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Io non sono un albero

 

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Io non sono un albero” di Maryam Madjidi, coordinato dalla scrittrice Tommasina Soraci, venerdì 22 febbraio 2019 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia. 

Maryam Madjidi  nasce in Iran nel 1980.

Appena seienne lascerà il Paese per la Francia. Studierà poi alla Sorbona e si dedicherà all’insegnamento del francese ai detenuti ed ai minori non accompagnati che giungono dall’estero;

Io non sono un albero” è il suo romanzo d’esordio grazie al quale vincerà il premio Goncourt Opera prima e il premio Ouest – France Etonnants Voyageurs. Quindi il suo ingresso nel mondo letterario è stato immediatamente accolto con entusiasmo, e non a caso, visto che il suo talento, almeno ai miei occhi e a quelli di Tommasina Soraci, scrittrice, saggista e coordinatrice di questo incontro letterario, risulta lampante. Sarà per la tenace, gradevolissima ironia della sua lingua o forse per il carattere fortemente poetico del suo stile, ma non è affatto complicato essere coinvolti dal piacere della lettura quando si ha sotto gli occhi un testo del tutto privo di retorica e tanto ricco di suggestioni, di simbolismi, di immagini sinestetiche: “Instancabile Shirin, senza saperlo hai rasserenato uno dei periodi più angoscianti della mia vita. Il grosso buco nero dell’Iran sul quale avevo paura di sporgermi. Mi hai presa per mano e ti sei affacciata con me. L’hai riempito di risate e d’infanzia. Magica Shirin, hai trasformato la pesantezza in grazia. Nessuno ha mai portato meglio il tuo nome. Shirin significa “dolce” in persiano.”

“Scruta l’orizzonte per vedere lettere danzare, portate dal vento. Lettere che partono, lettere che arrivano, lettere che attendono (…) Lettere sospese come una lunga ghirlanda di parole che dalla mansarda parigina raggiunge i tetti di Teheran.”

Il romanzo inizia con la bambina ancora nella pancia della madre.

Anni settanta, i genitori di Maryam sono giovani, comunisti, innamorati del loro Paese, e sono costretti a lasciarlo nel periodo in cui sta sprofondando verso uno dei regimi più oscurantisti dell’epoca moderna.

Esiliata in Francia, la bambina si trova ad essere accolta da una lingua sconosciuta, che lei rifiuta immediatamente chiudendosi in un mutismo cocciuto: “I bambini mi sfiorano correndo. Toccarli, parlare con loro, ma come? Non capisco la loro lingua e nessuno capisce la mia. Quanto ho odiato la ricreazione in quei primi giorni di scuola.

Allora la bambina dai grandi riccioli neri inventa dialoghi con amici immaginari. Inventa delle storie, storie che consolano, storie per riempire la bocca della realtà. E’ una regina prigioniera di una lingua straniera: nella sua lingua invia messaggi segreti a un coraggioso cavaliere che deve venire a liberarla da quelle parole barbare.”

Soltanto dopo si troverà a scegliere la lingua francese come unico salvagente possibile fino ad allontanare qualsiasi richiamo alle origini: Io non sono un albero, non ho radici.”

E questo è a tutti gli effetti un libro incentrato sulla lingua, su quello che significa la lingua nel designare una personalità, nel dare o togliere identità, nel costituire un elemento primario per la costruzione di una coscienza individuale e collettiva: “Allora la lingua francese avvolge la bambina con il suo mantello regale di gigli e di élite. Procedono insieme verso un grande edificio di liberté, égalité e fraternité. Frammenti di carta danzano sopra il loro capo: pagelle esemplari, lodi meritate, poesie applaudite turbinano allegramente scortandole. Il persiano, seduto un po’ in disparte su una panchina, li guarda allontanarsi. Vecchia pensosa, circondata da una spessa solitudine, con la punta del suo bastone spazza via qualche foglia e cartaccia insieme ai vecchi sogni del passato.”

Madjidi racconta come le radici possano essere un fardello, un’arma di seduzione, un incubo, un’inesauribile risorsa. Il lettore osserva ogni cosa tramite gli occhi della bambina, che vede i genitori più interessati alla causa che a lei, che mettono a rischio la loro vita ogni giorno fino ad essere vecchi e stanchi di combattere.

Denso è nella narrazione il susseguirsi di storie sull’evoluzione del trattamento della donna in Iran, sui trucchetti adoperati per poter conoscere i ragazzi per strada senza dover incappare in spiacevoli conseguenze, sull’inavvicinabilità delle donne in carriera, obbligate a rimanere single perché troppo potenti per gli uomini iraniani.

La struttura del romanzo è molto particolare, si passa dalla prima alla terza persona, così come dal presente al passato in completa libertà, con spontaneità. Gli eventi non sono disposti in ordine cronologico ma ci dipingono un completo quadro della crescita della bambina e dei mutamenti della madre.

Nella confusione della lingua, bellissima è l’immagine della nonna come figura di riferimento, lei che regala bambole a Maryam facendone simbolo di identità, il legame col passato a cominciare dalla prima infanzia: “Voglio già bene a mia nonna, la mia grande protettrice. Riconosco immediatamente il suo timbro di voce dentro questo ventre agitato. Nonna Massoumeh, vorrei che ci prendessi in ostaggio qui in questa casa per sempre, che non ci lasciassi più ripartire. Regalaci ancora piatti deliziosi, the, calore, dolcetti. Prenditi cura della mia prima casa. Avvolgici, fai tacere le grida del mondo, parlaci ancora.”

La nonna è la  bellezza dell’Iran, di ciò che conta, di quel che resta come lo è al contempo la poesia iraniana tramite la quale Maryam si pone alla conquista dell’amore di un uomo: “Aspetto un po’ di vedere che effetto gli fa. Non ha capito niente, neanche una parola, ma gli occhi brillano di fronte al mistero devastante della lingua persiana e della sua poesia. E’ affascinato perché non ha capito niente? Poco importa, ha abboccato. Ora gli rifilo la traduzione, giusto per farlo capitolare.”

Lo splendore della luna, con la sua luce

ha dilacerata la veste della notte.

Bevi vino, ché un momento simile

non è possibile trovare.

Sii lieto e pensa che molti splendori di luna

verranno l’un dopo l’altro sulla faccia della terra.

 

 

BIBLIOGRAFIA: Io non sono un albero, Maryam Madjidi, Bompiani (2018)

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Pubblicato da su 20/03/2019 in incontri, letture, poesia

 

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“Neppure il silenzio è più tuo”

 

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Neppure il silenzio è più tuo” di Asli Erdogan, coordinato dalla lettrice Daniela Quarta, venerdì 26 ottobre 2018 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

Asli Erdogan (Istanbul, 1967) è tra i più importanti autori della letteratura turca contemporanea, e attivista per i diritti umani. Ha vinto premi letterari in Turchia e in Europa, i suoi libri sono stati tradotti in diciassette lingue. Tra le sue opere Il mandarino meraviglioso, 1994; Gli uccelli del bosco, 2009; Neppure il silenzio è più tuo, 2017.

E’ dalla presentazione accurata, attentissima, appassionata di Daniela Quarta ex docente di storia del teatro, che conosco la grandezza di un romanzo cruento quanto poetico, tragico eppure leggiadro.

Il tocco coraggioso, ribelle, atrocemente realistico di Erdogan descrive con attenzione minuziosa i toni torbidi di una guerra incessante, onnipresente, rigurgitante sangue, buio.

Neppure il silenzio è più tuo non è un romanzo né una raccolta di racconti, ma nemmeno un saggio. Sulla falsariga di una narrazione unitaria si sviluppano una serie di pensieri che mescolano all’interno di ciascun “pezzo” varie forme, dal racconto, all’articolo giornalistico, al memoir. L’autrice attraverso un linguaggio lirico, altamente musicale, in continua tensione, avvalendosi di un registro di cronaca, che non perde mai poesia, riporta su carta più che eventi, sensazioni ed emozioni, e sono così vere, talmente intense da non poterne non partecipare in prima persona: “Non c’è più niente qui ormai che possa dissociare le parole le une dalle altre, nel gomitolo della stessa oscurità le parole si disfanno e si disperdono rinnegandosi l’una con l’altra, non c’è niente che possa distinguere la speranza dalla disperazione, la paura dalla temerarietà, l’esser morti dal non esserlo.”

Protagonista della vicenda è una donna che completamente sola, affiancata dall’unica presenza di un cane randagio, attraversando l’orrore devastante di una guerra terrificante quanto assoluta, decide di non abbandonarsi, di non cedere all’indifferenza e di far sentire con fermezza e una lucidità sconvolgente, a tratti persino disarmante, la sua voce: “ Non voglio essere complice del fuoco riversato contro donne, bambini e anziani che si tengono aggrappati alla bandiera bianca cercando di uscire dalle macerie. Non voglio essere complice della mandibola bruciata di un bambino di dodici anni ritrovato in uno scantinato. Né del sacco consegnato dicendo Questo è tuo padre, cinque chili di ossa e di carne, né del sacco consegnato dicendo Questo è tuo figlio.”

Ciò che in Erdogan disarma sono questi schiaffi emotivi che arrivano diretti, espliciti ricordandoci che cose del genere non sono avvenimenti fittizi, letterari ma veri quanto il rumore del respiro quando tutto tace ed il silenzio amplifica, rende tuonante la vita stessa, e la morte che ne è contenuta: “Se ciò che chiamiamo vita e ci rende significanti è dato alle fiamme con taniche di benzina mescolate a chissà che…Se le volte dei nostri sogni sono fatte saltare in aria con armi pesanti, se le parole scolpite dal sangue di millenni sono traforate da una pioggia di proiettili…Se non riusciamo a udire, a lanciare neppure un grido…Neppure questo silenzio è più nostro…”

L’obiettivo dell’autrice, che è poi dovere e missione sacra, risiede nel difendere la libertà e restituire a questa parola il significato autentico a costo di esporsi a rischi concreti come il carcere vissuto centotrentasei giorni.

Asli è stravolta ma non finisce di percorrere la densità, di smagliare il magma, di far affiorare, di  stanare dal buio gli eventi. A questo scopo scava a fondo ma senza mai piegare completamente la schiena: “Mettersi a scrivere in un mattino puro e limpido, calmo e senza aspettative. Sui morti, sulla politica mondiale…Analizzare, osservare, ragionare. Parlare di violenza, dolore, assassinii. Dire della guerra, della pace, della giustizia…Allineare le frasi. Fronteggiare gli assassini, far parlare le vittime. Guardare da un’oscurità verso un’altra oscurità, mettersi in viaggio verso un altro girone infernale. Scrivere dei morti all’ordine del giorno al posto di quelli non attuali.

Eppure, per raccontare la vita di una sola persona serve raccontare un intero mondo. Distruggere un intero mondo, raccontare una sola morte…Un mondo perduto sin dall’inizio.”

 
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Pubblicato da su 03/01/2019 in recensione

 

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“Le onde”

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Le onde” di Virginia Woolf, coordinato dalla poeta Federica Ziarelli, venerdì 30 novembre 2018 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

Lei, non si può non conoscere lei e il suo profilo delicato, gli occhi tristi, i lievi capelli raccolti, i movimenti molli, da medusa. Virginia Woolf, la più grande scrittrice britannica, intelligentissima, fragile, snob, bisessuale, femminista, è oramai un’icona non meno di Marilyn Monroe.

Nasce a Londra nel 1882 e muore suicida annegandosi nel fiume Ouse a Rodmell nel 1941.

Di lei rimangono i numerosi romanzi, le splendide autobiografie come Momenti di essere (1940); i grandi capolavori: Gita al faro, Orlando, La signora Dalloway, Una stanza tutta per sé.

Le onde è probabilmente la sua opera più difficile, quella più ambiziosa e della quale lei stessa ebbe a dire: “ Le onde si stanno risolvendo in una serie di monologhi drammatici. Il problema è come farli scorrere, in modo omogeneo, al ritmo delle onde. Si riuscirà a leggerli uno dopo l’altro? Io non lo so proprio.” (…) “E’ il mio romanzo mistico, senz’occhi; ma tutto orecchi, il primo lavoro nel mio proprio stile, qui la lingua finalmente tace. E cioè si fa tutta interiore.”

I soliloqui dei sei personaggi, Jinny vanitosa come un’areiforme falena, Susan campestre, genuina  madreterra, Rhoda una ninfa delle sorgenti (probabilmente alter ego di Virginia), Louis che vede donne che scendono dal Nilo con brocche rosse; Neville ordinato, sempre preciso, Bernard fecondo nell’inventare storie, e gli interludi lirici, sono le due modalità che la scrittrice inventa per sospendere la lingua nel vuoto di un’enunciazione, la prima senza interlocutore: “ Andrò fino alla siepe, coglierò dei fiori, il caprifoglio verde e il biancospino lunare, le rose selvatiche e l’edera serpentina. Li stringerò tra le mani e li poggerò sulla superficie lucida del banco. Mi siederò sul bordo del fiume a guardare le ninfee larghe e lucenti.”, la seconda senza soggetto: “Avvicinandosi alla spiaggia ogni striscia si sollevava, si gonfiava, si rompeva, ricoprendo la sabbia di un velo sottile d’acqua bianca. L’onda si arrestava, poi si ritirava sibilando, come chi respiri lento, regolare e incosciente nel sonno.”

I soliloqui sono allocuzioni introdotte da un “disse.” L’emissione di parola a cui tale verbo fa da incipit, non circola tra le varie persone (non c’è un reale scambio), è rivolta verso l’interno come una preghiera. Qui il silenzio non è un vuoto di parola, né tanto meno un vuoto mentale. Al contrario la concentrazione è massima, così alta da farsi grido.

Gli interludi sono, invece, prose liriche, la cui narrazione avviene in terza persona e descrive i ritmi eterni e puntuali del levarsi del sole, della luce, e l’espandersi inevitabile dell’ombra.

Le onde è un libro sul tempo, che non è propriamente il tempo che scorre e si ripiega nella morte. Qui il tempo è scandito (come si vede negli interludi) da un chiarore mattinale che si irradia per poi essere sostituito da un ‘ombra che progredisce. Per i personaggi non vi è altro tempo che il presente (…) “Due uomini, tre donne; un gatto nella cesta, io coi gomiti contro il finestrino – qui e ora

E’ questo, mi dico, il presente; questo il primo giorno delle vacanze estive. (…) Mi sembra di avere già vissuto migliaia di anni. Ma se chiudo gli occhi, se smetto di essere il punto d’incontro tra passato e presente, qui e ora, in un vagone di terza classe pieno di ragazzi che tornano a casa per le vacanze, la storia umana sarà defraudata dalla visione di un momento.”

Woolf si chiede: “Che cosa sta?” “Che cosa sta fermo?” “Le cose stanno o se ne vanno?” “Non stiamo tutti dentro un medesimo continuo passaggio di luce ombra, ombra luce; di onda che arriva e si allontana? 

In questo eterno andare e venire, nell’insistenza infinita della marea contro la spiaggia, la scrittrice trova il ritmo, il suo ritmo di scrittura che è poi anzitutto il suo ritmo interiore: “Una notte mi sono svegliata ed ho sentito arrivare l’orrore. Inizia così come un’onda di dolore che monta intorno al cuore e mi aggredisce (…) Ecco ora voglio osservare l’onda che sale. Fallimento, fallimento (l’onda monta). Oh, hanno riso di me perché mi piace il verde! L’onda si rovescia. Vorrei essere morta. Mi restano pochi anni da vivere, spero. Non posso pensare di affrontare questo orrore – (e qui l’onda mi travolge).” In queste frasi si delinea la potenza del suo male di vivere, la pressante   depressione, che viene e va ed ogni volta è un’ immersione nel terrore. Il lettore ne rimane stordito, ma leggere significa anche questo: essere sommersi da un’onda che ci travolge.

Tuttavia non mancano in questo originalissimo, intenso, incantato romanzo, definito “rivoluzionario” da Marguerite Yourcenar, momenti di assoluta poesia, di una bellezza inaudita.

I sei protagonisti ci fanno assaporare tale bellezza poetica nelle loro vite dapprima infantili, costituite da sogni, da teneri desideri, da piccoli problemi e poi mano a mano che il tempo passa, nelle loro riflessioni adulte. Dice Bernard già uomo: “A volte addormentandomi di notte mi colpisce con una specie di pena il pensiero che non vedrò mai i selvaggi di Tahiti che infilzano il pesce con la lancia alla luce di torce fiammeggianti, né il leone che balza nella Giungla. Non sbatterò più contro la buca delle lettere. (Ma ancora adesso, per la violenza di quella botta, le stelle attraversano la mia notte, bellissime)”.

Dice Rhoda da bambina: “Quella margherita se la vede lei, è diversa. Se c’è lei, le cose cambiano, ma poi quando se ne è andata non tornano forse ad essere uguali? La signorina Lambert porta il sacerdote nel suo giardino privato, oltre il cancello, e quando arriva allo stagno e vede una rana sulla foglia, anche quella cambia. Tutto si fa solenne, impallidisce dove lei si ferma, e rimane lì eretta come una statua in un boschetto.”

Le loro voci ora felici, ora inquiete, ora smarrite si confondono in un unico fiato, come un’onda che racconta l’esistenza di ciascuno dei sei, ed anche la nostra.

Woolf in questa sua opera più che nelle altre, si esprime con una lingua fortemente lirica, alta. Le sue descrizioni dettagliatissime, traboccanti di colori, di suggestioni avvolgono il lettore di meraviglia e di uno stupore ammirato, che non cessa, che batte contro il cuore come su uno scoglio.

L’oro è svanito dietro gli alberi ed emerge una striscia di verde che si allunga simile ad una lama di coltello vista in sogno e si assottiglia come un’isola su cui nessuno metterà piede.”

 

 

 

BIBLIOGRAFIA: Virginia Woolf “Le onde”, Einaudi (2014)

 
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Pubblicato da su 16/12/2018 in letture, recensione

 

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“Pallidi segni di quiete”

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Pallidi segni di quiete” di Adania Shibli, coordinato dalla scrittrice Silvana Sonno, giovedì 27 settembre 2018 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.

Silvana Sonno, scrittrice, poeta, saggista, ci presenta Adania Shibli tramite “Pallidi segni di quiete”, un gioiello prismatico che riluce di una gamma colorata di racconti, tutti attraversati ma mai appesantiti, dall’onnipresente, ossessionante polvere della guerra, dallo sgomento terribile verso di essa ma anche da inaspettati squarci di speranza, di bellezza, di fierezza: “(…) La polvere. Ecco la tragedia avvolge tutti, anche quelli che camminano nel modo più naturale possibile. I capelli, il volto, le mani, i vestiti: sono completamente coperta di polvere e disperazione.

(…)Voglio stare di fronte al pubblico del campo di Jenin con scarpe pulite e lucenti, a costo di indossarle sul mio cadavere.

(…)Prima di entrare in sala sento la porta: “Entreremo, prima o poi entreremo!” Non sanno, le ragazzine di Jenin che sono già entrate nel mio animo stanco e vi hanno infuso nuova vita, vita vera.”

La violenza delle ruspe, che hanno spianato alberi e villaggi, non ha potere di distruggere i ricordi che ostinatamente trattengono gli umori di un passato e che la spietatezza dell’occupazione militare vorrebbe cancellare dalla Storia: “ Noi cresciamo con il senso dell’assenza dei villaggi che non ci sono più ma che un tempo esistevano, e che cerchiamo di rimpiazzare con l’immaginazione. Siamo sempre alla ricerca di una normalità che è andata perduta. I palestinesi sono come dei detective alla ricerca delle tracce di vita scomparsa. Il visibile e l’invisibile sono sempre lì.”

Seppure è stata possibile la demolizione dei villaggi, sarà impossibile cancellare l’identità di un popolo, le cui donne, come guerriere disarmate in una sfida tenace, costante, affrontano le armi nemiche.

L’autrice, a stento, trincerandosi dietro un fuorviante distacco, trattiene le emozioni ma esse riescono comunque a scappare sprigionando la propria energia in minuziose descrizioni: “(…)Mi sono aggrappata un’altra volta all’orlo del suo vestito e lei si è spostata delicatamente, e quando si è spostata delicatamente, il suo vestito è scivolato. Mi piace il suo vestito blu scuro. Ci sono appesi dei piccoli puntini bianchi. In linee verticali, orizzontali o diagonali, a seconda di come inclino la mia mano, anche i puntini scivolano e si mischiano e diventano come stelle nel buio.”

La scelta di stile non si basa mai su canoni puramente estetici. L’analisi descrittiva sempre dettagliata occulta l’intensità di un dolore, che ammantandosi di pudore si rifiuta di mostrare la sua nudità.

Nel momento in cui l’agitazione è prossima ad esplodere, il pensiero ansimando si spezza in brevi frasi asciutte, come ad esprimere la difficile comprensione di un assedio infinito.

Il linguaggio è dunque essenziale, secco, concreto nelle immagini  ma ugualmente capace di trasmettere sensazioni inquiete, smarrite: “ Le farfalle non servirebbero a niente in un caso del genere. Rientrando a casa, la via era deserta come al solito. Ho visto una giovane turista fermarsi per fotografare la strada che stavo percorrendo. Ci sarò anch’io sulla foto. Su quella foto che una giovane straniera metterà in un album lontano. Mi vedranno in un luogo ancora più straniero e lontano, sarò proprio io, ma nessuno saprà quanto mi sentissi triste quel giorno.”

(…) Ora le mucche non correvano più. Rimasero lì, in silenzio, sbattendo lente le palpebre, e muovendo la coda di tanto in tanto per scacciare le mosche che si posavano sui loro dorsi, continuando a fissare quella testa immobile che non usciva più dall’acqua. (…)Distolgo gli occhi dalla lancetta che si muove, guardo qualcosa in lontananza e penso ad altro, poi di colpo mi ricordo della lancetta e provo ad indovinare dove si trovi in quel preciso istante. Se indovino il punto esatto, vinco, se non indovino, vince il tempo.”

E’ sommessa la voce di Adania Shibli, pudica, del tutto priva di veemenza, ben lontana dal mostrarsi aggressiva – quieta, appunto –  ma ha potere di aprire le menti, di scuotere dall’indifferenza le coscienze sopite, di avvicinare il lettore ad un dramma lungo decenni. Si assottiglia, si frantuma, pare aderire ad un progressivo silenzioso rispetto che però, innegabilmente, fa un incredibile rumore.

 

 

Adania Shibli, Palestina, 1974, è una scrittrice di grande talento, autrice di romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi; ha ricevuto due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine. Vive tra Gerusalemme e Berlino impegnata nella ricerca e nell’insegnamento in campo accademico. E’ tra le autrici comprese  nell’elenco dei giovani scrittori di lingua araba più promettenti. Di lei, il pubblico di lettori italiani maggiormente conosce il romanzo “Sensi” (Argo, 2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 01/11/2018 in incontri, letture, racconto

 

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Ángeles Mastretta

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su Strappami la vita di  Ángeles Mastretta, coordinato dalla scrittrice Tommasina Soraci giovedì 26 aprile 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

Inizia la primavera e come sempre ciò che mi investe per prima, sono i colori che riemergono e si fanno strada lentamente tra il  grigiore anonimo invernale.

Ci sono luoghi del mondo che solo a nominarli evocano immagini peculiari ad essi. Il Messico per me, è una tavolozza di colori primari, senza sfumature, totali.

E i suoi abitanti, gente ugualmente decisa, forte, purtroppo spesso veemente.

Come lo è lei, Ángeles Mastretta, nata a Puebla nel 1949, donna per l’appunto intraprendente, brillante, mai sfumata, sempre assoluta, ben calcata. Dapprima giornalista e poi scrittrice, si è dedicata da sempre a delineare nei suoi romanzi figure di donne perfettamente capaci di decidere per se stesse e per il proprio destino.

Ha vinto nel 1997 il premio  Romùlo Gallegos, per il suo romanzo “Mal d’amore” e ricevuto importanti riconoscimenti per le sue due opere maggiori, le più celebri ed amate dalla critica e dal grande pubblico: “Donne dagli occhi grandi” e “Strappami la vita”.

Quest’ultimo è un romanzo di formazione, che vede come protagonista la bella e vivace Catalina. In età ancora adolescenziale la ragazza, mal consigliata dalla sua ingenuità, sposa Andrès Ascensio, un uomo molto potente e più vecchio di lei, militante dapprima nella Rivoluzione messicana e poi governatore dello stato di Puebla negli anni Trenta del Novecento. Con l’accrescersi delle ricchezze e del prestigio dell’uomo, crescono anche i suoi intrallazzi politici e il numero delle amanti, così Catalina, sola ed insofferente, si lascerà travolgere da una soverchiante passione nei confronti di un affascinante musicista, Carlos Vives, alle note di un profetico bolero dal titolo “Strappami la vita.”

Il romanzo è pervaso in ogni pagina da un profondo senso di levità, che resiste anche nei momenti più forti, nel dramma. Mastretta resta poco partecipe, si tira fuori dagli accadimenti. L’atmosfera giocosa, ironica nella quale Catalina è immessa quindicenne alle prese con il primo innamoramento, continua imperitura anche negli anni della vedovanza, in quelli della presa di coscienza degli errori commessi: “Lo conobbi in un caffè dei portici. Dove altro poteva capitare, se a Puebla tutto succedeva sotto i portici: dai fidanzamenti agli assassinii, come se non ci fosse stato altro posto.” (…) “La vedovanza è lo stato ideale della donna. Si mette il defunto su un altare, si onora la sua memoria ogni volta che è necessario e ci si dedica a quello che non si è potuto fare quando lui era in vita.”(…) “ Come sei brutto da morto, mi irriti con quella faccia. Mi hai sempre irritato con quella faccia. Valla a fare ad un’altra, io ho già abbastanza guai per sopportare la tua espressione di rimprovero. Non vorrai che mi uccida per il dolore.”

E’ l’incontro con Carlos a rappresentare insieme ad un ispessirsi dell’emotività, l’occasione per una crescita psicologica: la bambina che affrontava superficialmente la vita, sta maturando. L’occhio interiore si è svelato, può osservare e comprendere: “Avevo sempre creduto che l’unica cosa necessaria per vivere fosse avere Andrès con me tutti i giorni. Ma quando il mattino seguente invece di uscire di corsa mi annunciò che pensava di rimanere e che avrebbe trasferito il suo ufficio nella nostra biblioteca, avrei voluto farlo sparire. Era come avere un armadio antico in mezzo alla casa, dovunque ti voltassi, lo vedevi.”(…) “Certo che amavo essere amata. Avevo passato tutta la vita a desiderare di essere amata. La sera del concerto, più che mai.” (…) “Io guardavo Carlos. Gli guardavo le spalle e le braccia che andavano e venivano. Gli guardavo le gambe. Lo guardavo come se fosse stato lui la musica.”

Con l’arrivo dell’amore autentico, Catalina immersa in un mondo insonoro, ovattato, conosce la musica, ne è scossa, riportata alla vita. La nuova consapevolezza la indurrà a capire i suoi desideri, ad ascoltarli, alla forza di realizzarli per mezzo della ribellione.

Insieme all’uscita della farfalla dal bozzolo, lo scenario muta, si ingrandisce, è ossigenato, colmo di sensualità e di cromatismi come una tela di Frida Kahlo: (…) “Solo che la musica era qualcosa che si poteva canticchiare, come se gliel’avesse richiesta mio padre.” (…) “Tutta l’orchestra era mio padre che fischiettava la mattina, e io, come ogni volta che lui era presente senza essere lì, che qualcosa mi dava la certezza che le sue parole e i suoi abbracci erano morti e non sarebbero stati niente più che un ricordo, niente più che la cocciutaggine della mia nostalgia, mi misi a piangere singhiozzando fino a fare altrettanto rumore dell’orchestra.” (…) “Il bagno era il mio angolo preferito, era lì che mi rifugiavo per stare sola. Ricordo il mio corpo di allora dentro l’acqua calda, tra le piante, supino, con la testa a mollo e la faccia fuori, a veder passare le nuvole dal pezzo di cielo contenuto nei vetri del lucernario”. “E adesso che faccio?”, dissi come se ci fosse stata una confidente nella vasca con me. “Posso scappar via di corsa. Lasciare il generale con i figli e tutto, la vasca, le violette, il conto corrente che non si esaurisce mai. Voglio andare con Carlos.”

Ed è questo che porta forse i colori della primavera a vincere la battaglia contro le fosche tinte dell’inverno: un tenace ribellarsi ad esse per emergere. Per fare ciò che è nella loro natura: scrollarsi di dosso l’oscuro e brillare.

 

BIBLIOGRAFIA: Ángeles Mastretta, Strappami la vita, 2005, Giunti Editore.

 

 
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Pubblicato da su 28/09/2018 in recensione

 

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