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Le zie


zia Pietrina e zia Michelina

Le  mie zie, sorelle di mio padre, le ho conosciute  già anziane. Sono state attive fino a tarda età, da piccola mi sembravano un po’ strane, non capivo perché, non era soltanto  per la loro età, ma per la loro appartenenza ad un’altra  epoca, o meglio ad altre  epoche, almeno due: quella in cui si erano sposate (gli anni Trenta) e quella in cui avevano comprato le ultime cose (gli anni Cinquanta), sembravano dunque fuori moda per tutto, per i vestiti che indossavano, per la pettinatura, i mobili che avevano, gli oggetti che si trovavano nelle loro case, i troppi quadri delle persone a loro care e scomparse, le borse da passeggio che avevano, la cipria rossa sulle guance. Io non vedevo altre persone andare in giro così, se non qualche stravagante, ma non era il loro caso.

Chi poteva vestirsi come loro o non c’era più, o se c’era, rimaneva in casa essendo malandato, loro da un certo momento in poi, da quando io le ricordo, hanno cominciato a conservare,  si conservavano.

Ogni cosa nuova era inutile, le uniche cose che contavano erano: le medicine e  le preghiere.

All’inizio, essendo noi quattro le ultime nipoti arrivate, dovevamo sembrare loro troppo giovani perché potesse avere un qualche senso il rapporto con noi ma successivamente, essendo le uniche più vicine a loro, dal momento che l’ultima generazione di nipoti prediletti viveva a Roma, abbiamo cominciato ad essere oggetto delle loro attenzioni, forse anche perché sentivano di doverci proteggere così come facevano con  mio padre.

A mia madre il disordine della loro casa ed in genere la loro trasandatezza era insopportabile e se le facevamo notare che era dovuta all’età ci diceva che no, erano proprio loro così, aveva conosciuto tante altre persone anziane ma che  sapevano tenere la casa come uno specchio e dove si sarebbe potuto  mangiare per terra.

Era per questo che, quando doveva rimproverarci da ragazze per il nostro disordine, il richiamo al degrado in cui vivevano le zie era inevitabile. Ricordo anche come noi da piccole scherzavamo su questo guardando i loro orecchini ed immaginando quanto sarebbe stato difficile staccarli  dalle loro orecchie considerato che non se li erano mai tolti e che essi costituivano probabilmente il punto estremo in cui si fermava  il sapone quando si lavavano il viso. Ci penso adesso, ma non c’entreranno con le zie sia il mio disordine che la mia tendenza a conservare tutto? Per me questo è un modo per non separarmi dalle cose, anche se  contrastato dalle mie manie di pulizia e quindi dalla  voglia di separarmi dalle cose.

Ma queste sono contraddizioni che a loro sarebbero risultate assurde ed incomprensibili, davvero di un’altra epoca.

Zia Pietrina era a capo di un regime femminile che c’era nella famiglia di mio padre, tanto che gli stessi mariti delle zie erano conosciuti con il loro cognome da signorine.

Mia madre non perdonava a zia Pietrina di decidere per gli altri, indipendentemente dalla loro volontà, soltanto perché lei per istinto di protezione lo riteneva indispensabile. Questo era accaduto quando era capitata a Maglie, piccolo paese del Salento dove mio padre e mia madre vivevano appena  sposati, e nel giro di un pomeriggio li aveva portati via da lì, togliendo così a mio padre l’orgoglio di potercela fare da solo. La stessa determinazione e spregiudicatezza zia Pietrina l’aveva quando, trovandosi in difficoltà qualcuno dei suoi fratelli, all’insaputa degli interessati imperversava o – come direbbe mia madre- spadroneggiava nelle loro case portando via, per venderli, gli ori di famiglia o comunque tutto ciò che si poteva vendere. Per questo motivo a mia madre anni dopo è capitato di vedere il suo anello di fidanzamento ricomparire, indossato da una parente della persona  cui era andata per fare visita.

Non le è mai passata la rabbia per questo.

Ma non era l’unica vittima di queste iniziative, zia Michelina aveva subito spesso questo tipo di perdite, in particolare di spille, anelli e collane e poiché teneva molto a questo genere di ornamenti, erano ricorrenti i suoi rimproveri rivolti alla sorella per le sue incursioni.

Prima di abitare insieme a zia Pietrina, zia Michelina aveva abitato con suo marito, lo zio Michelino. Ricordo di quella casa i mobili della cucina perché erano rossi, di ciliegio, le coperte di raso dipinte a mano dalla zia con una tecnica  difficile che si compiaceva di conoscere -la pirografia-  gli arazzi che rappresentavano Ben Hur mentre trascina vittorioso la biga nell’arena. Poi il tabacco da fiuto che faceva starnutire, era lì nella stessa tabacchiera da quando, in altri tempi, si offriva agli uomini nei salotti. Ad attirare la mia attenzione c’erano anche  le gabbie con gli uccellini ed i pappagallini, qualcuno era ammaestrato e veniva lasciato libero di girare per un po’in cucina. Zio Michelino aveva un carattere allegro e di compagnia, ognuna di noi sorelle, quando la sera lui passava  da casa nostra  prima di andare al bar, sperava  di essere quella che lui avrebbe scelto da portare a passeggio, ma spettava sempre a Pina  perché era la più grande, anche se allora non ero tanto convinta di questa spiegazione…ed i miei sospetti aumentarono quando, sempre a Pina, lui regalò il primo album di  paesaggi a colori che io avessi  mai visto nella mia vita, era un album meraviglioso che non saprei davvero come descrivere, ma toccò a Pina: era anche vero che lei sapeva disegnare.

Quando anch’io cominciavo a diventare grande, non vidi più zio Michelino, chiesi di lui a mia zia e lei mi disse che era a Roma dove lo stavano curando ma da lì non ritornò, “peccato, era così simpatico!”, non chiesi altro anche se continuai a pensare a lui per un po’ con nostalgia, ma questo non lo seppe nessuno. Ci  fu comunque un cambiamento: zia Michelina andò a vivere in una casa comunicante con quella di zia Pietrina e suo marito, zio Toto. Avevano ricavato, infatti, in una parete tra le due case un’apertura grande quanto una porta e vi avevano appesa una tenda che metteva in comunicazione le stanze da pranzo delle due zie. Questo perché zia Michelina non si sentisse sola. Nella casa comunicante io, da quando avevo sei anni, ci andavo spesso per vedere cosa faceva zia Michelina.

Lei è l’unica zia che ci ha raccontato le favole che, grazie al suo bel modo di parlare, sapeva recitare molto bene: con il tono dolce e sereno della sua voce creava l’atmosfera per noi che l’ascoltavamo la sera, vicino al braciere. Personaggi e scene erano descritte nei particolari e soprattutto li faceva a volte parlare in versi, anche la morale ce la presentava in rima, pure quando a me sembrava un  po’ strana e inopportuna soprattutto se riferita ai personaggi altolocati delle favole.

Una di queste favole raccontava infatti di un re che, avendo chiesto ai suoi amici principi e sovrani  più sapienti quale fosse la cosa più importante per la salute di una persona  e non avendo nessuno  il coraggio di  dare la risposta giusta – trattandosi del volgare gabinetto –  di fronte  al loro raccapriccio s’indispettì e fece loro uno scherzo.

Li invitò ad una festa nel suo castello, offrì loro da mangiare e da bere in abbondanza e li ospitò in stanze dove non c’era il “bagno”, quando la notte  principi e principesse si trovarono ad aver bisogno del bagno senza riuscire a trovarlo, la loro disperazione fu tale da dover dare ragione al re.

Così mia zia aveva trovato un modo figurato e pedagogico per far comprendere ad una bambina  piccola come non fossero trascurabili certe funzioni fisiologiche del nostro corpo, poco signorili  ma certamente vitali.

Io, forse non era il momento giusto  o forse manifestavo già così i problemi di coesistenza con il mio corpo, ne rimasi molto colpita: mi sembrava incredibile che mia  zia avesse raccontato con tanta disinvoltura ed in rima, tra broccati e gioielli, qualcosa quasi di osceno, che ci fa apparire comunque così poco nobili, che può sembrare quasi una specie di imperfezione o di dispetto per il nostro essere spirituale.

Confusione: …e poi cosa c’entravano i nobili con il “bagno”? loro  erano creature aeree come i loro profumi…

E cosa c’entravamo noi, creature fatte di distanze, della carta dei libri, delle stoffe del mercato del giovedì e di quelle speciali, per i giorni di festa, che arrivavano dai parenti dell’Argentina…

Le mie scorie erano immagini incrostate, fisse, e quelle solo altre visioni e parole potevano pulirle, cioè toglierle…

Quando penso a zia Michelina in quella casa la rivedo come in una scena di un film di Bette Davis: piccola di statura, con i capelli nerissimi che a boccoli le incorniciavano un viso dalla carnagione chiara e illuminata dagli occhi neri di famiglia. Lei si muoveva in quella casa con un’aria spensierata e inattaccabile cantando le canzoni romantiche del suo tempo, io la vedevo così prima che lei si accorgesse di me, quando aprivo da sola la porta d’ingresso perché lei era diventata sorda e non sentiva  più il campanello.

Le sue attività  al mattino in casa consistevano nel cucinare e nel sistemare quattro o cinque gabbie di uccellini che ancora teneva, sembrava un gioco per bambine: cambiava la carta di giornale su cui si poggiavano gli uccellini, riempiva con l’acqua la vaschettina pensile e, per farli mangiare -oltre al miglio- tra le assicelle di ferro della gabbia metteva un po’ di savoiardi, ne avanzavano  sempre un po’ per me. Il vero spettacolo erano le uova che si erano appena schiuse con gli uccellini piccoli, rosa, quasi trasparenti. Se ho provato della tenerezza da  piccola, il  mio primo ricordo si riferisce a questo miracolo.

Si sentiva il buon odore del sugo che cucinava, ma la composizione di ciò che preparava era indefinita, mia madre si raccomandava di non mangiare niente preparato o conservato da lei, anche se era stata in altri tempi una  brava cuoca.

Nonostante l’età e la sua vista difettosa  si avventurava ancora nell’elaborazione di pietanze e dolci al forno dopo aver  consultato il suo voluminoso libro de “Il re dei cuochi”. Ma lei, zia Pietrina e zio Toto a quegli esperimenti di cucina erano comunque sopravvissuti.

Mi faceva poi vedere i merletti a tombolo ed a chiacchierino che aveva fatto da giovane, alcuni me li facevo regalare, imparai anch’io a farne qualcuno. Oltre a seguire i miei progressi in queste arti femminili controllava pure la trascrizione, altrettanto artistica e femminile, che stavo effettuando di un suo quaderno speciale: era infatti un oracolo che nel passato si era rivelato prodigioso per il destino di molte sue amiche e la cui consultazione avrebbe  potuto in futuro rivelarsi altrettanto decisiva per la mia felicità coniugale.

L’attività di trascrizione doveva svolgersi a casa sua, lei l’oracolo non me l’avrebbe lasciato da portare via, già una volta era successo che per prestarlo a qualcuno l’aveva perso e per fortuna era riuscita a ritrovarlo, adesso non voleva correre più questo rischio.

Riuscii a copiare tutto l’oracolo, dopo di che persi sia il mio che il suo quaderno.

Fu la profezia che si autoavvera o la mia volontà di autodeterminazione? Crescendo diminuì la frequenza delle mie visite: andavo a trovarla per portarle cibi preparati dalla mamma o quando stava male e, quando anch’io partii come le altre sorelle per Modena, andavo dalle zie ogni volta alla partenza ed al ritorno ed allora, quando le guardavo, cercavo di imprimermi  in mente la loro faccia perché temevo  potesse essere  l’ultima volta che le avrei viste.

Quando zia Pietrina e zio Toto si ritirarono dall’attività del loro negozio di merceria, le zie cominciarono a dormire insieme nel letto matrimoniale di zia Michelina  anche di giorno, quando erano sveglie pregavano.

Poiché abitavano piano terra, dalla finestra bassa della camera da letto le intravvedevo alla luce della lampada che lasciavano sempre accesa, nel letto grande:  piccole, tutte e due con i capelli  ancora neri che si abbandonavano al sonno come bambine, nell’attesa che il tempo passasse.

Quando ancora uscivano di casa, zia Michelina capitava ancora a casa nostra magari per qualche modifica a qualche vestito, il cui modello era ormai sempre lo stesso: lo stile dell’abito era quasi all’impero con una  cintina di stoffa  in vita e due piegoni davanti.

Zia Pietrina, ogni sera prima di rincasare, suonava al nostro portone di casa aspettando che qualcuno si affacciasse da sopra alle scale per dirgli il famigerato “vi siete ritirati ?” cui seguiva come risposta qualcosa di urlato da lontano, non importava il significato delle parole, perché quello era il segnale convenuto -senza scendere tutte le volte fino al portone d’ingresso-  per dirle che “eravamo tutti in casa”, quindi in salvo e che, per quel giorno, il pericolo di vita era scongiurato.

La paura del pericolo-malattia-morte era aumentata sempre di più col passare degli anni fino a sfinire le zie a tal  punto che, negli ultimi due anni della loro vita, non chiesero più notizie di mio padre. Allora non capivo, adesso mi è chiaro che la paura della risposta era tale che, da un certo momento in poi, hanno  deciso di non sapere o almeno non ce la facevano più a portare il peso di questa preoccupazione. Quando papà è morto a loro non è stato detto ma lo hanno immaginato.

Quando si è ammalata zia Michelina, zia Pietrina è ritornata nel suo letto matrimoniale e da allora non l’ha più vista, forse ha solo sentito le grida di sofferenza degli  ultimi momenti di  zia  Michelina che pur avendo  pregato per una “buona  morte“, si è trovata in mezzo al sangue ed alle escrezioni del suo corpo, senza che le persone presenti  potessero avvicinarla a causa dell’odore insostenibile.

Dopo  la morte di  zio Toto, a novant’anni  zia Pietrina anche lei novantenne  è rimasta da sola, superstite ormai a tutto, ancora sana e con i capelli  e gli occhi neri di mio padre.

Non  volendo essere di peso alla mamma si fece portare via insieme ai suoi mobili in un paese vicino dai parenti del marito dicendo: “Hanno preso i mobili ed ora prendono anche me”. Quando Pina e la mamma andarono a trovarla, videro che le avevano tagliato i capelli. Poco dopo morì  in una casa e in un paese che non era il suo, tra estranei, lei che non aveva fatto viaggi  per non doversi allontanare dai suoi familiari.

E zia Annetta?

Pina ha letto lo scritto sulle zie e mi dice :“E zia Annetta ?”

“ E’ vero “ , ho aggiunto subito,” non me la sono scordata, però è difficile parlare di lei come poi  anche di altri”. “Va bene” lei mi dice: “Bisognerà aspettare quando sarà il momento”.

Ma è già il momento.

Non ho dimenticato zia Annetta, un’altra sorella di mio padre, anche se non è facile parlare di lei perché quando l’ho conosciuta era già ammalata . La prima immagine è di lei attaccata al braccio di zia Michelina, non si poteva lasciarla per strada da sola, era come una bambina di cinquant’anni, grassa,  con i capelli neri, pari e lisci. Era più giovane delle zie e, dopo la morte di zio Michelino, cominciò a vivere insieme a zia Michelina.  Quando era in visita a casa nostra stava sempre seduta fino all’ora del rientro e stava lì per conto suo, quasi dormicchiava come immersa in una sua dimensione.

Lei “faceva  i vermicelli “ così dicevamo noi ragazze, perché a testa china fissava lo sguardo sulle dita del  pollice e dell’indice che strofinava tra loro, con un movimento continuo in una mano o in tutte e due le mani.

Le parole che le ho sentivo pronunciare oltre il suo torpore sono state “Che, mi devo prendere una pillola?” o quando ci vedeva che provavamo  davanti allo specchio qualche vestito che mia madre ci  stava cucendo ,“  Uhm, bella vai, una porcheria! “.

Non era poi  tanto stupida se si beffeggiava del nostro essere giovani e vanitose schernendoci così. Mia madre diceva che non era stata sempre così, anzi le era sembrata la  migliore delle zie, perché  la più sbrigativa: per mia madre questa parola, ancor meglio se seguita dal  termine pratica, era il massimo degli aspetti positivi individuabili in una donna.

Forse le mie sorelle più grandi ricordano zia Annetta quando ancora era autosufficiente, cioè si muoveva da sola e le andava a prendere da scuola. Non si è mai capito quale fosse la sua malattia, tutto era cominciato quando, in seguito ad un disturbo di tipo nervoso forse depressione durante la menopausa, cominciò a star male.

Le zie, che quando si trattava di salute si spaventavano con niente, la fecero curare. All’epoca -non era come adesso che soffriamo tutti o quasi di disagi psicologici e marciamo a forza di Lexotan – un malessere psichico non classificabile come generico esaurimento nervoso, significava il ricovero in manicomio con le atrocità che ne conseguivano: camicia di forza ed elettroshock, da lì se ne usciva non più come pazzi ma come scemi.

E così fu per zia Annetta che non tornò più come era prima, cioè come la persona che poteva essere e che  io avrei potuto conoscere. Da allora fu accudita da zia Michelina che secondo le prescrizioni mediche le somministrava un numero imprecisabile di medicine. Ma le zie e mio padre sotto la loro responsabilità preferirono tenerla a casa piuttosto che lasciarla in una casa di cura. Si ammalò di qualcosa ai polmoni, tanto che quando respirava si sentiva un rantolo, ma anche di questo male non si seppe la denominazione e non è chiaro se per la paura delle zie di nominare soltanto qualcosa di grave riguardante la salute o perché non si era individuata la malattia.

Zia Michelina  la portò al mare sperando che migliorasse, ma  una delle mie sorelle, che le aveva seguite per tener loro compagnia, ricorda ancora il rumore in tutta la stanza del respiro di zia Annetta. Al mare peggiorò  forse perché lo iodio aveva complicato invece di migliorare la situazione: sarà stato per questo che quando zia Michelina durante quel soggiorno estivo con tutte le sue forze cercava di portarla vicino al mare, con altrettanta disperazione zia Annetta recalcitrava.

Se la scena non fosse stata grottesca ci sarebbe stato da ridere a vederle spintonarsi tutte e due piccole, grasse e pesanti e vestite di scuro  in riva al mare. Al ritorno a casa zia Annetta fu collegata inutilmente ad una bombola di ossigeno. Morì pochi giorni dopo, lasciando davvero sola zia Michelina.

Nicoletta Nuzzo, racconto secondo classificato al Concorso Terra d’ulivi e pubblicato  nell’Antologia  Sulla carta del tempo, Edizioni Terra d’ulivi 2015

 

 

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Pubblicato da su 22/09/2018 in raccontarsi

 

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Donne del mondo: Fumiko Enchi 


 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura ‘Donne del mondo’ su ‘Onnazaka, Il sentiero nell’ombra’ di Fumiko Enchi (1905 -1986), coordinato da Laura Valenzano lettrice, mercoledì 30 maggio 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

E’ stato grazie ad un’amicizia, di quelle autentiche, avvolgenti, che si stringono tra donne se ho potuto conoscere ed amare il Giappone.

Immagini leggiadre, profondamente raffinate, di una delicatezza tutta speciale mi sovvengono quando penso a Sanae perché è stata lei ad infonderle nella mia mente. Fiori di ciliegio dunque, a profusione, rosati e impalpabili, e templi, scale per raggiungerli; stuoie dove sedersi, canne di bambù, terme all’aperto, laghetti coperti da fiori di loto, i perfetti salti delle rane, la luna piena sopra Kyoto; le acconciature scultoree delle geisha, le preziosa cerimonia del the. Il Giappone è eleganza, minimalismo, attenzione al dettaglio, un fluttuare poetico di ogni cosa.

La letteratura nipponica è pregna di grandi scrittori e scrittrici, che descrivono questo mondo con la grazia con cui si dipinge un acquerello.

Con la stessa grazia, la filosofa e lettrice Laura, ci ha presentato una delle più grandi romanziere giapponesi: Fumiko Enchi.

Nata da una famiglia colta e molto ricca, prendendo ispirazione dalla vicinanza di una nonna appassionata di lettere e teatro, si avvicina alla scrittura.

La sua carriera letteraria prende inizio nel 1926 e la porterà ben presto ad ottenere importanti riconoscimenti.

Attraverso la sua scrittura ha descritto quella che per secoli nella società giapponese è stata la condizione della donna, costretta da una morale rigida e ottusa alla repressione delle proprie aspirazioni. I suoi romanzi invitano le donne a prendere coscienza di se stesse ed a lottare per ottenere libertà e indipendenza.

Tra le sue opere più importanti, del 1953 “I giorni della fame”; del 1958 “Maschere di donna”; del 1965 “Le false sciamane”; del 1976 “I colori della nebbia”.

ONNAZAKA (Sentiero nell’ombra) risale all’anno 1958 ed è probabilmente la sua opera migliore, la più grande, quella maggiormente apprezzata anche dalla critica, e vincitrice del premio letterario Noma.

Onnazaka è la strada secondaria che conduce al santuario shinto, tradizionalmente riservata alle donne. E’ un percorso angusto, nascosto, un sentiero, appunto, “nell’ombra”. In Fumiko Enchi diviene immediatamente triste metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale: protagonista della vicenda è Tomo, una donna nata verso la fine del periodo Edo, costretta ad accettare il ruolo di sottomissione assegnatole dalla società patriarcale. Moglie di un ricco e rispettato funzionario del governo, non solo è obbligata a subire i numerosi tradimenti del marito, ma anche ad accogliere nella propria casa le sue concubine ed addirittura, le verrà assegnato il compito straziante di sceglierne lei stessa una “adatta” a lui.

(…) “Le pareva un’infamia. Concedere ad un uomo che aveva provato ogni genere di piacere, più vecchio di due dozzine di anni, una fanciulla che avrebbe voluto continuare a giocare con le bambole.” (…) “Perché mai aveva dovuto piegarsi a commettere un’azione da mercante di schiavi, così crudele?”

Tomo cova nel profondo un terribile rancore che all’avvicinarsi della morte sfogherà in un grido di rabbia e di liberazione: (…) “ il suo sguardo era vivido e brillante d’eccitazione. Traboccava di un sentimento così intenso da non sembrare più lo stesso sguardo grigio e placido che di solito pareva riposare sotto le palpebre pesanti, semichiuse”

(…) Aveva ricevuto su di sé il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni: un grido che aveva prodotto un’eco tanto forte, da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo.”

Alla figura di Tomo ispirata alla nonna dell’autrice, si affianca quella della prima concubina del capofamiglia, Suga, che a tratti, nella narrazione, assume un ruolo centrale. E’ una creatura splendida e malinconica, arresa, venduta a quindici anni dalla madre e che a differenza di Tomo non ha quindi scelto di entrare nella famiglia Shirakawa: “(…) Era alta per la sua età, la pelle candida come carta, i capelli folti con riflessi color lapislazzulo le incorniciavano il volto candido, nel quale sopracciglia e occhi risaltavano come se fosse stata truccata per il palcoscenico.” (…)” In contrasto con la vistosa bellezza del volto, Suga aveva un carattere riservato. Non amava molto esibirsi. Era come se avesse appreso l’arte dell’intrattenimento solo per compiacere i genitori.”

La seconda concubina con la quale Suga instaurerà un commuovente rapporto di solidarietà, è Yumi, alta, lo stile da amazzone ed il colorito olivastro come un giovane attore; ed infine incontriamo Miya l’ultima concubina, una bambolina di otto figli, che morirà giovanissima e che sarà protagonista di una relazione incestuosa, altro dolore immenso per Tomo. Poi c’è Etsuko, figlia della coppia, una ragazza pura ed ingenua, teneramente amata dalla madre ed anch’essa  personaggio fortemente positivo per come si porrà in maniera accogliente nei confronti delle giovani cortigiane: (…) “la più felice sembrava essere Etsuko, che seguiva come un’ombra Suga, esultando: “Che bella! Che bella!”

Risulta dunque totalmente chiaro che il progetto di Enchi era mettere in luce le figure che in quell’epoca rimanevano nell’ombra autoritaria e sgraziata dell’uomo, ed a dare loro voce con tutta l’incommensurabile forza e passione che nei secoli queste donne non hanno potuto buttare fuori, aprire, esternare, far scrosciare, estendersi. La scrittrice fa questo avvalendosi di una lingua limpida, piana, disciplinata, straordinariamente sofisticata ed introspettiva, spesso animata da morbidi colori: (…) “scorgeva Suga ed Etsuko ferme una davanti all’altra, sotto le foglie verdi di una pergola dentellata di viti. L’ombra delle foglie d’uva attraverso cui filtravano i raggi del sole, dava riflessi verdi al candido viso di Suga”, altre volte più audace, volta a descrivere con veemenza i sentimenti, i pensieri, i desideri di questo regno muliebre, castigato e recintato e troppo troppo bramoso di sortire dalle barriere e fiorire, come un bocciolo di ciliegio.

BIBLIOGRAFIA: Fumiko Enchi “Onnazaka”, Safarà editore, 2017.

nella foto Fumiko Enchi

 

 
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Pubblicato da su 13/07/2018 in incontri, letture, recensione

 

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Nicoletta Nuzzo: le parole di confine nella notte che arriva

 

Recensione di Sebastiano Aglieco per AMATA VOCE, Rupe Mutevole 2014

Questo libro di Nicoletta Nuzzo ci suggerisce subito, a una prima lettura, la presenza di un allontanamento, di un parlare non vicini, di un parlare da due tempi non perfettamente coincidenti. Il titolo fa riferimento proprio alla voce e costituisce, già per sé, la dichiarazione di una dedica affettuosa: “amata voce”. (LEGGI TUTTO)

 
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Pubblicato da su 17/06/2018 in incontri, recensione

 

OmbraLuce

I racconti di OmbraLuce (Rupe Mutevole 2018) della scrittrice Cristina del Torchio racchiudono “momenti di essere” nel rivelarsi dell’umano in accordo con l’Intero. La voce narrante femminile porta un Sé non addomesticabile ma appassionato di vita tutta da declinare secondo la propria unica realtà anche visionaria. E così nell’elaborazione della propria esperienza si forma un codice materno di conoscenza che arriva come dono per affrontare “la grande tristezza” quando arriverà.

La scrittura di Cristina del Torchio ha la sensibilità di chi conosce la cura di sé come atto di libertà verso un io che non si lascia moderare ma emana dalla propria intima essenza. E’ così possibile quella ”casa interiore” che ci permette di rimanere fedeli a noi stesse anche in situazioni di cattività. Non basta vivere per fare esperienza ma bisogna divenire. Ed evolversi è un compito che può dare un senso alla fatica di vivere.

Le protagoniste dei racconti sono donne appassionate e consapevoli che non si sottraggono al rischio di un sentiero scomodo e tutto da esplorare. “L’ombra di un aereo, oppure i profumi e i sapori: anche quelli ti accompagneranno per tutti gli strati della vita (avevo pensato mentre si allontanava). Quando la grande tristezza ti raggiungerà, saprai contrastarla? Saprai parlarle e dissolverla per illuminare tutte le nebbie del mondo? Alla fine voglio pensare che sì, ci riuscirai (ma a quale prezzo?) e farai prevalere lo strato di vita che conterà più di tutti gli altri.”  (Da OmbraLuce)

                                                                                         Nicoletta Nuzzo

 
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Pubblicato da su 23/04/2018 in recensione

 

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Cassandra è vita che si impone, che non accetta, che non si piega.

 

di  Federica Ziarelli

Il liceo classico, la Grecia, le radici occidentali che affondano in questa terra di miti, di grandi sogni e implacabili guerre: i misteri, la grandezza, le dinamiche tristi e felici del passato remoto hanno condizionato per sempre la mia visione sul mondo reale e su quello letterario.

E Nicoletta Nuzzo, con la sua visionaria sensibilità poetica, se ne è accorta e mi ha detto che “Cassandra” di Christa Wolf” mi sarebbe piaciuto. Così è stato, questo capolavoro epico mi ha conquistata e mi ha parlato immediatamente in maniera confidenziale perché in fondo già ci conoscevamo, perché già al ginnasio, io quattordicenne attentissima avevo colto nei racconti brevi ma intensi di una brava insegnante, che nella civiltà greca e nei suoi miti c’è contenuto tutto ciò che noi siamo diventati – e di più: tutto quello che proviamo.

Christa Wolf classe 1929, una tra le più grandi scrittrici tedesche, fin dagli esordi ha dimostrato una sensibilità potente verso la politica, le condizioni e contraddizioni del suo Paese ed ha scelto di scrivere storie riguardanti perlopiù questioni sociali. E’ concreta, ribelle, ha forza di sguardo e prontezza di critica. Tenta di comprendere, di cambiare, di aggiustare.

E la sua Cassandra, lei la leggendaria veggente troiana, figlia di Ecuba e di Priamo, le somiglia straordinariamente. Non è mai passiva, mai arresa anche se strozzata da mani che la atterriscono grida prepotentemente contro il delinearsi di una realtà accecata, irrimediabilmente patriarcale, scorretta, bestiale. Sconfortante è il senso di inadeguatezza della donna che si affaccia alla sfera intellettuale, da sempre privilegio maschile. La comunicazione tra i sessi diviene complicata, nervosa, inconcludente, fatta di pensieri che non trovano parole. “Insistetti per essere ascoltata in consiglio come testimone della morte di Troilo. Pretesi che si ponesse fine alla guerra, subito. E come? Mi chiesero gli uomini sconcertati. Io risposi: dicendo la verità su Elena. Sacrificando. Oro e merci, e quel che vogliono purché si ritirino (…) Uomini attempati divennero mortalmente pallidi. E’ matta, udii bisbigliare.”

Tuttavia sebbene Cassandra viva in un’epoca in cui le donne hanno perso ogni autonomia nell’arte del “vedere”, aspira ad uno sguardo e una voce del tutto propri. In questo modo di contro alla cecità generale, lei sola inizia ad accorgersi delle finzioni del Palazzo, nei segni che annunciano la guerra.

Troia, che nel corso dell’infanzia e della giovinezza le era sembrata una città perfettamente equilibrata, è ora la città dei padri, che contrappone argine ad argine, muro a muro. “Era là, dietro le sue alte mura, la mia Troia, la città amata. (…) Com’era ridotta la mia città, com’erano ridotti i miei troiani, al punto da non vedere che ci spingevano, piccolo drappello per le loro viuzze? Vidi com’ è semplice semplicemente non vedere. Non trovai i loro occhi. Ne scrutai con fermezza le nuche. Erano sempre state così vili? Un popolo di nuca vile, possibile?”

Alla fine del romanzo, quando il sole è oramai tramontato, in attesa della morte, Cassandra ha compreso che nessun dio le ha dato la veggenza, non Apollo né alcun altro. “Il dono di vedere” è solo la capacità propria dell’uomo, di attivare tutto il proprio corpo al fine di dire il reale, di non accontentarsi dei simulacri. “Tutto questo, la Troia della mia infanzia, esiste ancora nella mia testa soltanto. Qui dentro, finché ho tempo, la voglio riedificare, non voglio dimenticare nessuna pietra, nessuna lama di luce, nessuna risata, nessun grido. Anche se per breve tempo, voglio custodirla in me fedelmente. Ora posso vedere quello che non c’è, con quanta fatica l’ho imparato.”

Eccelsa è stata la Wolf nel dare vita ad un personaggio tanto intenso, così meravigliosamente mosso da passione e da coraggio. Cassandra è vita che si impone, che non accetta, che non si piega.

In lei parlano a volte teneramente, altre con voce tremante ma comunque decisa, i doni che la femminilità porta con sé dagli esordi del tempo; quel non indietreggiare allorché la sfida è proteggere, sacrificarsi, imporsi, rialzarsi – ed amare, soprattutto amare senza limiti ed in pieno orientamento.

 

 

Bibliografia: Christa Wolf “Cassandra”, Edizioni E/O, maggio 2017

https://nicolettanuzzo.wordpress.com/2018/02/25/cassandra-la-voce/

immagine, Christa Wolf, ritratto di Paolo Galetto

 
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Pubblicato da su 10/04/2018 in incontri, letture

 

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