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L’arte di perdere

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su  L’arte di perdere  di Alice Zeniter, coordinato da Silvana Sonno scrittrice e poeta, venerdi 31 gennaio 2020 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

E’ sempre entusiasmante ascoltare la scrittrice e poeta Silvana Sonno quando introduce alla lettura di un libro da lei scelto. Questa volta si tratta di un romanzo storico di forte impatto emotivo, scritto a meraviglia da Alice Zeniter. Lei è nata nel 1986, ha studiato a Parigi e insegnato francese in Ungheria. Ha rivelato il suo talento letterario molto precocemente pubblicando a soli sedici anni il suo primo romanzo. Con “L’arte di perdere”, sua quarta prova narrativa, ha vinto il Prix Goncourt des Lycèens nel 2017.

Il testo si presenta tutto come una poderosa lotta contro il silenzio, il silenzio del nonno privato del suo ruolo di patriarca benestante e ridotto a quello di analfabeta sfruttato; il silenzio del padre Hamid, che vuole scrollarsi di dosso l’Algeria e le terrorizzanti esperienze subite da bambino durante la guerra. Il silenzio della nonna Yema, che, occupata ad allevare dieci figli, non ha mai imparato il francese e non riesce a comunicare in arabo con dei nipoti che lo parlano appena.

Il romanzo è diviso in tre parti: la prima ha per protagonista Alì, il nonno, e per sfondo la Kabilia, il sud provenzale e la Normandia. Alì è un contadino povero che si arricchisce con un ritrovamento mitico di un torchio arrivato a lui via fiume e diventa proprietario di estesi uliveti dei quali sentirà immensa nostalgia quando sarà costretto ad espatriare a Marsiglia :(…)Continuano a camminare tutti e tre, in silenzio sui campi invernali. Di tanto in tanto Alì si volta verso i suoi due figli e pensa, senza osare dirglielo ma sperando che possano capirlo: Guardate bene tutto quello che c’è intorno a voi, costruitevi dei ricordi di ogni ramo, di ogni campetto, perché non sappiamo cosa conserveremo. Volevo darvi tutto, ma non sono più sicuro di niente.

La seconda parte è essenzialmente la storia del figlio di Ali’, Hamid, che ha conosciuto l’infanzia libera e spensierata dei bambini kabili, ma è rimasto traumatizzato dai feroci atti di guerra, tanto da continuare anche da adulto a avere incubi o insonnie. L’unica risposta al suo malessere per lui è cancellare l’Algeria. Si trasferisce a Parigi, si sceglie un lavoro non troppo importante che gli permette di non uscire fuori dal suo perenne stato di sradicamento, sposa una donna francese, Clarisse, bellissima e gioiosa, con la quale condivide una vita al riparo dagli eccessi e dagli scossoni. Troviamo qui dunque la storia di un amore adolescenziale, fresco, coinvolgente, pregno di immagini tenere, dolcissime(…)Chi è questa ragazza? Hamid se lo domanda spesso. La osserva sperando di trovare qualche frammento di risposta. Potrebbe guardarla vivere senza annoiarsi mai. Potrebbe restare per ore in una sala cinematografica buia davanti a un film fatto solo di primi piani delle sue mani e del suo viso.

La terza parte vede in campo Naima, la protagonista assoluta del romanzo, alter ego della Zeniter. Vive una vita libera a Parigi, non intende avere legami duraturi, cerca di limitare all’essenziale i rapporti familiari, crede nell’amicizia.

E’ proprio dal suo lavoro di gallerista che arriva l’input per un viaggio in Algeria: il suo capo e amante la vuole spedire laggiù per organizzare una mostra dell’artista kabilo Lalla, oramai ritiratosi in Francia, disilluso sulle capacità del suo paese di uscire da una crisi che domina oramai da tempo.

In lei stanno già prendendo forma inquietudini rispetto al rimosso della famiglia e del paese sugli harki; su questa sua ricerca del passato si accumulano i libri e gli studi, ma tarda a fare le pratiche per partire: ha paura di quel viaggio che potrebbe siglare in maniera definitiva la sua appartenenza all’Algeria kabila, da cui ha sempre tentato di fuggire. Il fatto è che lì incontra un paese che i suoi non hanno mai conosciuto: non è più solo il paese delle capre, degli ulivi, dei racconti mitici, della miseria ma è un posto colmo di artisti, intellettuali, donne audaci. Con tutto questo lei crede di avere finalmente un’affinità:(…)A Naima piacciono tutti quelli che incontra durante le giornate di trattative. Formano una galleria di personaggi che non immaginava di trovare lì, lei che ha ereditato solo qualche ricordo di un’Algeria rurale dove tutti si occupavano di olive. Nella sua ricerca seguendo le indicazioni di Lalla, scopre intellettuali, artisti, militanti, giornalisti, e a ogni parola che pronunciano l’Algeria interiore di Naima cresce in direzioni inaspettate.

Predisponendo di un linguaggio straordinariamente maturo, denso di metafore, allegorico, carismatico, la Zaniter compone con sorprendente maestria un ricco, molteplice arazzo che racconta  la storia personale di una famiglia algerina emigrata nel ‘62 ma soprattutto una storia generazionale, generale.

La storia di una perdita che è avvenuta per ciascuno e per ciascuno in modo differente.

Impossibile non cogliere tra le parole della scrittrice la volontà di una ricerca identitaria estremamente difficile da comporre e che per questo è generatrice di conflitti, di uno spaesamento senza fine, di uno spaesamento che condurrà Naima ad avanzare sempre in perenne marcia.

 

 

BIBLIOGRAFIA: Alice Zeniter, L’arte di perdere, Einaudi, 2018

 
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Pubblicato da su 18/02/2020 in incontri, letture, recensione

 

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“Per questo vengo oggi alla poesia”

Ecco di nuovo la sensazione di sollievo nel leggere le poesie di Federica Ziarelli, anche queste di In erba (Terra d’ulivi edizioni). La sua “naturalezza” rinfresca la gola. Mi chiedo da dove tanto agio poetico e mi figuro che la sua vita poetica sia cominciata già nel suo ondeggiare prenatale quando, trasognata, ricapitolava nel suo evolversi le specie da cui l’umano ha transitato, a cominciare dai pesci…così le sfilava davanti la vita con le sue fantasmagorie.

E non era sola, tutt’unita c’era la sua gemella e sarebbe continuato in un estatico per sempre se non fosse stato per “il primo sbadiglio di un neonato/dopo l’ingresso sfibrante/di braccia rivelate al sole.” Stretta dentro i confini di un corpo vincolato alla solitudine fino a quando ecco di nuovo le chiavi del Regno nella fusione con il Tutto/Natura. “Annusai un profumo/a quattro anni:/alte regine/le rose mi chiamavano/da dietro un muro/su cui correvano lucertole verdi/vene di pietra.”

Ma come afferma Clery Celeste, nella bellissima Postfazione, il panismo di Federica è particolare perché non è solo fusione ma capovolgimento del punto di vista, un cambiamento di proporzioni: “e mi accosto al ricordo/di me distesa sulla testa di un girasole”; “Si congiunge a me il torpore/poltrona rossa/sprofondiamo in una fragola.”

E allora sono fiori e frutti che s’ingigantiscono e richiamano a sé “l’io vegetale “di Federica. E allora la voce narrante è questa volta quella di un’oca, di un pesce rosso, del cielo, di un fiume, del prato: “Dicono che sono bello bello troppo bello quando il sole affrancato dal brillare di un giorno intero, zitto, intenerito, nel mio grembo si viene a rannicchiare.”(Dal racconto del cielo) Anche la parola è un sensore che riconduce al Tutto/Natura: “In salotto se dico giallo/sparisce il divano,/si allunga molto avanti/di narcisi un sentiero.”

Il ritmo delle poesie di Federica ipnotizza come una ninna nanna, ha una musicalità intrinseca che non chiede rinuncia al significato: dalle sue percezioni le parole si attraggono in reciprocità e assonanza.

“La costanza è del mare/e tutto quel cielo/sulle sue spalle/all’infinito.”

                                                                  Nicoletta Nuzzo

 

La Presentazione del libro “In erba” di Federica Ziarelli, (Terra d’ulivi edizioni, 2019) si terrà sabato 7 marzo 2020 ore 17.30 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.
Sarà presente l’autrice.
Interverranno Nicoletta Nuzzo e Silvana Sonno, poete
Letture di Sandra Fuccelli

 
 

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Quattro giorni

“Quattro giorni”, Edizioni Corsare, è il nuovo libro di Antonella Giacon. Il linguaggio è davvero singolare, unico: la lingua dell’italiano parlato, che fluisce naturale ed essenziale.

C’è una qualità letteraria speciale anche per la questione del tempo, perché il parlato manifesta una presa istantanea non solo sul presente ma anche sul passato e sul futuro. E’ una scrittura che ha presa sul tempo che è il sogno di noi tutti. Scrittura all’erta con i sensi, scrittura percettiva a 360 gradi.

C’è una qualità umana profonda nel rapporto tra vita e arte. E’ quindi un libro necessario alla nostra evoluzione, alla nostra ricerca.

Nel privilegio di una lettura anticipata del libro, quando Antonella mi inviava i vari capitoli, quello che spesso le dicevo era di un tempo ritrovato, quello degli anni Sessanta, tra moda e canzoni ma soprattutto di me bambina ritrovata, una bambina onnivora com’ero per la mia smania di diventare grande presto e capire. Leggendo questo libro ho ricordato le mie storie come fanno i grandi che “quando parlano li vedi che cambiano, diventano come quando quella cosa succedeva, questa cosa fa emozionare e qualche volta anche un po’ piangere.” Ho provato nostalgia delle cose che si facevano senza pensare: ricordo una volta durante un viaggio con mio zio ci siamo fermati a fare il bagno vicino Taranto e lui già diceva “sono i bagni migliori questi”.

In un attimo e ci troviamo alla fine degli anni Sessanta, c’è la finale del Cantagiro, c’è Massimo Ranieri e i Ribelli che cantano Pugni chiusi. Siamo al Lido di Venezia dove Marina che ha 9 anni è in vacanza con i suoi genitori e il fratello di 6 anni Michele.

Occupano una stanza presso la famiglia Menin composta da Uccio e Kate e i loro 3 figli Benito, Nico e Lele. Marina vuole fare l’archeologa ed è innamorata di un attore del cinema che sembra fermo nel tempo a tal punto che lei pensa possa aspettarla immutato nella sua età per sposarla. Somiglia a Lele. E’ Lele che accompagna Marina in questi mitici 4 giorni.

Da non dimenticare una coppia di anziani stranieri che abita lì: sono i signori Olli Polly  che“ si scaldano su un pentolino di ferro l’acqua con il dado dove mettono la pastina piccola, poi la mangiano pian pianetto su un angolo del tavolo e soffiano a ogni cucchiaiata. Mangiano come gli uccellini…”

Dunque tutto sembra procedere con serenità, con i giornalini come l’Intrepido, i cantanti capelloni in tv come Antoine e Caterina Caselli con Nessuno mi può giudicare, “le canzoni sul juke-box, è bellissimo vedere il braccetto che prende proprio la canzone che vuoi…” e si poteva sognare che chi cantava lo facesse solo per te e per qualcun altro con cui volevi trovarti in quel momento.  E al mare la cuffia di plastica a fiori. Ma succede che una macchina investe il fratello di Marina che andrà in ospedale assistito dalla madre e, poichè il papà è al lavoro, Marina viene affidata alla famiglia Menin.

Nella “famiglia Menin sono matti. Non hanno orari, si vestono con quello che trovano, stanno svegli di notte, mangiano troppa roba fritta,… in più tutti dico tutti camminano a piedi scalzi per casa.”

E’ la prima volta che Marina sta con persone che non siano parenti, e sperimenta la sua prima separazione Un tocco finissimo psicologico è quando lei piange di fronte al cibo e non è un caso con tutte le implicazioni affettive che il cibo ha rimandando al nutrimento materno.

In questo momento della sua formazione Marina è in rapporto con il suo lato oscuro, quello dei suoi impulsi, della rabbia verso il fratello, c’è confusione tra il suo mondo interno e quello esterno, è tutto trasparente tanto da aver paura – come nel pensiero magico- che quello che lei pensa poi si avveri come nel caso della sua rabbia per il fratello che ritiene la causa dell’incidente.io ho pensato dategli una botta in testa così sta zitto e è successo l’incidente.”

Ma questi 4 giorni significano la prima libertà. Nella separazione ci sono i primi segni di individuazione, appaiono confini propri … questi 4 giorni sono una prova di libertà e tante altre dovrà affrontare Marina per il suo processo d’individuazione, per diventare quella che è la sua soggettività.

Non basta vivere per fare esperienza bisogna appropriarsi dell’esperienza facendo i conti con molte incrostazioni.

E già per Marina in famiglia sono filtrati molti stereotipi: con il padre che le dice “Per favore Marina fa la brava, fai vedere che sei grande” e la mamma che perfino per i piedi si preoccupa nel caso in cui dovessero crescere molto così lei spera che non le crescano “perché dice mia mamma che i piedi grandi per una donna sono un brutto affare, trovi solo scarpe da uomo.”

I lavori di casa le fanno le mamme “Mia mamma dice che mio papà non può perché è una vergogna per lui”.

Ma ancora peggio quando la madre le dice che” nascere donna è una gran disgrazia. Questa è l’idea di mia mamma, ogni tanto la ripete e a me viene un buco nel cuore quando lo dice. Allora penso che mi posso travestire da maschio così questa disgrazia la evito, tanto ho già i capelli corti.”

E anche quando Lele ribadisce che lui capisce di più perché è un maschio lei dice: “Mica i maschi capiscono di più. A scuola hanno tutti voti più bassi delle femmine e quando c’è la ricreazione ci tocca a noi spiegargli le cose”.

 Ma il rapporto tra una bambina e la madre è spesso pieno di confusione e sovrapposizione a causa del rispecchiamento di genere che è molto forte.

Ci sono luoghi dove va con Lele che diventano i suoi luoghi tanto che quando ci porta la madre li sente meno suoi “ Mi pareva che adesso che l’avevo fatta entrare in questo posto non era più mio e  non riuscivo a essere così felice come ero stata la prima volta.”

Allora mi sembra importante dire che oltre alla gratitudine verso la propria madre è necessario mantenere una propria irriducibilità e fedeltà a se stesse. E a Marina non manca un forte bisogno di affermazione.

“Le bambole mi fanno venire il nervoso, non mi piace fare finta di dargli da mangiare, giocare con le pentoline, infilargli i vestiti, metterle a nanna. Non mi piace fare la mammina.”

Lei dice che vuole fare il maschio anche se la comunicazione diventa diversa perché non si possono dire tante parole o tanti grazie ma sa che con le femmine è noioso perché fanno tante storie e per capriccio ti escludono dal gruppo…ma verso il termine del libro Marina dirà cosa vuole diventare.

E’ appena iniziato il viaggio di Marina verso se stessa e allora buon viaggio Marina.

                                                                                                                                              Nicoletta Nuzzo

 
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Pubblicato da su 05/01/2020 in recensione

 

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la realtà va destata

Recensione di Nicoletta Nuzzo alla raccolta di poesie  Sto alla porta e busso (Era Nuova Edizioni) di Eleonora Federici, presentata Martedì 10 dicembre 2019 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

Eleonora è una poeta giovane ma con una intensa vocazione poetica. Ha pubblicato già tre raccolte di poesie e questa è la quarta. Eleonora nel suo individuarsi come soggetta portatrice della propria visione del mondo ricorre alla parola poetica e non è un caso, sappiamo infatti che la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome e lei con le sue poesie dà i suoi nomi, destando così la realtà dall’inespresso.

Perché la realtà va destata, ce lo insegnano filosofe come Maria Zambrano quando afferma che noi umani/e non abbiamo accesso diretto alla realtà, anche perché ci accecherebbe nel suo mistero, ma abbiamo bisogno della mediazione della cultura, dell’arte. Ce lo insegna la scrittrice Anna Maria Ortese che desta la realtà con l’immaginazione e con un sentimento di compassione e appartenenza a tutta la comunità dei viventi.

La poesia di Eleonora è essenziale e profonda, senza orpelli e questo presuppone un’elaborazione molto coraggiosa rispetto alle proprie incrostazioni e lei lo fa con un forte spirito filosofico. Non è un caso che la prima poesia della silloge porti il titolo di Dasein, e Dasein, lo spiega Martin Heidegger, maestro dell’Esistenzialismo, è l’esserci, l’essere nel mondo come progetto fra libertà e immanenza e così ci ritroviamo oppressi dal nulla. Ma ha occhi questo nulla che da dietro la porta ascoltano: “La vera domanda/Non è se mi apri/Ma, se c’è qualcuno” (da Dasein). E l’attesa si apre e si chiude tra fiducia e perplessità: “Ecco, sto alla porta/E busso.//Non c’è nessuno e, forse,/È solo un miraggio/Anche aspettare che/Qualcuno apra.”(da Il buio).

Quest’opera di nominazione non è scontata ed è difficile soprattutto per una donna che per secoli è stata raccontata da un immaginario maschile, ritenuto l’unico universale possibile. Ed allora Eleonora rigetta insofferente questo essere raccontate fosse anche da uno come Euripide che proprio nell’agio dell’antichità misogina sbeffeggia le donne e lo fa nella poesia Tesmoforiazuse. Qui il riferimento è a una commedia di Aristofane, il titolo dell’opera è stato tradotto anche in Le donne alle Tesmoforie: la scena è ambientata ad Atene nel 411 a.C., durante le Tesmoforie, una festa riservata alle donne e dedicata alle dee Demetra e Persefone appaiono anche due figure molto conosciute nella Atene di quei tempi: i tragediografi Euripide ed Agatone.

Euripide, temendo che le donne, riunite in occasione della festa, stiano tramando una vendetta contro di lui, colpevole di averle messe in cattiva luce nelle sue tragedie, pensa di correre ai ripari. Chiederà al poeta Agatone di prendere le sue difese presenziando, travestito da donna, all’assemblea delle Tesmoforie. Sarà però costretto, suo malgrado, a promettere alle donne di mettere da parte la propria misoginia.

Le Tesmoforie erano dunque una festa riservata alle donne e dedicata alle dee Demetra e Persefone: mi soffermo su questa coppia di madre e figlia per introdurre un altro bellissimo verso che Eleonora dedica alla madre:“E nel tuo fluire ogni giorno/Assaporo le nostre radici.” (A mia madre)

La madre è radice ma questo legame con la figlia viene interrotto dalla cultura patriarcale, nel mito c’è questo esempio di separazione. Il mito racconta che Demetra, dea della fertilità e dell’Agricoltura, fu separata da Persefone, detta anche Kore (giovinetta) sua figlia, che fu rapita da Ade, il dio degli inferi. Allora la vita sulla terra si fermò e la disperata dea della terra Demetra cominciò ad andare in cerca della figlia perduta.

Alla fine Zeus, pressato dalle grida degli affamati e dalle altre divinità che avevano anche ascoltato la loro angoscia, costrinse Ade a riportare Persefone ma solo per sei mesi. Da quando Demetra e Kore furono di nuovo insieme, la terra rifiorì (primavera ed estate), quando Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda (autunno e inverno).

Il rapporto madre-figlia, lo abbiamo visto nel femminismo degli anni ‘70, si ricompone grazie alle filosofe Luce Irigaray  e Luisa Muraro che ne L’ordine simbolico della madre afferma la consapevolezza che la madre è la custode dell’origine: che la sua forza e grandezza non deve generare contrapposizione ma gratitudine perchè può generare la nostra forza e grandezza come donne.

La filosofia studiata a scuola non ha aiutato la mia soggettività, era una filosofia che identificava il logos puro ed eterno con l’uomo e opponeva ad esso la donna come corpo e quindi materia deperibile. Zambrano filosofa dell’interezza ci dirà poi che il corpo è fonte di creatività e trascendenza perché ci collega ad un sentire originario.

L’ordine del Logos e il disordine della physis lo ritroviamo in un altro verso:”Bello schifo/Essere metafisici/Con quello che/Appartiene alla terra” (da Io sono neve).

Come scrive la filosofa Marisa Forcina in “Soggette” si può dire che ci sono due filosofie: una filosofia della morte e una filosofia della nascita. Una filosofia della morte che racconta dell’assoluto, dell’unità, dell’universale, della morte come perfezione suprema (Hegel), per Anassimandro bisognava espiare la colpa di nascere perché interrompeva l’uniformità. E quindi la prospettiva è quella dell’Uno. Una filosofia della nascita racconterà della pluralità di voci, della discontinuità, della differenza, di un essere inseriti nel mondo a partire non dall’unità ma dalla dualità che esclude ogni possesso e asservimento. E quindi la prospettiva è quella della differenza.

Nel suo percorso di nominazione Eleonora è accompagnata da sentimenti contrastanti, quello della fiducia come si sente nel titolo: Sto alla porta e busso ma anche quello di rivolta verso ciò che è conformismo superficiale e ipocrita. :” La normalità/È una struttura Studiata/Per anni e decisa a tavolino/Da poveri uomini comuni.”(da A V.). ”:“No, non si zucchera/La vita qui, nel mezzo/Delle nostre giornate di lavoro,/Delle domeniche a messa/E poi al Centro Commerciale;” (da Nel mezzo)

Fare poesia è rannicchiarsi in un nido di silenzio e come un gatto stare in dormiveglia per pensare per immagini.

“M’acquieto/E mi rannicchio nella notte/Come un gatto/Davanti al camino,/Sperando in qualcosa,/Non so, forse una luce,/Forse l’alba, forse/Un salvatore.”( Da Il buio)

E’ estrema in questa silloge la ricerca di senso e fondamento dell’esistenza.

“E siamo tutti un po’ Francesco/In questo affondare nei pavimenti/Di tanti, troppi perché.” (da Chiesa del Gesù).

Francesco e Chiara scelgono la povertà come scelta di libertà: in questo libro la voce della poesia diventa come nel misticismo di Maria Zambrano un luogo di incessante povertà, luogo in cui fare il vuoto cioè il silenzio interiore in cui si tacita l’inessenziale per porsi le domande essenziali ed incontrare l’altro da sé con in suoi tempi e in sua fedeltà.

                                                                                                                                                  Nicoletta Nuzzo

 

Demetra e Persefone, Tempio di Agrigento

 
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Pubblicato da su 12/12/2019 in letture, poesia, recensione

 

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L’iguana

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo” su “L’iguana” di Anna Maria Ortese, coordinato da Silvana Sonno scrittrice e  poeta, martedì 29 ottobre 2019 presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia.

Silvana Sonno, scrittrice, poeta, saggista ha scelto per l’incontro con il gruppo di lettura Donne del mondo, il libro che ho forse più amato in assoluto, dell’autrice che mi ha condotta tra le braccia della letteratura col desiderio di non allontanarmi più da questo abbraccio.

Anna Maria Ortese 13 giugno1914 – 9 marzo 1998, nata  a Roma e vissuta  per numerosi anni a Napoli, donna schiva, riservata, fortemente addolorata per le sozzure della civiltà, è tra le più grandi scrittrici italiane, e probabilmente mondiali, eppure sono ancora troppo pochi a conoscerla, a leggerla, a comprenderne la potenza espressiva e contenutistica dei suoi capolavori.

E’ del 1950 L’infanta sepolta, del 1953 Il mare non bagna Napoli, del 1975 Il porto di Toledo, del 1993 Il cardillo addolorato.

Nel 1963 scrive L’iguana, che molto semplicisticamente può essere definito “romanzo” ma in realtà ha qualcosa della fiaba, della ballata, del sogno, del delirio, dell’incubo. E’ un libro davvero strano, allegorico, onirico.

Il conte Carlo Aleardo, duca di Estremadura, detto Daddo, viene inviato per mare a cercare terre su cui speculare. Si imbatte in un’isola sconosciuta a forma di corno, una volta fastosa e splendida, abitata da don Ilario Jimenez, insieme con i due fratellastri.

Ilario è un giovane bibliofilo, appassionato di lettere, e si muove tra le quinte di giardini trascurati, soffitte invase dalla polvere, decadenza, un senso di bellezza perduta.

A sparigliare tutto quello che è ancora plausibile compare un mostro, inerme e innocuo; “una bestiola verdissima, alta quanto un bambino, all’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna.” L’iguana Estrellita cattura le attenzioni di Daddo, che presto si trasformeranno in una vera e propria adorazione, in amore. Egli forte della sua posizione sociale, delle sue ragioni e del suo sentimento, vuole salvare l’animale sposandolo e conducendolo a Milano. Ma Estrellita non vuole abbandonare l’isola, né sposare Daddo perchè si strugge per il marchese Ilario.

L’arrivo sull’isola della famiglia Hopins rompe il corso degli eventi in una direzione inattesa: la famiglia americana è interessata all’acquisizione dell’isola e del titolo nobiliare. Ilario è destinato al matrimonio con la figlia bionda, affascinante e un po’ scialba.

Sul finire della storia Daddo inciampa nei suoi deliri e muore affogando in un pozzo. Eppure, morto il protagonista niente è perduto, anzi, questa morte non chiude le vicende, piuttosto ne sblocca la loro evoluzione, fino alla fine che, paradossalmente, è quasi un lieto fine per tutti tranne per chi morendo, non esiste più.

La donnina – iguana ha qualcosa di malvagio che si traduce nell’aspetto strano: verde e dal muso serpentesco ma allo stesso tempo appare innocente e degna di compassione. Ed è quasi inconsapevole del suo stato, tutta presa dal desiderio di essere amata dal marchese di cui ora è indegna. L’isola stessa e la casa polverosa riflettono la decadenza della servetta.

L’iguana è come il ritratto di Dorian Gray dell’umanità. Il suo aspetto ne riflette i vizi ma l’anima resta innocente come quella di una bambina. In effetti, sono i visitatori, le persone che girano intorno all’isola, con i desideri adulti di denaro, di possesso che hanno il marchio della colpa.

Il conte ingenuo, compassionevole, un cuore puro, pare invece una figura cristologica.

Il romanzo è bellissimo nel suo oscillare tra bene e male dei personaggi – ma con prevalenza del bene.

Dio è una farfalla bianca ma prima di essere farfalla è stato bruco, quindi, anche lui, come l’iguana ha o almeno ha avuto un aspetto misero.

Ortese utilizzando un linguaggio traboccante di figure retoriche, visionario, simbolico, lirico, pervaso di un cupo splendore, di un incanto poetico che pare avvolgere, confondere, accarezzare e insieme scuotere il lettore, affidandosi al quel realismo magico che è proprio della letteratura latino americana, affronta  in maniera spesso al limite del barocco, temi oggi ancora irrisolti come i rapporti di forza tra ricchi e poveri, lo sfruttamento, l’assenza di dignità e amore che conducono alla morte e all’esilio. In Ortese nichilismo e pessimismo sono stemperati sempre da una calda, commuovente pietà e dalla capacità di donare grazia anche alle più cupe verità. Anna Maria ha il dono della compassione, e ce la trasmette in ogni sua opera, in tutti i suoi personaggi, soprattutto in questo straordinario, amabilissimo, enigmatico dell’Iguanuccia: “Ove, invece di parlare a tanta distanza di acque e di giorni, per non dire di anni, di questo povero essere, ci fosse stato concesso di percorrere quella notte il suo stesso sentiero, raggiungerlo di sorpresa e tenerlo fermo un momento per le verdi spallucce, avremmo sentito il primo tremito irrigidirsi in una sorta di pietrea immobilità, e infine quegli occhietti si sarebbero levati, senz’altra luce  che la fredda disperazione, su noi.”(…) “ Non solo vi è freddo, ma anche solitudine: nessuno ti parla più, e tu non riesci a parlare con alcuno. La tua bocca è murata. Questo è L’Inferno. La creaturina intorno a cui si muove questa storia, di tanto in tanto se ne dimenticava, e per delle stupidaggini, pensa Lettore: quando era sola, e se stringeva tra le braccia una rossa gallina, se trovava una pietrina lucente, se gli ulivi cantavano o il sole di marzo scaldava la mormorante solitudine delle acque marine.”

Ebbe a dire Anna Maria Ortese, rispondendo in un’intervista di Dario Bellezza del 1977: “Sì, la natura – animali, alberi – sono l’uomo senza tempo, l’uomo che sogna. Così, chi sottomette con durezza, o mercifica o tormenta comunque la Natura, nei suoi figli che dormono, o la guarda senza pietà o fraternità, è ancora sempre il temibile uomo – nature, uomo – pietra, l’uomo, appunto, che dorme.”

Federica Ziarelli

Bibliografia: Anna Maria Ortese, L’Iguana , Adelphi Edizioni, 2003

l’immagine è un disegno di Julian Peters

 

 

 

 

 

 

 
 

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