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 Presentazione (auto/biografica) epistolare di Patrizia Caporossi

 Presentazione (auto/biografica) epistolare di Patrizia Caporossi

Vedere con gli occhi del cuore 

“(…) Non un vuoto,
ma uno spazio che si potrebbe
piuttosto
definire ricco d’anima”
(Etty Hillesum)

“Abbiamo bisogno
che questa realtà
si faccia
almeno in un punto
trasparente”
(Marìa Zambrano)

“L’acutezza dell’esperienza
con la forza delle cose:
è già politica”
(Simone de Beauvoir)

“Perché volli a
tutti i costi il dono
della veggenza?”
(Christa Wolf)

Mia cara Nicoletta,

quante lettere ci siamo sempre scritte! Anche idealmente, in silenzio, da lontano e da vicino e da tempo immemorabile, prima di carta, oggi on line e così aleatorie per i miei gusti tanto che vado a stampare ogni volta che ne ricevo una: come un dono irrinunciabile (illusione temporale?). Eppure, ormai, sappiamo che quel che resta nella vita è solo la possibilità di seminare nel cuore della storia e della memoria del tempo, tramite relazioni vitali infinite, magari di amicizia piene, come la nostra, in eredità generazionale (intanto e sicuramente) alla nostra nipotanza. Ora la lettera che ti scrivo qui, in questo tuo libro, forse segna quello spazio ricco d’anima come ricordi tu stessa con le parole della dolce Etty Hillesum sia per me, ormai sulla soglia del tempo sia per te che della poesia t’alimenti. Perché ha una valenza profetica questa tua raccolta proprio in quell’annuncio a titolo: Portami negli occhi.

E’ lo sguardo del sentire originario della nostra amata Marìa Zambrano, che, a sua volta, mi ha rimandato alla forza estrema di Christa Wolf che ho volutamente ricercato tra i miei libri per te e, contemporaneamente, alla tenace Simone de Beauvoir, di cui tu, nell’ormai lontano 1978, in quel di Modena, quando insieme condividevamo anche la prosa della quotidianità (insieme alle tue sorelle), attraversando tutti i travagli politici dell’epoca, mi regalasti I Mandarini (nella bella traduzione di Franco Lucentini) con una fitta e densa dedica che (si) chiudeva così: “Vivo la mia vita quotidiana, la mia giornata di donna, di essere umano, con la mia storia, le mie paure, le mie angosce, i miei desideri”. Grazie ancora. Anche perché, nel rileggerla, ho ravvisato qui il punto comune della nostra perenne ricerca (vitale) che sostanzia un’amicizia e non solo, anche a distanza e in tutte quelle (altre) circostanze, in cui la vita ci ha colto, preso e spesso, forse, spaurito.

Noi, allora, non eravamo né vivevamo certo come quei mandarini del secondo dopoguerra che, pur nell’impegno intellettuale e politico, si erano posizionati, di fatto, ancora chiusi in una torre d’avorio, come allora puntualizzava disperatamente Pier Paolo Pasolini, ma tu ed io, forse e grazie al Movimento delle Donne, abbiamo attraversato il nostro tempo di giovani donne con la consapevolezza a specchio nell’altra e nelle altre, pensando possibile pure che la dimensione privata fiorisse (o potesse fiorire) nella dimensione pubblica, in quella trama, “alla ricerca del disegno” (in “Ricamo”), che è necessariamente l’espressione della storia umana, di cui la vitale verità, sottolinea Walter Benjamin, il dolce e inquieto cugino di Hannah Arendt, è tutta nel suo rovescio, fatto di nodi evidenti, di sbagli corretti, di cambi di colore necessari, mentre al dritto, nella perfezione geometrica, tutto scompare e con quel disegno noi stessi, la nostra precipua umanità.

Ecco qui mi fermo ma da qui riparto come a un capolinea (nel mio scriverti) ed è per questo che ho voluto nominare, a esergo, nell’attesa della partenza di questo viaggio, le parole riflesse di alcune nostre grandi madri, che, insieme a tante altre da noi amate, ci stimolano ancora oggi nell’avvertire e vivere il mondo. Volutamente. Da qui forte l’appello, la chiamata nominale e così personale, proprio nostra, in quel moto dell’anima che non ci ha mai abbandonato perché, attraversando la storia del (nostro) tempo, abbiamo vissuto anche tutte le incertezze e coltivato, pur forte, ogni gesto, ogni sguardo come quello, allora, di Christa Wolf, al di là del muro di Berlino. Eccoci, quindi. Si è messo in moto quell’anelito a scrutare e a dire in autonomia che ci caratterizza e che abbiamo sicuramente sempre ricercato per vedere il vero o per vedere la finzione e per cogliere così il senso che (ci) corre dentro e urge di sostanziarsi in una parola, che, quando si fa verso poetico, va oltre gli schemi e le barriere marcanti il limes della realtà vissuta e sofferta: umanamente. Come vedersi e vedere il mondo dal finestrino mentre il viaggio è ormai in corso. Così nasce il racconto di sé, perché la storia umana non diventi una trappola chiusa e dimenticata, ma mostri l’opportunità di un accesso prospettico per e alla vita di ognuno/a, dato che “Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere” (Christa Wolf).

Questa lezione che, dalla ferita (storica) di un muro, è riuscita ad abbattere barriere e a fondare reti trasparenti e praticabili per tutta l’umana-unità, cogliendo, in ogni cuore femminile, quello antico di una Cassandra così attuale per quanto (spesso) inascoltata. Fare di una condizione la possibilità di essere per sé e per il mondo: questo è il dono della poesia che si fa veggenza a ogni costo. E non c’è strappo, non c’è nascondimento che può velarne la portata. Perché parla parla parla al cuore e alla mente, in ogni momento e anche miracolosamente fuori dal tempo. E, se l’umano c’è, si racconta, si intravede, anche in controluce, in ogni parola, in ogni verso: gemiti e sussulti fuoriusciti (d)alla vita. E’ la meraviglia della nascita. E le donne sanno di questa potenzialità. E’ il nostro sapere che delinea l’orizzonte della coscienza politica dell’ordine simbolico femminile (Luisa Muraro). Il corpo delle donne vive iscritto in sé tale prodigio possibile: tale possibilità prodiga e feconda si fa valore universale materno nella cura di sé e del mondo. E non c’è letteratura altra che possa trovare le parole per dirlo (Marie Cardinal).

Solo la nostra parola si erge a baluardo unico e raro di cui la (tua) poesia ne è espressione, perché non verbalizza, afferra e coglie. Su questo limes la parola femminile spesso è stata (fatta) prigioniera, quasi schermo o icona di (virile) beatitudine (la Beatrice di Dante), di gloria (la L’aura di Petrarca) e di perenne sensualità (la Fiammetta di Boccaccio).  Ma, da qui, da questo orlo sul mondo, dall’umano stare sulla crosta della terra, vede e sente l’invisibile e traluce e scompagina il visibile in sé e per sé: “che possa imparare da tutto quello che mi circonda/visibile e invisibile/che sia ancora possibile per me l’intero” (in “E così sia”). E’ tale forza che tu espliciti, di cui sei una feconda erede, partorendo ogni giorno, verso dopo verso, anche la fatica del vivere e, forse, la delusione (spesso) dell’esistere.“Non è un miele, nessuno se ne nutrirà” (Simone de Beauvoir): non c’è illusione alcuna ma la forza delle cose impianta volutamente il senso dell’essere con i suoi imprevisti, errori, distanze e perdite. La vita non risparmia nessuno e nessuna di noi. Si può sperare sicuramente, oltre l’abisso, se lo sguardo ancora regala orizzonti, anche al di là della propria vicenda individuale che si chiude e, forse, si chiuderà (sempre) incredula, pur con l’inesauribile ricerca di un altrove, nella prospettiva di una ”verità un giorno” (Wim Wenders): scavo continuo durante l’unico presente che si ha davanti, il quotidiano. Ma la sostanza del giorno è la sua contemporaneità che irrompe spesso imprevista, perché, come scrive lo storico Marc Bloch, l’attualità è ciò che ci crolla addosso. Qui la poesia detta l’opportunità della presa: per ora e per sempre.

E’, cara Nicoletta, quel tuo “oltre/vicino all’infinito/dentro al vuoto/di sé” (in “Oltre”) perché è la ricerca della “parola-madre” (in “Sola”): così respira il (tuo) corpo portavoce liquida di ogni particella, quasi che “l’acqua ristori il mio corpo/senza cancellarlo come vergogna” (in “Il vestito di Marylin”), perché “non si tratta di salute ma di salvezza” (in “Gli opposti”). Il tuo sguardo è marino e vuole proprio “acqua intorno” (in “Mare”) a sé per leggerezza e purezza continua ricercata volutamente come una questione di principio per una “vita trasparente” (in “Amiche”), perché, come ci siamo scritte e tu dolcemente riporti in questa tua raccolta poetica: “nel mare c’è tutto./Il mare capisce tutto” (in “3 giugno 2010”). Tocchi in questo modo la mia anima di tuffatrice, immagine amata e praticata nel guizzo del pensiero che, andando nel profondo, rischia anche l’incomprensione o l’incomunicabilità (verbale), ma sicuramente non si ferma alla superficie delle cose: non vuole, ardisce il pericolo nella/della cognizione-di-sé, allenata e provata di continuo. Un pensiero sensibile pronto a rispondere di sé, pagando il prezzo del gesto, come Socrate dice dell’oscurità e dell’asprezza del vecchio Eraclìto che, per essere capito e affrontato, bisognava proprio far leva su di sé e diventare arditi come i tuffatori di Delo.

Un invito a cimentarsi, a sfidarsi, rischiando l’impresa della conoscenza nel tuffo dalla vertigine della rupe a picco sul mare, come i giovani di Delo, appunto famosi nell’antichità per lo sprezzo del pericolo e per la vittoria sulla paura, affrontandola e temendola nello stesso tempo. Che lezione! Hai presente il disegno del tuffatore rinvenuto in una tomba del V sec. a. Ch. a Paestum? Ecco, lì ho ritrovato una radice e su quel calco ho cercato di coniugarla al femminile, la tuffatrice, appunto e “che non sia sola davanti al salto” (in “E così sia”) per dare senso e visibilità alla sfida ancora tutta aperta del corpo delle donne, per il suo genere manifesto e imperituro per la specie, ma così storicamente nascosto, anche e soprattutto, dal linguaggio, così radicato nella tradizione filosofica occidentale.

L’acqua lava le mie mani/sono di nuovo onde/dove si ripete infinitamente l’identico senza fermarsi/ed io mi posso perdere in un attimo che dura./Ancora salva” (in “Salva”). Carezze come trasmigranti, scrivi e così mi sembra di coglierti: lì dove s’infrange a fior d’acqua la tua marea perché “come  un’onda tra pieno e vuoto/ e raccolgo tracce…” (in “Ricamo”). Ti ho sentito fluire in questi versi più del solito e docilmente mi hai fatto e fai cogliere il lieve rumore del “velo che cade/perché l’opera è pronta” e voglio pensare che il doloroso travaglio delle spine faccia della nascita la tua/nostra aurora come nutrimento possibile. Ho respirato, pur tra queste spine, la forza della possibilità di trovare “quel punto dolente di roccia” (in “Sola”), perché è un non-sapere capace di un posse (Hannah Arendt), il nostro, quello di mettere al mondo il mondo (Simone Weil). La ricerca, quindi, è aperta (oltre nella consapevolezza del suo essere infinita) a “sentire il canto del mattino dell’uccellino/e [a] non sapere se sarà giorno anche per me”. Voglio, nel congedarti, chiudere con la tua domanda delle domande, tratta da “Il dono”:

(…)
perché si vergognano i fiori di stupire
i gatti di avere dignità
la notte dei suoi segreti
il cielo dell’infinito
il sonno del suo ristoro
la luna di far compagnia
il giorno di illudere?

Ti saluto con infinita gratitudine per quanto presa, intera, dalle tue parole.

Patrizia C.
(la tuffatrice)

PS: Vediamoci, però, presto perché in questa mia presentazione è forte anche il senso della nostalgia del nostro Sé, reciproco e corrispondente sin dai silenzi dell’anima, affinché non rimanga implicato solo in un gomitolo di parole.

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