui, al tuo matrimonio.

Anche tu hai scelto. Anche tu hai capito che bisogna darsi un limite, che non ci sono certezze, che non c’è perfezione, che c’è solo la diretta?

Una poetessa ha scritto che bisogna lasciare il paradiso perduto delle probabilità e l’idiozia della perfezione.

Cosa ne pensi?  Ahimè, per  quel che mi riguarda io ancora persevero.

Racconto di Nicoletta Nuzzo, Premio della Provincia di Trieste sui rapporti intergenerazionali nell’ambito della VIII Edizione del Concorso Internazionale di Scrittura Femminile 2012, pubblicato da Ibiskos Editrice Risolo

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