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Stralci da un diario minimo

Prove di resilienza al tempo della pandemia
Stralci da un diario minimo

La mattina è occupata dai giochi dei cani. Io e il mio compagno ne portiamo fuori due: il  nostro Miele e Happy, il cagnetto di un’amica che fa la chemioterapia e di farle bucare la clausura da virus non se ne parla proprio. Nel piccolo parco dove finalmente abbiamo liberato le due bestiole: una adulta e riservata, pronta ai richiami e alle direttive, soprattutto di Luigi, l’altra una specie di topolino, minuscolo e peloso, mobile come un ratto di campagna, si lancia sui consessi dei piccioni posati ai piedi degli alberi e li invola; poi gongolante torna indietro e mi guarda soddisfatto: io sono la zia, sorella della mamma che non può uscire.

Intorno a noi ogni tanto sbuca qualche persona, o allacciata al suo cane o sola; quasi tutte con la mascherina e un fare furtivo che le tiene distanti l’una dall’altra. Sembrano ombre di un paesaggio d’Averno, che passano senza potersi toccare né guardare. L’ombra degli alberi ancora stecchiti aumenta questa atmosfera sbiadita e illanguidisce nel compatto silenzio che ci avvolge. Anche i cani si muovono come in un film muto, solo l’imprevisto volo dei piccioni regala nello sprimacciare improvviso delle ali un poco di vita vera. Bravo Happy.

La città vuota
desideri in ascolto
graffi di luce

*

A pranzo mangiamo riso bianco e cavolfiore bollito. Una espiazione per aver cenato ieri con due pizze ordinate a domicilio che, nel loro ripetere scelte consumate in qualche serata della vita precedente, devono esserci sembrate infrazioni colpevoli al dover rimanere in casa isolati. Pranzo da vigilia di quaresima, coerente con la quarantena imposta.

Mi rimetto a leggere al sole sotto una ricca palma. L’immaginario è uscito dal clima penitenziario e mima un relax da pomeriggio in riviera. Leggo l’ultimo capitolo del Libro d’ombra di Tanizaki da cui espungo una deliziosa ricetta contadina per la confezione del sushi, che probabilmente non farò mai. Ma la aggiungo alla lista di parole che ho passato nel mio quaderno d’appunti in libertà, dove ho segnato anche un’espressione che mi ha colpito: il gran dono degli alberi. Mi ha suscitato il ricordo di  quando da bambina andavo a camminare in campagna e tornavo raccontando di avere incontrato fate e folletti, e aver parlato con alcuni alberi disposti a chiacchierare un po’. La mamma mi ascoltava e sorrideva e mai ha cercato di ricondurmi a un pensiero razionale e concreto, anzi una volta che le ho detto che pensavo – in virtù di una certa malìa emanata  dalla regina Quercia – di avere  un’anima verdeggiante, mi ha risposto: – Sì, anche tua nonna ce l’aveva.

brusir di brezza
e pallido lucore –
sfuma la luna

*

Per arrivare al piccolo sparuto prato dove ogni mattina portiamo i cani, si attraversa un quartiere fatto di palazzi alti, pieni di balconi, tutti in cemento armato e grigi, con qualche tocco di pallido giallo a segnare una facciata, l’ingresso a un cortile; colori che spengono presto i riflessi del sole e assorbono piuttosto ogni riverbero d’ombra. Stamattina non passava nessuna/o quando siamo arrivati e in silenzio abbiamo percorso le strade costeggiate da macchine in  sosta, le stesse ogni giorno e allo stesso posto; ci sentivamo come sopravvissuti in un futuro postatomico, così ce lo siamo immaginato – anche grazie al copioso bagaglio cinematografico di fantascienza ad alta carica di distopia – quando pensavamo la fine del nostro mondo legata all’eccesso di violenza e tecnologia che ha caratterizzato i nostri tempi, dal secondo dopo guerra in poi. E invece è un virus da pollaio che crea questa atmosfera sospesa, carica di attese nefaste e speranze così pallide da poter essere espresse solo dentro iniziative gridate – penso ai tristi  flash mob canori a riempire il silenzio con Fratelli d’Italia… in musica e parole, lanciati fuori dalle finestre aperte su cortili abbandonati ai secchioni della spazzatura che, anche in tempi di grave crisi o forse proprio per questo, continuano a riempirsi di rifiuti. E su tutto, affidate a poche spire di vento, si muovono bandiere tricolori; a dimostrare forse che la Patria è più forte della pandemia? E dopo che abbiamo svenduto il senso della nostra cittadinanza democratica a parole d’ordine che usano la bandiera come un gagliardetto di galea d’altri tempi, armata contro i miseri gommoni dove donne e uomini e bambini cercavano scampo da virus ben più antichi e devastanti: Guerra Fame Schiavitù … Morte.

Ma questo era prima; adesso che all’hashtag # prima gli italiani ha risposto un microscopico nemico, siamo ben contenti di chiedere aiuto oltre confine agli “altri”, a chi vorrà dimenticare l’asprezza di parole lanciate come pietre a costruire muri entro cui rinchiuderci, noi da soli.

Beh, ora rinchiusi e soli ci siamo; attenzione a ciò che si desidera – recita un vecchio detto – che è possibile essere esauditi. Intanto comincerei a  riflettere a fondo sul concetto di prossimo ora che il virus ha avvicinato in una sorta di fraternità e sorellanza universali uomini e donne di tutto il pianeta. Certo prossimo non potrà più coincidere con prossimità (spaziale temporale o di specie), con buona pace dei popolarsovranisti nostrani e non, perché è dal prossimo così inteso che possono venirci dolori, ma anche aiuti e scambi preziosi. Senza i presidi medici cinesi, le competenze mediche e il personale delle bistrattate ONG e la rete instaurata dalla comunità scientifica di tutto il mondo come affronteremmo con fronte piana la pandemia? Sentirci parte di una comunità larga a cui siamo materialmente ma anche moralmente legati dovrà d’ora in avanti vincolare le nostre scelte e anche le nostre parole.

Durante la passeggiata anche i cani sembravano condividere il senso di spaesamento che ci pervadeva, rinunciando a rincorrere i piccioni e fermandosi ogni tanto in silenzio, a guardare in su verso i nostri volti dalle bocche serrate e le teste insaccate dentro i colletti delle giacche, in sospetto anche dell’aria cui non potevamo sottrarci, come a chiederci la risposta a un perché. Ricordo che sulla strada del ritorno ho pensato di cogliere un ramo di forsizia fiorito, giallo splendente come le ginestre in estate, da portare a casa, ma ho rinunciato subito e mi sono allontanata con ponderata circospezione. Anche i fiori nascondono insidie? Chissà.

*

Non è la specie più forte né quella più intelligente che sopravvive, ma quella più adattabile, scriveva Darwin a conclusione delle sue riflessioni. Non giuro sulla precisione della citazione, ma sul suo significato sì. E dunque: come riportare  questa considerazione al momento presente? Cosa ha da dirci Darwin sulla pandemia?. Certo adattarsi non significa rassegnarsi a un livello di vita più basso del precedente, ma accettare le norme pur restrittive dettate dal governo e dal mondo scientifico per una ripresa futura – speriamo non tanto lontana – magari con migliori prospettive di sicurezza e civiltà. Devo dire che la cosa che più mi pesa è il restringimento della libertà personale – quella di movimento e relazione, in primis – e la palese invasione della privacy.

Relativamente al primo punto oggi mi rendo conto di quanto prima del virus la libertà di muoversi era in gran parte pilotata dalle sirene del consumo di massa: tutti la sera al bar per gli happy hour  la domenica al centro commerciale, ogni ponte lavorativo via in aereo verso mete esotiche, per non parlare delle ferie estive; le cosiddette vacanze intelligenti spese a far file mostruose davanti a gallerie dove c’è una mostra imperdibile, di quelle che poi ti senti rinfacciare a lungo se ne sei rimasto assente, nel cerchio degli amici e delle amiche:– Non hai visto…? Non sei stato a…? E delle crociere da migliaia di partecipanti a girare sedute/i come in una pensione di lusso – potrei dire pensionato, visto l’età media delle/gli utenti – lungo percorsi marittimi e costieri in toccata e fuga, ne vogliamo parlare? Salvo poi dover attraccare senza poter scendere in uno sconosciuto porto giapponese, in compagnia del convitato di pietra. La libertà è un’altra cosa e ha a che fare con la possibilità di scegliere a partire dai propri bisogni, la propria personalità, i propri interessi, la propria cultura… Abbiamo bisogno – io ho bisogno –  di pensarla in profondità e ridefinirla.

Mia libertà
bella come la notte
così oscura

La  questione  della privacy è ancora più inquietante. Che siamo tutte e tutti sotto traccia grazie ai gps dei cellulari si sapeva, ma penso che non fosse ancora così chiaro cosa questo potesse significare. Adesso che in molti chiamano a un controllo più stretto dell’osservanza alle regole anti pandemia vengono spesso intervistate le forze dell’ordine sulla possibilità di stanare i ribelli grazie alle geo-localizzazioni ora possibili e anche – ma di questo ho sempre avuto chiara la minaccia – ai video delle telecamere ormai pervasive e chieste ad alta voce da bravi cittadini spaventati dall’invasione dei barbari. Ma se avverrà  la caduta dell’impero e  il medioevo ci piomberà addosso quali risorse ci rimarranno per disegnare un orizzonte che non fa a meno dei diritti umani?

*

Mi scrive una mia amica da Torino che nel suo condominio le donne hanno attivato una chat per comunicarsi necessità e problemi, riguardo alla spesa, alla salute, alla gestione di bambini e  bambine. Anche in altri caseggiati si sta affrontando l’emergenza con la solidarietà e credo che questo nuovo sentimento di reciproca empatia possa diventare una molla che stana l’individualismo e che mobilita – pur nel rimanere ferme /i  dentro casa – voglia di partecipare e mettersi in gioco.

E questo mi piace e mi consola. Prove di resilienza.

Silvana Sonno

 

immagine di Lucy Fadkin: between the lines

 
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Pubblicato da su 22/03/2020 in raccontarsi, scrittura

 

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Ti racconto…

Silvana Sonno scrive “Bocca chiusa e portafoglio aperto. Ti racconto…”(Era Nuova Edizioni, 2020), racconti che ha raccolto in forma orale: è riuscita così a non perdere neanche il filo di un respiro nel parlare. Silvana privilegia la comunicazione orale perché la definisce più completa per la relazione e il contesto, anche a me piace, ma poi la trovo effimera e mi coinvolge così emotivamente che mi sembra di perdermi.

L’oralità con il suo qui ed ora mi evoca quel fantasma del nulla che ha inghiottito le donne, e allora si tratta di trasferirla nella scrittura. Sì nella traduzione si può perdere qualcosa mi dice Silvana ma io mi fido della scrittura femminile che si fa orecchio e trattiene la relazione “Gli uomini invece si difendono dal narrare, strutturano, edificano, ingombrano di idee, puntellano e fortificano con digressioni ed erudizioni, non cedono, più difficilmente si lasciano possedere dal fluire affascinante della vita.”(Lidia Ravera)

La scrittura di questi racconti è scrittura d’esperienza. Niente viene lasciato fuori dalla porta, in una parola che mette in campo corpo, mente, affettività. E’ l’ordine del discorso maschile che ha sottratto la materialità dalle parole e ne ha fatto un ordine astratto, tutto intellettuale.

Silvana ha appreso da sua madre ostetrica i segreti della nascita e chiama alla vita, alla presa di parola le donne e le sostiene nella loro “pretesa” di dire qualcosa di vero. Fa questo nella sua vita amicale e politica e lo fa anche in questo libro verso le donne oscurate e ignorate, quelle che pulsano di risentimento verso la propria madre, quelle a cui non è sufficiente un marito per interrompere la complicità con le altre donne. E non lo fa con l’indottrinamento ma con il gene primordiale della genealogia che è quello del riconoscimento e dell’empatia e così sa come riscaldare il cuore anche a quell’Iguanuccia, lucertolina verde, fanciulla-bestia con il fazzoletto intorno al capo, tanto amata da Anna Maria Ortese.

Il libro è un “non luogo”, è come uno scompartimento di treno in cui l’anonimato consente la confidenza e così la fuga dalla solitudine, perché di questo si tratta, di sottrarsi all’assedio della solitudine e chiedere presenza in solidarietà. Non si può sopportare da sole/i il peso della vita, c’è bisogno di condivisione, di appartenenza. La ricerca di un tu si apre già dal titolo “Ti racconto…” e si raccoglie nell’ultimo racconto autobiografico “Trasloco” dove l’invito è rivolto anche alle scrittrici, amate voci, che ci nutrono e sostengono nel cammino, nell’alveo di una comunità ideale.

 Nicoletta Nuzzo

 

 

immagine, opera di Cindy Steiler

 
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Pubblicato da su 12/03/2020 in letture, racconto, recensione

 

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Ad occhi aperti

Ricevo in dono da Anna Buoninsegni le sue poesie e indugio e mi delizia la carta di Fabriano, i titoli, le immagini: pregusto solo un po’, mi spiace interrompere il cerchio perfetto della forma ma l’istinto della voce è più forte, leggo tutto il pomeriggio e poi alzo gli occhi alla finestra e dico al cielo grigio che s’imbrunisce “dai non t’ingelosire che qui ci sei anche tu”. Sono sola e insieme, così mi piace stare piena e a distanza. E’ chiara Anna quando scrive “questa stanza leggera/è la mia pelle”, anch’io scrivo in un fazzoletto di stanza e potrebbe sembrare solitudine ma sono in un eccesso di relazione.  È come “produrre miele avvampato e fiorito/dalla lava indurita della distanza”, “sorella anna/anna sòror/che io possa bruciare/come brucia chi incontra la vita/ad occhi aperti/senza ordine preciso di cattura”.

C’è un tu che mi chiama e accompagna e che può essere anche questo mio piccolo dolore privato che diventa fecondo aggrappandosi al Tutto. “ciò che è scritto non muore”, la scrittura non è indifferente, si prende cura di me, di questa pena soffusa del nulla che effonde dal mio DNA. La mamma ce l’aveva ma non per questo ha smesso di essere allegra e spensierata soprattutto quando cucinava e allo stesso tempo prendeva le misure per un nuovo abito da cucire.

L’amore ci approssima al mistero ed è da questo punto indifeso, viscerale e mistico che Anna con sapienza poetica mirabile dice l’indecifrabile della vita “avevamo compreso /l’impresa disperata della sfinge”. Ma oltre al disilluso chiaroscuro del vivere insieme, “e ti guardo da sotto in su/da un rovesciato mare”, c’è anche la complicità “tu parli azzurro/quando dici in mio favore/la parola”. E l’innocenza dello stato nascente che diventa oggetto di mira “legione sterminata/siamo/vespaio celeste/nel petto delle stelle/amanti folgorati/dal candore fatto bersaglio”, ma poi l’istinto del pudore ci difende “potrebbero torturami/non rivelerei mai/la confessione sussurrata/in quella sera di luna/mentre tingevo l’ultimo tramonto”.

Io, “io minuzia necessaria”, come te Anna chiedo la fine dell’addio e l’inizio del ritorno perché “deve esserci da qualche parte/uno spiraglio/una crepa nel battito che separa/vivi e morti”.

Nicoletta Nuzzo

 

Nota: i versi in corsivo nel testo sono tratti dai libri di poesia di Anna Buoninsegni: Ad occhi aperti, Crocetti Editore 2005; AnnaAlfabeti, Arte libro unaluna (n.399 di 600 esemplari) e Quando si compie la danza puntoacapo edizioni, 2020.

 

immagine, Colazione degli uccelli di Gabriele Münter, 1934

 
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Pubblicato da su 09/03/2020 in incontri, poesia, recensione

 

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L’arte di perdere

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su  L’arte di perdere  di Alice Zeniter, coordinato da Silvana Sonno scrittrice e poeta, venerdi 31 gennaio 2020 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

E’ sempre entusiasmante ascoltare la scrittrice e poeta Silvana Sonno quando introduce alla lettura di un libro da lei scelto. Questa volta si tratta di un romanzo storico di forte impatto emotivo, scritto a meraviglia da Alice Zeniter. Lei è nata nel 1986, ha studiato a Parigi e insegnato francese in Ungheria. Ha rivelato il suo talento letterario molto precocemente pubblicando a soli sedici anni il suo primo romanzo. Con “L’arte di perdere”, sua quarta prova narrativa, ha vinto il Prix Goncourt des Lycèens nel 2017.

Il testo si presenta tutto come una poderosa lotta contro il silenzio, il silenzio del nonno privato del suo ruolo di patriarca benestante e ridotto a quello di analfabeta sfruttato; il silenzio del padre Hamid, che vuole scrollarsi di dosso l’Algeria e le terrorizzanti esperienze subite da bambino durante la guerra. Il silenzio della nonna Yema, che, occupata ad allevare dieci figli, non ha mai imparato il francese e non riesce a comunicare in arabo con dei nipoti che lo parlano appena.

Il romanzo è diviso in tre parti: la prima ha per protagonista Alì, il nonno, e per sfondo la Kabilia, il sud provenzale e la Normandia. Alì è un contadino povero che si arricchisce con un ritrovamento mitico di un torchio arrivato a lui via fiume e diventa proprietario di estesi uliveti dei quali sentirà immensa nostalgia quando sarà costretto ad espatriare a Marsiglia :(…)Continuano a camminare tutti e tre, in silenzio sui campi invernali. Di tanto in tanto Alì si volta verso i suoi due figli e pensa, senza osare dirglielo ma sperando che possano capirlo: Guardate bene tutto quello che c’è intorno a voi, costruitevi dei ricordi di ogni ramo, di ogni campetto, perché non sappiamo cosa conserveremo. Volevo darvi tutto, ma non sono più sicuro di niente.

La seconda parte è essenzialmente la storia del figlio di Ali’, Hamid, che ha conosciuto l’infanzia libera e spensierata dei bambini kabili, ma è rimasto traumatizzato dai feroci atti di guerra, tanto da continuare anche da adulto a avere incubi o insonnie. L’unica risposta al suo malessere per lui è cancellare l’Algeria. Si trasferisce a Parigi, si sceglie un lavoro non troppo importante che gli permette di non uscire fuori dal suo perenne stato di sradicamento, sposa una donna francese, Clarisse, bellissima e gioiosa, con la quale condivide una vita al riparo dagli eccessi e dagli scossoni. Troviamo qui dunque la storia di un amore adolescenziale, fresco, coinvolgente, pregno di immagini tenere, dolcissime(…)Chi è questa ragazza? Hamid se lo domanda spesso. La osserva sperando di trovare qualche frammento di risposta. Potrebbe guardarla vivere senza annoiarsi mai. Potrebbe restare per ore in una sala cinematografica buia davanti a un film fatto solo di primi piani delle sue mani e del suo viso.

La terza parte vede in campo Naima, la protagonista assoluta del romanzo, alter ego della Zeniter. Vive una vita libera a Parigi, non intende avere legami duraturi, cerca di limitare all’essenziale i rapporti familiari, crede nell’amicizia.

E’ proprio dal suo lavoro di gallerista che arriva l’input per un viaggio in Algeria: il suo capo e amante la vuole spedire laggiù per organizzare una mostra dell’artista kabilo Lalla, oramai ritiratosi in Francia, disilluso sulle capacità del suo paese di uscire da una crisi che domina oramai da tempo.

In lei stanno già prendendo forma inquietudini rispetto al rimosso della famiglia e del paese sugli harki; su questa sua ricerca del passato si accumulano i libri e gli studi, ma tarda a fare le pratiche per partire: ha paura di quel viaggio che potrebbe siglare in maniera definitiva la sua appartenenza all’Algeria kabila, da cui ha sempre tentato di fuggire. Il fatto è che lì incontra un paese che i suoi non hanno mai conosciuto: non è più solo il paese delle capre, degli ulivi, dei racconti mitici, della miseria ma è un posto colmo di artisti, intellettuali, donne audaci. Con tutto questo lei crede di avere finalmente un’affinità:(…)A Naima piacciono tutti quelli che incontra durante le giornate di trattative. Formano una galleria di personaggi che non immaginava di trovare lì, lei che ha ereditato solo qualche ricordo di un’Algeria rurale dove tutti si occupavano di olive. Nella sua ricerca seguendo le indicazioni di Lalla, scopre intellettuali, artisti, militanti, giornalisti, e a ogni parola che pronunciano l’Algeria interiore di Naima cresce in direzioni inaspettate.

Predisponendo di un linguaggio straordinariamente maturo, denso di metafore, allegorico, carismatico, la Zaniter compone con sorprendente maestria un ricco, molteplice arazzo che racconta  la storia personale di una famiglia algerina emigrata nel ‘62 ma soprattutto una storia generazionale, generale.

La storia di una perdita che è avvenuta per ciascuno e per ciascuno in modo differente.

Impossibile non cogliere tra le parole della scrittrice la volontà di una ricerca identitaria estremamente difficile da comporre e che per questo è generatrice di conflitti, di uno spaesamento senza fine, di uno spaesamento che condurrà Naima ad avanzare sempre in perenne marcia.

 

 

BIBLIOGRAFIA: Alice Zeniter, L’arte di perdere, Einaudi, 2018

 
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Pubblicato da su 18/02/2020 in incontri, letture, recensione

 

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“Per questo vengo oggi alla poesia”

Ecco di nuovo la sensazione di sollievo nel leggere le poesie di Federica Ziarelli, anche queste di In erba (Terra d’ulivi edizioni). La sua “naturalezza” rinfresca la gola. Mi chiedo da dove tanto agio poetico e mi figuro che la sua vita poetica sia cominciata già nel suo ondeggiare prenatale quando, trasognata, ricapitolava nel suo evolversi le specie da cui l’umano ha transitato, a cominciare dai pesci…così le sfilava davanti la vita con le sue fantasmagorie.

E non era sola, tutt’unita c’era la sua gemella e sarebbe continuato in un estatico per sempre se non fosse stato per “il primo sbadiglio di un neonato/dopo l’ingresso sfibrante/di braccia rivelate al sole.” Stretta dentro i confini di un corpo vincolato alla solitudine fino a quando ecco di nuovo le chiavi del Regno nella fusione con il Tutto/Natura. “Annusai un profumo/a quattro anni:/alte regine/le rose mi chiamavano/da dietro un muro/su cui correvano lucertole verdi/vene di pietra.”

Ma come afferma Clery Celeste, nella bellissima Postfazione, il panismo di Federica è particolare perché non è solo fusione ma capovolgimento del punto di vista, un cambiamento di proporzioni: “e mi accosto al ricordo/di me distesa sulla testa di un girasole”; “Si congiunge a me il torpore/poltrona rossa/sprofondiamo in una fragola.”

E allora sono fiori e frutti che s’ingigantiscono e richiamano a sé “l’io vegetale “di Federica. E allora la voce narrante è questa volta quella di un’oca, di un pesce rosso, del cielo, di un fiume, del prato: “Dicono che sono bello bello troppo bello quando il sole affrancato dal brillare di un giorno intero, zitto, intenerito, nel mio grembo si viene a rannicchiare.”(Dal racconto del cielo) Anche la parola è un sensore che riconduce al Tutto/Natura: “In salotto se dico giallo/sparisce il divano,/si allunga molto avanti/di narcisi un sentiero.”

Il ritmo delle poesie di Federica ipnotizza come una ninna nanna, ha una musicalità intrinseca che non chiede rinuncia al significato: dalle sue percezioni le parole si attraggono in reciprocità e assonanza.

“La costanza è del mare/e tutto quel cielo/sulle sue spalle/all’infinito.”

                                                                  Nicoletta Nuzzo

 

La Presentazione del libro “In erba” di Federica Ziarelli, (Terra d’ulivi edizioni, 2019) si terrà sabato 7 marzo 2020 ore 17.30 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.
Sarà presente l’autrice.
Interverranno Nicoletta Nuzzo e Silvana Sonno, poete
Letture di Sandra Fuccelli

 
 

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