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L’iguana

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su “L’iguana” di Anna Maria Ortese, coordinato da Silvana Sonno scrittrice e  poeta, martedì 29 ottobre 2019 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

Silvana Sonno, scrittrice, poeta, saggista ha scelto per l’incontro con il gruppo di lettura Donne del mondo, il libro che ho forse più amato in assoluto, dell’autrice che mi ha condotta tra le braccia della letteratura col desiderio di non allontanarmi più da questo abbraccio.

Anna Maria Ortese 13 giugno1914 – 9 marzo 1998, nata  a Roma e vissuta  per numerosi anni a Napoli, donna schiva, riservata, fortemente addolorata per le sozzure della civiltà, è tra le più grandi scrittrici italiane, e probabilmente mondiali, eppure sono ancora troppo pochi a conoscerla, a leggerla, a comprenderne la potenza espressiva e contenutistica dei suoi capolavori.

E’ del 1950 L’infanta sepolta, del 1953 Il mare non bagna Napoli, del 1975 Il porto di Toledo, del 1993 Il cardillo addolorato.

Nel 1963 scrive L’iguana, che molto semplicisticamente può essere definito “romanzo” ma in realtà ha qualcosa della fiaba, della ballata, del sogno, del delirio, dell’incubo. E’ un libro davvero strano, allegorico, onirico.

Il conte Carlo Aleardo, duca di Estremadura, detto Daddo, viene inviato per mare a cercare terre su cui speculare. Si imbatte in un’isola sconosciuta a forma di corno, una volta fastosa e splendida, abitata da don Ilario Jimenez, insieme con i due fratellastri.

Ilario è un giovane bibliofilo, appassionato di lettere, e si muove tra le quinte di giardini trascurati, soffitte invase dalla polvere, decadenza, un senso di bellezza perduta.

A sparigliare tutto quello che è ancora plausibile compare un mostro, inerme e innocuo; “una bestiola verdissima, alta quanto un bambino, all’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna.” L’iguana Estrellita cattura le attenzioni di Daddo, che presto si trasformeranno in una vera e propria adorazione, in amore. Egli forte della sua posizione sociale, delle sue ragioni e del suo sentimento, vuole salvare l’animale sposandolo e conducendolo a Milano. Ma Estrellita non vuole abbandonare l’isola, né sposare Daddo perchè si strugge per il marchese Ilario.

L’arrivo sull’isola della famiglia Hopins rompe il corso degli eventi in una direzione inattesa: la famiglia americana è interessata all’acquisizione dell’isola e del titolo nobiliare. Ilario è destinato al matrimonio con la figlia bionda, affascinante e un po’ scialba.

Sul finire della storia Daddo inciampa nei suoi deliri e muore affogando in un pozzo. Eppure, morto il protagonista niente è perduto, anzi, questa morte non chiude le vicende, piuttosto ne sblocca la loro evoluzione, fino alla fine che, paradossalmente, è quasi un lieto fine per tutti tranne per chi morendo, non esiste più.

La donnina – iguana ha qualcosa di malvagio che si traduce nell’aspetto strano: verde e dal muso serpentesco ma allo stesso tempo appare innocente e degna di compassione. Ed è quasi inconsapevole del suo stato, tutta presa dal desiderio di essere amata dal marchese di cui ora è indegna. L’isola stessa e la casa polverosa riflettono la decadenza della servetta.

L’iguana è come il ritratto di Dorian Gray dell’umanità. Il suo aspetto ne riflette i vizi ma l’anima resta innocente come quella di una bambina. In effetti, sono i visitatori, le persone che girano intorno all’isola, con i desideri adulti di denaro, di possesso che hanno il marchio della colpa.

Il conte ingenuo, compassionevole, un cuore puro, pare invece una figura cristologica.

Il romanzo è bellissimo nel suo oscillare tra bene e male dei personaggi – ma con prevalenza del bene.

Dio è una farfalla bianca ma prima di essere farfalla è stato bruco, quindi, anche lui, come l’iguana ha o almeno ha avuto un aspetto misero.

Ortese utilizzando un linguaggio traboccante di figure retoriche, visionario, simbolico, lirico, pervaso di un cupo splendore, di un incanto poetico che pare avvolgere, confondere, accarezzare e insieme scuotere il lettore, affidandosi al quel realismo magico che è proprio della letteratura latino americana, affronta  in maniera spesso al limite del barocco, temi oggi ancora irrisolti come i rapporti di forza tra ricchi e poveri, lo sfruttamento, l’assenza di dignità e amore che conducono alla morte e all’esilio. In Ortese nichilismo e pessimismo sono stemperati sempre da una calda, commuovente pietà e dalla capacità di donare grazia anche alle più cupe verità. Anna Maria ha il dono della compassione, e ce la trasmette in ogni sua opera, in tutti i suoi personaggi, soprattutto in questo straordinario, amabilissimo, enigmatico dell’Iguanuccia: “Ove, invece di parlare a tanta distanza di acque e di giorni, per non dire di anni, di questo povero essere, ci fosse stato concesso di percorrere quella notte il suo stesso sentiero, raggiungerlo di sorpresa e tenerlo fermo un momento per le verdi spallucce, avremmo sentito il primo tremito irrigidirsi in una sorta di pietrea immobilità, e infine quegli occhietti si sarebbero levati, senz’altra luce  che la fredda disperazione, su noi.”(…) “ Non solo vi è freddo, ma anche solitudine: nessuno ti parla più, e tu non riesci a parlare con alcuno. La tua bocca è murata. Questo è L’Inferno. La creaturina intorno a cui si muove questa storia, di tanto in tanto se ne dimenticava, e per delle stupidaggini, pensa Lettore: quando era sola, e se stringeva tra le braccia una rossa gallina, se trovava una pietrina lucente, se gli ulivi cantavano o il sole di marzo scaldava la mormorante solitudine delle acque marine.”

Ebbe a dire Anna Maria Ortese, rispondendo in un’intervista di Dario Bellezza del 1977: “Sì, la natura – animali, alberi – sono l’uomo senza tempo, l’uomo che sogna. Così, chi sottomette con durezza, o mercifica o tormenta comunque la Natura, nei suoi figli che dormono, o la guarda senza pietà o fraternità, è ancora sempre il temibile uomo – nature, uomo – pietra, l’uomo, appunto, che dorme.”

Federica Ziarelli

Bibliografia: Anna Maria Ortese, L’Iguana , Adelphi Edizioni, 2003

l’immagine è un disegno di Julian Peters

 

 

 

 

 

 

 
 

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Dalla parte di lei: due donne, una madre e una figlia

 

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes, coordinato da Nicoletta Nuzzo poeta, venerdì 27 settembre 2019 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

Alba de Céspedes, 11 marzo 1911 – 14 novembre 1997, è stata una scrittrice, poeta e partigiana italiana. In questo pomeriggio ancora caldo di fine settembre, ce ne parla la poeta Nicoletta Nuzzo, e lo fa come sua consuetudine, trasmettendo grande coinvolgimento emotivo.

E’ stata una donna fortemente risoluta Alba, non di certo una figura marginale dei suoi tempi, e questo ce la fa amare anche come donna, ci fa provare stima, ammirazione.

Protagonista tra le più importanti della letteratura novecentesca, ha improntato il proprio percorso creativo su due binari: quello stilistico e, soprattutto, quello dell’impegno politico e dell’insopprimibile esigenza di libertà e giustizia.

La sua opera letteraria è vasta e ricchissima. Qui ricordiamo “L’anima degli altri”(1935); “Quaderno proibito(1952); “La bambolona”(1967); “Le ragazze di maggio”(1970).

Dalla parte di lei, narra la storia di due donne, una madre e una figlia: la loro educazione, i loro sentimenti, i loro amori, le loro profonde frustrazioni e paure sul drammatico sfondo degli anni della guerra. Alessandra, la protagonista del romanzo, nasce a Roma, poco dopo la morte per annegamento del fratellino di cui porta il nome. La sua famiglia è formata dalla bellissima, eterea madre Eleonora, insegnante di pianoforte presso le famiglie benestanti, il padre un burbero impiegato statale e Sista la domestica.

La madre morirà e Alessandra oramai ragazza, verrà mandata in Abruzzo dai parenti del padre, persone che neanche conosce.

Alla estenuante, tenace ricerca dell’amore, Alessandra torna a Roma proprio mentre scoppia la guerra.

Conoscerà Francesco che diventerà suo marito. Francesco è comunista ed è grazie a lui ma senza il suo consenso che Alessandra diventerà partigiana.

Altro fondamentale personaggio è la cara amica Lydia che sarà presente e fondamentali in tutti i momenti cruciali della vita di Sandi. Poi ci sono Claudio, Tommaso, la nonna abruzzese e la nonna attrice, i bombardamenti, le finestre, il lato tenebroso di Alessandra.

La prima parte del romanzo, quella che vede Sandi bambina, è intessuta di una narrativa stupenda, fortemente descrittiva, sensuale, poetica. Tutto risplende di colori, è risuonante, olezza di buono, è animato. Dettagliatissime le descrizioni degli ambienti, degli stati d’animo dei personaggi: una porta aperta su un mondo infantile dove l’immaginazione arricchisce la quotidianità e dona luce d’incanto alla realtà: “(…) Poi mi rifugiavo da Sista che sedeva presso i fornelli nella cucina arrossata dai carboni accesi. Mia madre tornava, accendeva la luce: dall’ombra affioravamo la vecchia serva e io, istupidite dal buio e dal silenzio.” Ecco come risulta semplice e bellissimo ritrovarsi insieme a bambina e domestica nel buio calore della cucina, come è facile addentrarsi nel mondo che De Céspedes imbastisce per il lettore con così grande generosità di visione. “(…) Sul lungo Tevere, nella stagione felice, i passeri gremivano i platani: e al tramonto, quando essi capricciosamente andavano scegliendosi il ramo più adatto al riposo, i vecchi alberi ronzavano come alveari ed erano tutti smossi da voli brevi e inquieti.

(…) Dentro la vasta sala era in penombra: lievi rami si intrecciavano davanti alle finestre e il sole pomeridiano, passando attraverso le foglie nuove degli alberi che si alzavano fino ai davanzali, metteva nel luogo un color verde di profondità sottomarina, una nebulosità vaga di acquario.”

Nella seconda parte lo scenario cambia del tutto e con esso lo stile di scrittura. Alessandra oramai donna si è scontrata con la guerra, con l’amore, con la morte. Trascurata dal marito, inghiottita da notti insonni, da silenzi ammorbanti, anziché uccidere se stessa come inizialmente aveva pensato di fare ricalcando l’atto estremo della madre, punterà la pistola verso Francesco, verso quelle spalle che troppo a lungo ha dovuto guardare di notte, un muro invalicabile, scontroso, da abbattere.

La lingua letteraria con la perdita dell’incanto fanciullo, si raggela, si fa secca, meccanica: “Sedevo lunghe ore sulla terrazza, verso sera, aspettando: non facevo altro che attendere e le sere, in quell’epoca, si facevano distese, interminabili.”(…) E il giorno dopo non dimenticai. Questo fu il primo segno di ciò che andava maturando in me, a mia stessa insaputa. Ero riuscita a prender sonno verso l’alba, confidando nella naturale consolazione che il nascere di un nuovo giorno avrebbe dovuto portare con sé. Ma, al risveglio, avevo ritrovato, intatti, rancore e rimpianto.”

Il romanzo è dunque una confessione- riflessione su come lì, nella prigione, Alessandra trovasse il modo di parlare davvero è come se, Francesco, il mito decaduto del suo amore, avesse finalmente tempo per ascoltarla, per viverla.

Dalla parte di lei è la testimonianza di una donna che parla di una donna, che ne comprende il dolore, l’umiliazione, la voglia di riscatto e di vita e sebbene la scrittrice non condivida pienamente le scelte dell’io narrante, non può che, in questa eterna battaglia di incomunicabilità tra i sessi, schierarsi dalla sua parte, dalla parte di lei.

 

Bibliografia: Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, Arnoldo Mondadori Editore, gennaio 1976

nella foto Alba de Céspedes con la madre, Laura Bertini, 1939

 

 
 

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‘…il mito come mezzo di conoscenza antico…’

Recensione di Federica Ziarelli su: E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice di Silvana Sonno

In quest’opera meravigliosa, illuminante e – a mio avviso – necessaria, Silvana Sonno, scrittrice, saggista, poeta, femminista, adotta il mito come mezzo di conoscenza antico. La sua è una scelta importante, intelligente: ogni donna tramite il mito, ha la possibilità di specchiarsi, riconoscersi in una storia che risale a millenni fa ma che al contempo, li cavalca e scavalca per giungere qui a istruire e consolare.

Il mito dice alla donna che quello che sta accadendo, è avvenuto sempre e da sempre e in questo modo, le permette di essere consapevole perchè la sua personale storia si inserisce in un contesto di dolore secolare e che da secoli ha un nome: patriarcato. Nome opprimente ma che tramite il mito può essere finalmente chiamato, conosciuto e dunque rinnegato o sostituito con un altro nome, con altri nomi: libertà, sorellanza, resilienza, ribellione, consapevolezza.

Silvana Sonno rispettando e conoscendo profondamente la donna, ci dice che ella è dilagante, in transito, dischiusa, in grado di far nascere e di rinascere come l’araba fenice, come l’amore.

Il linguaggio di Sonno è elegante, raffinato, squisitamente lirico. E’ sollecito, utilizza numerosi vocativi volti all’esortazione. Parla diretto, vis à vis con ogni donna per scuoterla ma anche per consolarla. Non è mai seduto, mai arreso. Incita ad andare verso l’alto come l’araba fenice uccello di fuoco (il fuoco è sempre ascendente).

Costellata di numerosi simboli che rimandano alla femminilità come la notte e la luna, l’espressione poetica di Silvana, accudisce le tenebre proprie di ogni creatura femminile e le va a sostituire con immagini di luce piena, che è quella della consapevolezza, del saper discernere, del voler alzare la testa, del prendere atto che dentro tutte le donne dimora una inestinguibile capacità di volo, che le traghetta lontane dall’oppressore e più vicine, molto più vicine a se stesse.

 

ARIANNA

Vuoi trascinarmi con te nel Labirinto
ma non ti seguirò.

Conosco la tua brama
la tua fame insaziata
la tua rabbia infelice.

Ti so mentre avviluppi la tua corsa
tra le strade di Dedalo
e lacera il silenzio perfetto
dell’Antica Reggia
quel grido impotente a trattenermi.

Non entrerò ancora nel tuo sogno fallace.
Destati Teseo, e guarda il Minotauro
nello specchio della fresca fonte
dove l’acqua si trasforma in cerchi
intorno all’orrida testa ferina.

La Bestia.
Facci pace Teseo, e falla uscire
dal cono d’ombra dove l’hai rinchiusa.
Facci pace Teseo, deponi l’arme
placa il mostro e affronta la tua vita
pavido eroe di un mito trapassato.

Basta pasto di sangue e amabili bugie
disperse ai venti insieme alle promesse.
Io non verrò a salvarti, come è stato
ho riavvolto il mio nastro e sono Libera.

 
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Pubblicato da su 07/06/2019 in recensione

 

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Rosa candida

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su “Rosa candida” di Audur Ava Olafsdottir, coordinato da Federica Ziarelli poeta, venerdì  26 aprile 2019 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

Audur Ava Olafsdottir, lunghi capelli rossi, sguardo verde, bellissimo, è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Con “ Rosa candida” ha vinto numerosi premi e ricevuto in tutto il mondo un’entusiasta accoglienza. Tra le sue pubblicazioni: La donna è un ‘isola (2004), L’eccezione ( 2014), Hotel Silence (2018).

Quando ho letto questo libro, la mia bambina aveva un mese, era ottobre, il calore dell’estate da gestante era appena trascorso lasciandomi la dolcezza tiepida dell’autunno e della pelle di Aurora.

Ricordo esattamente che addentrarsi nel romanzo è stata un’esperienza lieve, tenera come la realtà che stavo vivendo per la prima volta e che mi rendeva simile a Lobbi il protagonista della vicenda, diventato padre in giovane età.

“Rosa candida” è un libro di poche pagine, un piccolo gioiello che riluce molto più fortemente di quelli più grandi ed evidenti. E’ una storia semplice, appena malinconica e avvolta in una luce morbida, distensiva, che accarezza.

Lobbi è un ragazzo di ventidue anni con un padre molto apprensivo ed un fratello gemello con dei problemi mentali. Ha da poco tempo perso la madre in un incidente d’auto e soffre per questa perdita amatissima, per questa madre rassicurante, che come lui amava le piante, il giardinaggio.

E’ proprio in uno dei vivai della madre che il ragazzo in una breve notte d’amore con Anna, sorella di un suo amico e per lui poco più di una sconosciuta, concepisce una bambina.

Il ragazzo non riesce a sopportare tutte queste responsabilità e quindi prende un aereo e si trasferisce nel Nord Europa, presso un monastero di frati per accudirne il giardino oramai quasi estinto. Porta con sé una particolare varietà di rose, quella che solo sua madre sapeva produrre, la rosa candida.

Il suo è un viaggio che lo conduce a perdersi totalmente per poi del tutto ritrovarsi

Quando Anna e la figlioletta lo raggiungeranno, la sua vita muterà per sempre: il ragazzo in seguito ad  un percorso di formazione lungo il quale lo accompagnerà Thomas un saggio monaco cinefilo,  si scoprirà  uomo e padre.

Il libro pur nella sua candida semplicità, che inizialmente sembra quasi spiazzante, in realtà contiene messaggi che scavano a fondo, riflettono sulla vita, sulla morte, sul senso dell’esserci come individualità ma anche e soprattutto come creature la cui azioni, lungi dal restare isolate, hanno un gigantesco ruolo nel modificare nel bene o nel male l’esistenza altrui.

E’ un romanzo sulla responsabilità, su quanto sia difficoltosa l’accettazione di un evento, di un dolore, di un compito al quale moralmente si è chiamati a rispondere (Responsabilità: responsus, respondere, rispondere), su quanto sia difficoltoso affermare: “Eccomi!”

(…) “Sono impegnato a ricostruire un giardino da sogno dove in pratica cresce tutto ciò che viene piantato, dove pure cerco di rimettere ordine nella mia vita e…Sono un padre, certo, ma non ho la minima idea di cosa sia meglio per me, figuriamoci per una bimba. Non raccontiamoci storie: mi sono ritrovato con una figlia, ma non mi sono mai nemmeno posto il problema se li voglio oppure no, i figli.”

E’ un romanzo, il solo che ho letto, sulla responsabilità paterna; riflette molto teneramente su come un uomo che diventa padre abbia almeno inizialmente un sentimento ambiguo nei confronti del figlio – a differenza della madre, che avendolo custodito per mesi all’interno del proprio corpo, continua in tutta spontaneità a sentirsene naturalmente ancora custode- ma che poi seguendo i dettami sapienti del cuore e delle viscere, riconosce un legame morale, affettivo stupefacente quanto immenso: “Non ce la faccio a non domandarmi in che modo sia possibile, per due completi sconosciuti, nelle circostanze precarie e inadeguate di un di un incontro in serra, generare un essere tanto divino.”

Avvalendosi di una scrittura, limpida, delicata, della stessa freschezza di una rosa, Olafsdottir regala al lettore immagini poetiche deliziose: “Mia figlia è immobile sulle mie spalle. Mi faccio schermo con la mano e fisso lo sguardo direttamente nello splendore accecante. E’ allora che la vedo lassù, nella vetrata del coro: la rosa purpurea a otto petali. Nello stesso momento in cui il primo raggio di luce trafigge la corolla e va a posarsi sulla guancia della bimba.”

La scrittrice assai sapientemente imbastisce una storia di altri tempi, non inseguita dal frastuono ammorbante del vivere odierno, ma placida: una donna incinta che aspetta con pazienza, e nel silenzio.

BIBLIOGRAFIA: Audur Ava Olafsdottir, Rosa candida, Einaudi (2012)

 
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Pubblicato da su 27/05/2019 in incontri

 

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“E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice…”

Il 17 maggio 2019 si è tenuta la presentazione della silloge  E’ l’amore delle donne come l’Araba Fenice…  (Robin Edizioni, 2019) di Silvana Sonno presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia. Hanno dialogato con l’autrice Nicoletta Nuzzo e Federica Ziarelli, poete.

 

recensione di Nicoletta Nuzzo

E l’amore non è scontato non è facile ma è quello che può aiutare chi in una società patriarcale vive da disobbediente. Simbolicamente molte sono le nascite e le morti di una donna ma l’amore come cura di sé e amore per le altre come sorellanza può donarci la possibilità di rafforzarci interiormente. In questa prospettiva l’Araba Fenice è il simbolo della resilienza.

Anche in questo libro di Silvana Sonno ritrovo forte il tema delle possibilità dell’identità femminile. Anche in questi versi, in particolare nella riscrittura delle donne della mitologia (Antigone, Penelope, Didone…), le donne sono diverse dall’immaginario di Sofocle, Omero, Virgilio.

Sono donne che non sono vittime perché possiedono interezza, cioè hanno pienezza di sé.

Il libro si àncora alla genealogia femminile: all’inizio con la poesia “la farfalla” dedicata alle tre sorelle Mirabal chiamate le farfalle e uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica dominicana per il loro impegno politico contro la dittatura, e al termine con l’”omaggio a Moderata Fonte”, poeta italiana del ‘500.

“Così scendo a incontrare la mia vita, che tu hai sepolto,/Padre, e alla nostalgia di lei consacro il sacrificio/che fa Antigone Viva./” (da Antigone). Nell’opera di Sofocle Antigone è condannata a vivere il resto dei suoi giorni in una grotta per aver dato sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Nei versi di Silvana Sonno Antigone non si suicida ma vive. In uno spazio ristretto. Che in realtà si dilaterà fino a rappresentare il mondo e la condizione umana: rivive il suo passato e dialoga con la sorella Ismene, con il padre…

Antigone è “l’archetipo della donna disobbediente”. Apre a un “divenire cittadine/i” non più diviso fra ragione di stato e passione personale. Figura non dell’esclusione femminile dalla sfera pubblica, bensì del tentativo femminile di proclamare il diritto d’esistenza nella sfera pubblica di leggi altre da quelle della sovranità.

“… ma nel gorgoglìo del sangue la ferita, come una bocca/dischiusa sotto il petto/continua a ripetere piano: non era amore…non era/amore…non era amore…/”(da Didone).

La regina di Cartagine si uccide per amore di Enea nell’opera di Virgilio. In questi versi invece ritrova la consapevolezza nel disincanto.

Mi domando: quanto è importante in un rapporto d’amore mantenere pur nella fusione una propria irriducibilità?

“Non arriveranno i fratelli, alla guerra/rivolti e ormai lontani, e pure il padre/gravato dagli affanni del mondo ci è distante./La madre nostra volge mite lo sguardo/a un’ignara esistenza e non conosce la sorte/delle figlie, imprigionate da una violenza antica/e resa oscura dal silenzio mortale delle ancelle./Sole siamo, sorella, ma alla promessa/fatta al mio cuore di soccorrerti  sempre/non sottrarrò le forze, né il pensiero/che l’amor nostro, Lui, ci soccorrerà./Non piangere, sorella, la sera cade/” (da Chi ha paura di Barbablù?).

Queste le parole di Anna a sua sorella, moglie di Barbablù, condannata a morire per aver scoperto la stanza proibita.

“Quella barba non è poi così tanto blu” si era detta la protagonista della fiaba: è la stessa espressione che continuano a ripetersi le donne vittime di violenza che sperano di poter redimere il loro principe azzurro?