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Ugo sono io?

Presentazione di Nicoletta Nuzzo di “ Un gatto senza vanità” al Festival Nazionale della Letteratura al femminile di Narni 2010

Era un momento molto difficile della mia vita…ed io  ho potuto esprimere il mio disagio psicologico e spirituale affidandomi alla “guida” di un gatto di nome Ugo. Un gatto del Salento. Un gatto di mare. E’ stata quella la “via” attraverso cui raccontare pensieri ed emozioni altrimenti per me indicibili

Ci sono grumi emotivi dentro di noi, sensazioni che non sono ancora pensieri che se non vengono narrati diventano sofferenza e sintomi del corpo. Era proprio quello che era successo e stava di nuovo per accadere a me. Ugo ha reso possibile la pensabilità la dicibilità delle mie emozioni: il dialogo con lui è stato salvifico all’interno di una identità al femminile fatta di contraddizioni e di una ricerca di senso.

Una mia amica mi ha chiesto: perché hai affidato cose così importanti di te  proprio ad un gatto?  

Come donna, Ugo per me racchiude un sogno: quello dell’innocenza. Il suo è un corpo senza colpa che non ha ereditato il peso dell’espiazione  a differenza del corpo femminile demonizzato dalla tradizione religiosa. Da guide morali e religiose della comunità, da guaritrici presenti nei momenti cruciali dell’esistenza umana, come il parto, la cura, la morte -le donne- sono diventate streghe da perseguitare e distruggere per cinque secoli.

Una demonizzazione non solo del sapere femminile ma anche del corpo …tutto questo non può non aver lasciato un segno, anzi “un danno “che si è tramandato con la presenza di un inquisitore interno pronto a moderare, minacciare punire ogni manifestazione di potere femminile.

E ancora…Ugo racchiude un altro sogno: quello dell’interezza. Il suo è un corpo intero perché sente e pensa con tutto il corpo, senza separazione tra mente e corpo come è avvenuto  per le donne nella tradizione filosofica  occidentale. Siamo state  identificate con il corpo come gli schiavi  e tenute fuori dalla polis…associate dunque al corpo cioè a qualcosa di deperibile, non certo al Logos eterno…..

Sarà poi  ai primi del ‘900 la filosofa spagnola  Maria Zambrano, definita la filosofa dell’interezza, ad unire il sapere al cuore, il logos al corpo e considerare il corpo con cui le donne erano state identificate in segno di schiavitù, come fonte di creatività e trascendenza proprio perché le collega ad un sentire originario.

In considerazione di tutto questo, io so che di Ugo mi posso fidare, da lui posso imparare la vanità come  gioia di essere, di apparire per quello che si è.  E’ la gioia che comunicano i fiori, gli alberi,  gli animali, il mare…loro sono l’apparizione perfetta che è la bellezza. Non è dunque  la vanità umana che diventa autocontemplazione che può distruggere.

In particolare, in Un gatto senza vanità  Ugo è  il testimone di un processo di individuazione in cui i temi sono quelli della madre-parola-cibo che poi diventano la stessa cosa. Il tema dominante è  quello del rapporto con il  femminile materno, non solo  ma anche della costruzione di un immaginario simbolico  femminile grazie alla presenza di  una genealogia di madri simboliche (filosofe, insegnanti, amiche..) da cui ho tratto forza e conoscenza.

Nel libro si delinea un percorso di iniziazione non solo alla vita ma anche alla scrittura e ciò è reso possibile grazie al  ricongiungimento con forze primordiali e rigeneratrici, rappresentate dal ritorno della Gatta Bianca, ma anche dalla presenza del mare. Questa forza simbolica si manifesta nelle poesie della seconda parte “Non è lontano il mare” e ancora nella terza parte “Gatta di scritturadove la gatta-istinto-inconscio scrive sul corpo-carta.

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