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‘…il mito come mezzo di conoscenza antico…’

Recensione di Federica Ziarelli su: E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice di Silvana Sonno

In quest’opera meravigliosa, illuminante e – a mio avviso – necessaria, Silvana Sonno, scrittrice, saggista, poeta, femminista, adotta il mito come mezzo di conoscenza antico. La sua è una scelta importante, intelligente: ogni donna tramite il mito, ha la possibilità di specchiarsi, riconoscersi in una storia che risale a millenni fa ma che al contempo, li cavalca e scavalca per giungere qui a istruire e consolare.

Il mito dice alla donna che quello che sta accadendo, è avvenuto sempre e da sempre e in questo modo, le permette di essere consapevole perchè la sua personale storia si inserisce in un contesto di dolore secolare e che da secoli ha un nome: patriarcato. Nome opprimente ma che tramite il mito può essere finalmente chiamato, conosciuto e dunque rinnegato o sostituito con un altro nome, con altri nomi: libertà, sorellanza, resilienza, ribellione, consapevolezza.

Silvana Sonno rispettando e conoscendo profondamente la donna, ci dice che ella è dilagante, in transito, dischiusa, in grado di far nascere e di rinascere come l’araba fenice, come l’amore.

Il linguaggio di Sonno è elegante, raffinato, squisitamente lirico. E’ sollecito, utilizza numerosi vocativi volti all’esortazione. Parla diretto, vis à vis con ogni donna per scuoterla ma anche per consolarla. Non è mai seduto, mai arreso. Incita ad andare verso l’alto come l’araba fenice uccello di fuoco (il fuoco è sempre ascendente).

Costellata di numerosi simboli che rimandano alla femminilità come la notte e la luna, l’espressione poetica di Silvana, accudisce le tenebre proprie di ogni creatura femminile e le va a sostituire con immagini di luce piena, che è quella della consapevolezza, del saper discernere, del voler alzare la testa, del prendere atto che dentro tutte le donne dimora una inestinguibile capacità di volo, che le traghetta lontane dall’oppressore e più vicine, molto più vicine a se stesse.

 

ARIANNA

Vuoi trascinarmi con te nel Labirinto
ma non ti seguirò.

Conosco la tua brama
la tua fame insaziata
la tua rabbia infelice.

Ti so mentre avviluppi la tua corsa
tra le strade di Dedalo
e lacera il silenzio perfetto
dell’Antica Reggia
quel grido impotente a trattenermi.

Non entrerò ancora nel tuo sogno fallace.
Destati Teseo, e guarda il Minotauro
nello specchio della fresca fonte
dove l’acqua si trasforma in cerchi
intorno all’orrida testa ferina.

La Bestia.
Facci pace Teseo, e falla uscire
dal cono d’ombra dove l’hai rinchiusa.
Facci pace Teseo, deponi l’arme
placa il mostro e affronta la tua vita
pavido eroe di un mito trapassato.

Basta pasto di sangue e amabili bugie
disperse ai venti insieme alle promesse.
Io non verrò a salvarti, come è stato
ho riavvolto il mio nastro e sono Libera.

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Pubblicato da su 07/06/2019 in recensione

 

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Rosa candida

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su “Rosa candida” di Audur Ava Olafsdottir, coordinato da Federica Ziarelli poeta, venerdì  26 aprile 2019 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

Audur Ava Olafsdottir, lunghi capelli rossi, sguardo verde, bellissimo, è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Con “ Rosa candida” ha vinto numerosi premi e ricevuto in tutto il mondo un’entusiasta accoglienza. Tra le sue pubblicazioni: La donna è un ‘isola (2004), L’eccezione ( 2014), Hotel Silence (2018).

Quando ho letto questo libro, la mia bambina aveva un mese, era ottobre, il calore dell’estate da gestante era appena trascorso lasciandomi la dolcezza tiepida dell’autunno e della pelle di Aurora.

Ricordo esattamente che addentrarsi nel romanzo è stata un’esperienza lieve, tenera come la realtà che stavo vivendo per la prima volta e che mi rendeva simile a Lobbi il protagonista della vicenda, diventato padre in giovane età.

“Rosa candida” è un libro di poche pagine, un piccolo gioiello che riluce molto più fortemente di quelli più grandi ed evidenti. E’ una storia semplice, appena malinconica e avvolta in una luce morbida, distensiva, che accarezza.

Lobbi è un ragazzo di ventidue anni con un padre molto apprensivo ed un fratello gemello con dei problemi mentali. Ha da poco tempo perso la madre in un incidente d’auto e soffre per questa perdita amatissima, per questa madre rassicurante, che come lui amava le piante, il giardinaggio.

E’ proprio in uno dei vivai della madre che il ragazzo in una breve notte d’amore con Anna, sorella di un suo amico e per lui poco più di una sconosciuta, concepisce una bambina.

Il ragazzo non riesce a sopportare tutte queste responsabilità e quindi prende un aereo e si trasferisce nel Nord Europa, presso un monastero di frati per accudirne il giardino oramai quasi estinto. Porta con sé una particolare varietà di rose, quella che solo sua madre sapeva produrre, la rosa candida.

Il suo è un viaggio che lo conduce a perdersi totalmente per poi del tutto ritrovarsi

Quando Anna e la figlioletta lo raggiungeranno, la sua vita muterà per sempre: il ragazzo in seguito ad  un percorso di formazione lungo il quale lo accompagnerà Thomas un saggio monaco cinefilo,  si scoprirà  uomo e padre.

Il libro pur nella sua candida semplicità, che inizialmente sembra quasi spiazzante, in realtà contiene messaggi che scavano a fondo, riflettono sulla vita, sulla morte, sul senso dell’esserci come individualità ma anche e soprattutto come creature la cui azioni, lungi dal restare isolate, hanno un gigantesco ruolo nel modificare nel bene o nel male l’esistenza altrui.

E’ un romanzo sulla responsabilità, su quanto sia difficoltosa l’accettazione di un evento, di un dolore, di un compito al quale moralmente si è chiamati a rispondere (Responsabilità: responsus, respondere, rispondere), su quanto sia difficoltoso affermare: “Eccomi!”

(…) “Sono impegnato a ricostruire un giardino da sogno dove in pratica cresce tutto ciò che viene piantato, dove pure cerco di rimettere ordine nella mia vita e…Sono un padre, certo, ma non ho la minima idea di cosa sia meglio per me, figuriamoci per una bimba. Non raccontiamoci storie: mi sono ritrovato con una figlia, ma non mi sono mai nemmeno posto il problema se li voglio oppure no, i figli.”

E’ un romanzo, il solo che ho letto, sulla responsabilità paterna; riflette molto teneramente su come un uomo che diventa padre abbia almeno inizialmente un sentimento ambiguo nei confronti del figlio – a differenza della madre, che avendolo custodito per mesi all’interno del proprio corpo, continua in tutta spontaneità a sentirsene naturalmente ancora custode- ma che poi seguendo i dettami sapienti del cuore e delle viscere, riconosce un legame morale, affettivo stupefacente quanto immenso: “Non ce la faccio a non domandarmi in che modo sia possibile, per due completi sconosciuti, nelle circostanze precarie e inadeguate di un di un incontro in serra, generare un essere tanto divino.”

Avvalendosi di una scrittura, limpida, delicata, della stessa freschezza di una rosa, Olafsdottir regala al lettore immagini poetiche deliziose: “Mia figlia è immobile sulle mie spalle. Mi faccio schermo con la mano e fisso lo sguardo direttamente nello splendore accecante. E’ allora che la vedo lassù, nella vetrata del coro: la rosa purpurea a otto petali. Nello stesso momento in cui il primo raggio di luce trafigge la corolla e va a posarsi sulla guancia della bimba.”

La scrittrice assai sapientemente imbastisce una storia di altri tempi, non inseguita dal frastuono ammorbante del vivere odierno, ma placida: una donna incinta che aspetta con pazienza, e nel silenzio.

BIBLIOGRAFIA: Audur Ava Olafsdottir, Rosa candida, Einaudi (2012)

 
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Pubblicato da su 27/05/2019 in incontri

 

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“E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice…”

Il 17 maggio 2019 si è tenuta la presentazione della silloge  E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice…  (Robin Edizioni, 2019) di Silvana Sonno presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia. Hanno dialogato con l’autrice Nicoletta Nuzzo e Federica Ziarelli, poete.

 

recensione di Nicoletta Nuzzo

E l’amore non è scontato non è facile ma è quello che può aiutare chi in una società patriarcale vive da disobbediente. Simbolicamente molte sono le nascite e le morti di una donna ma l’amore come cura di sé e amore per le altre come sorellanza può donarci la possibilità di rafforzarci interiormente. In questa prospettiva l’Araba Fenice è il simbolo della resilienza.

Anche in questo libro di Silvana Sonno ritrovo forte il tema delle possibilità dell’identità femminile. Anche in questi versi, in particolare nella riscrittura delle donne della mitologia (Antigone, Penelope, Didone…), le donne sono diverse dall’immaginario di Sofocle, Omero, Virgilio.

Sono donne che non sono vittime perché possiedono interezza, cioè hanno pienezza di sé.

Il libro si àncora alla genealogia femminile: all’inizio con la poesia “la farfalla” dedicata alle tre sorelle Mirabal chiamate le farfalle e uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica dominicana per il loro impegno politico contro la dittatura, e al termine con l’”omaggio a Moderata Fonte”, poeta italiana del ‘500.

“Così scendo a incontrare la mia vita, che tu hai sepolto,/Padre, e alla nostalgia di lei consacro il sacrificio/che fa Antigone Viva./” (da Antigone). Nell’opera di Sofocle Antigone è condannata a vivere il resto dei suoi giorni in una grotta per aver dato sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Nei versi di Silvana Sonno Antigone non si suicida ma vive. In uno spazio ristretto. Che in realtà si dilaterà fino a rappresentare il mondo e la condizione umana: rivive il suo passato e dialoga con la sorella Ismene, con il padre…

Antigone è “l’archetipo della donna disobbediente”. Apre a un “divenire cittadine/i” non più diviso fra ragione di stato e passione personale. Figura non dell’esclusione femminile dalla sfera pubblica, bensì del tentativo femminile di proclamare il diritto d’esistenza nella sfera pubblica di leggi altre da quelle della sovranità.

“… ma nel gorgoglìo del sangue la ferita, come una bocca/dischiusa sotto il petto/continua a ripetere piano: non era amore…non era/amore…non era amore…/”(da Didone).

La regina di Cartagine si uccide per amore di Enea nell’opera di Virgilio. In questi versi invece ritrova la consapevolezza nel disincanto.

Mi domando: quanto è importante in un rapporto d’amore mantenere pur nella fusione una propria irriducibilità?

“Non arriveranno i fratelli, alla guerra/rivolti e ormai lontani, e pure il padre/gravato dagli affanni del mondo ci è distante./La madre nostra volge mite lo sguardo/a un’ignara esistenza e non conosce la sorte/delle figlie, imprigionate da una violenza antica/e resa oscura dal silenzio mortale delle ancelle./Sole siamo, sorella, ma alla promessa/fatta al mio cuore di soccorrerti  sempre/non sottrarrò le forze, né il pensiero/che l’amor nostro, Lui, ci soccorrerà./Non piangere, sorella, la sera cade/” (da Chi ha paura di Barbablù?).

Queste le parole di Anna a sua sorella, moglie di Barbablù, condannata a morire per aver scoperto la stanza proibita.

“Quella barba non è poi così tanto blu” si era detta la protagonista della fiaba: è la stessa espressione che continuano a ripetersi le donne vittime di violenza che sperano di poter redimere il loro principe azzurro?

 

 

 

 

 
 

Qualcosa di speciale

 

Basta leggere anche solo tre righe per capire che la voce narrante “bambina” può dire che “il re è nudo” perché proviene da una soggettività duttile e profonda, come quella della scrittrice Antonella Giacon, che riesce a dilatarsi in tante forme… La lingua è quella fluida ed immediata dell’italiano parlato, essenziale e profondo al tempo stesso: questa “semplicità e naturalezza” disarmante presuppone un processo di elaborazione lunghissimo e faticoso sia sul piano letterario che su quello esistenziale. Il frutto raro è quello dell’autenticità nel racconto delle verità necessarie per vivere.

Demis ha undici anni e una straordinaria capacità percettiva: per questo potrebbe perdere il filo, ma non è uno sprovveduto e allora scrive, già sa che la scrittura rimane non svanisce come quello che lo circonda, persone e animali, sentimenti e maestre: “A trovare le maestre si va sempre una volta e poi basta anche se quando si finisce la quinta si dice sempre ci veniamo almeno una volta al mese a trovarti maestra e la maestra dice sempre sì sì.” Demis affronta i “distacchi” della vita con la certezza della scrittura che è memoria e trama e può dire al nulla della vita :” Ma intanto di questa storia ho scritto tutto ci sono riuscito e non era per niente facile”.

Loro credono che tante cose io non le so ma le so invece anche se certe volte non le capisco ma tanto adesso mi accorgo che anche i grandi non le capiscono.” Demis come sempre è disarmante e  disvela  contraddizioni di un vivere accomodante e indolente …il suo è  un vivere bambino e  adulto  che si riunisce nelle sue geniali intuizioni.

“Io questi discorsi non li voglio sentire perché certe parole ti entrano in testa e continuano a sbatterci dentro avanti e indietro e sono pesanti e sembra che non scendono e fanno fatica al cuore ma dice la mia mamma le cose arrivano anche se non vuoi.” Demis osserva, ascolta, pensa e sente il peso delle vite intorno a lui, la sua empatia è straordinaria ne potrebbe rimanere sovrastato ma sa anche attingere dal sapere materno. Demis, tenero e struggente, difeso e indifeso ci conduce nella realtà profonda anche delle più piccole cose…

Nicoletta Nuzzo

“Qualcosa di speciale” di Antonella Giacon, Edizioni Corsare, 2017

 
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Pubblicato da su 15/04/2019 in letture, recensione

 

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di Nicoletta Nuzzo

Stavo scrivendo poesie e poi mi sono fermata, una spinta più forte delle altre, era lì il mandarino sul comodino dove lo teneva la notte la mamma per addolcire l’amaro della bocca.

Adesso è per me.

La tigre c’è ogni mattina o forse sono io che prendo posizione di difesa perché il suo balzo mi è entrato fisso nell’orecchio.

Quanto sfinimento per quella domanda “Chi sono io” che mi è balenata al primo contatto d’aria come uno shock.

Non me la sono presa comoda con quel rovello in testa e la mia perfezione come ambizione.

Ho annusato molti tratti di strada e l’io accendeva filamenti che poi sembravano perdersi.

Certo che non trovavo pace perché oscillavo, mi aprivo e mi chiudevo, appartenevo e mi separavo, visto così un po’ da lontano e senza batticuore sembrava tutto un movimento molto elementare come respirare: inspirare ed espirare.

Semplice.

Ma non avrei potuto pensarci subito perché mi viene l’angoscia a sapere che vivo.

E invece adesso ho raccolto questi brani di scrittura anche per la salvaguardia della mia continuità, come gesto di benevolenza verso di me.

Aver cura di sé è già guarire un po’.

 

immagine di Mumolina Olga. Inverno ancora in vita.

 

 
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Pubblicato da su 09/04/2019 in raccontarsi