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Le onde

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Le onde” di Virginia Woolf, coordinato dalla poeta Federica Ziarelli, venerdì 30 novembre 2018 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

Lei, non si può non conoscere lei e il suo profilo delicato, gli occhi tristi, i lievi capelli raccolti, i movimenti molli, da medusa. Virginia Woolf, la più grande scrittrice britannica, intelligentissima, fragile, snob, bisessuale, femminista, è oramai un’icona non meno di Marilyn Monroe.

Nasce a Londra nel 1882 e muore suicida annegandosi nel fiume Ouse a Rodmell nel 1941.

Di lei rimangono i numerosi romanzi, le splendide autobiografie come Momenti di essere (1940); i grandi capolavori: Gita al faro, Orlando, La signora Dalloway, Una stanza tutta per sé.

Le onde è probabilmente la sua opera più difficile, quella più ambiziosa e della quale lei stessa ebbe a dire: “ Le onde si stanno risolvendo in una serie di monologhi drammatici. Il problema è come farli scorrere, in modo omogeneo, al ritmo delle onde. Si riuscirà a leggerli uno dopo l’altro? Io non lo so proprio.” (…) “E’ il mio romanzo mistico, senz’occhi; ma tutto orecchi, il primo lavoro nel mio proprio stile, qui la lingua finalmente tace. E cioè si fa tutta interiore.”

I soliloqui dei sei personaggi, Jinny vanitosa come un’areiforme falena, Susan campestre, genuina  madreterra, Rhoda una ninfa delle sorgenti (probabilmente alter ego di Virginia), Louis che vede donne che scendono dal Nilo con brocche rosse; Neville ordinato, sempre preciso, Bernard fecondo nell’inventare storie, e gli interludi lirici, sono le due modalità che la scrittrice inventa per sospendere la lingua nel vuoto di un’enunciazione, la prima senza interlocutore: “ Andrò fino alla siepe, coglierò dei fiori, il caprifoglio verde e il biancospino lunare, le rose selvatiche e l’edera serpentina. Li stringerò tra le mani e li poggerò sulla superficie lucida del banco. Mi siederò sul bordo del fiume a guardare le ninfee larghe e lucenti.”, la seconda senza soggetto: “Avvicinandosi alla spiaggia ogni striscia si sollevava, si gonfiava, si rompeva, ricoprendo la sabbia di un velo sottile d’acqua bianca. L’onda si arrestava, poi si ritirava sibilando, come chi respiri lento, regolare e incosciente nel sonno.”

I soliloqui sono allocuzioni introdotte da un “disse.” L’emissione di parola a cui tale verbo fa da incipit, non circola tra le varie persone (non c’è un reale scambio), è rivolta verso l’interno come una preghiera. Qui il silenzio non è un vuoto di parola, né tanto meno un vuoto mentale. Al contrario la concentrazione è massima, così alta da farsi grido.

Gli interludi sono, invece, prose liriche, la cui narrazione avviene in terza persona e descrive i ritmi eterni e puntuali del levarsi del sole, della luce, e l’espandersi inevitabile dell’ombra.

Le onde è un libro sul tempo, che non è propriamente il tempo che scorre e si ripiega nella morte. Qui il tempo è scandito (come si vede negli interludi) da un chiarore mattinale che si irradia per poi essere sostituito da un ‘ombra che progredisce. Per i personaggi non vi è altro tempo che il presente (…) “Due uomini, tre donne; un gatto nella cesta, io coi gomiti contro il finestrino – qui e ora

E’ questo, mi dico, il presente; questo il primo giorno delle vacanze estive. (…) Mi sembra di avere già vissuto migliaia di anni. Ma se chiudo gli occhi, se smetto di essere il punto d’incontro tra passato e presente, qui e ora, in un vagone di terza classe pieno di ragazzi che tornano a casa per le vacanze, la storia umana sarà defraudata dalla visione di un momento.”

Woolf si chiede: “Che cosa sta?” “Che cosa sta fermo?” “Le cose stanno o se ne vanno?” “Non stiamo tutti dentro un medesimo continuo passaggio di luce ombra, ombra luce; di onda che arriva e si allontana? 

In questo eterno andare e venire, nell’insistenza infinita della marea contro la spiaggia, la scrittrice trova il ritmo, il suo ritmo di scrittura che è poi anzitutto il suo ritmo interiore: “Una notte mi sono svegliata ed ho sentito arrivare l’orrore. Inizia così come un’onda di dolore che monta intorno al cuore e mi aggredisce (…) Ecco ora voglio osservare l’onda che sale. Fallimento, fallimento (l’onda monta). Oh, hanno riso di me perché mi piace il verde! L’onda si rovescia. Vorrei essere morta. Mi restano pochi anni da vivere, spero. Non posso pensare di affrontare questo orrore – (e qui l’onda mi travolge).” In queste frasi si delinea la potenza del suo male di vivere, la pressante   depressione, che viene e va ed ogni volta è un’ immersione nel terrore. Il lettore ne rimane stordito, ma leggere significa anche questo: essere sommersi da un’onda che ci travolge.

Tuttavia non mancano in questo originalissimo, intenso, incantato romanzo, definito “rivoluzionario” da Marguerite Yourcenar, momenti di assoluta poesia, di una bellezza inaudita.

I sei protagonisti ci fanno assaporare tale bellezza poetica nelle loro vite dapprima infantili, costituite da sogni, da teneri desideri, da piccoli problemi e poi mano a mano che il tempo passa, nelle loro riflessioni adulte. Dice Bernard già uomo: “A volte addormentandomi di notte mi colpisce con una specie di pena il pensiero che non vedrò mai i selvaggi di Tahiti che infilzano il pesce con la lancia alla luce di torce fiammeggianti, né il leone che balza nella Giungla. Non sbatterò più contro la buca delle lettere. (Ma ancora adesso, per la violenza di quella botta, le stelle attraversano la mia notte, bellissime)”.

Dice Rhoda da bambina: “Quella margherita se la vede lei, è diversa. Se c’è lei, le cose cambiano, ma poi quando se ne è andata non tornano forse ad essere uguali? La signorina Lambert porta il sacerdote nel suo giardino privato, oltre il cancello, e quando arriva allo stagno e vede una rana sulla foglia, anche quella cambia. Tutto si fa solenne, impallidisce dove lei si ferma, e rimane lì eretta come una statua in un boschetto.”

Le loro voci ora felici, ora inquiete, ora smarrite si confondono in un unico fiato, come un’onda che racconta l’esistenza di ciascuno dei sei, ed anche la nostra.

Woolf in questa sua opera più che nelle altre, si esprime con una lingua fortemente lirica, alta. Le sue descrizioni dettagliatissime, traboccanti di colori, di suggestioni avvolgono il lettore di meraviglia e di uno stupore ammirato, che non cessa, che batte contro il cuore come su uno scoglio.

L’oro è svanito dietro gli alberi ed emerge una striscia di verde che si allunga simile ad una lama di coltello vista in sogno e si assottiglia come un’isola su cui nessuno metterà piede.”

 

 

 

BIBLIOGRAFIA: Virginia Woolf “Le onde”, Einaudi (2014)

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Pubblicato da su 16/12/2018 in letture, recensione

 

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“Pallidi segni di quiete”

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su “Pallidi segni di quiete” di Adania Shibli, coordinato dalla scrittrice Silvana Sonno, giovedì 27 settembre 2018 presso la Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni di Perugia.

Silvana Sonno, scrittrice, poeta, saggista, ci presenta Adania Shibli tramite “Pallidi segni di quiete”, un gioiello prismatico che riluce di una gamma colorata di racconti, tutti attraversati ma mai appesantiti, dall’onnipresente, ossessionante polvere della guerra, dallo sgomento terribile verso di essa ma anche da inaspettati squarci di speranza, di bellezza, di fierezza: “(…) La polvere. Ecco la tragedia avvolge tutti, anche quelli che camminano nel modo più naturale possibile. I capelli, il volto, le mani, i vestiti: sono completamente coperta di polvere e disperazione.

(…)Voglio stare di fronte al pubblico del campo di Jenin con scarpe pulite e lucenti, a costo di indossarle sul mio cadavere.

(…)Prima di entrare in sala sento la porta: “Entreremo, prima o poi entreremo!” Non sanno, le ragazzine di Jenin che sono già entrate nel mio animo stanco e vi hanno infuso nuova vita, vita vera.”

La violenza delle ruspe, che hanno spianato alberi e villaggi, non ha potere di distruggere i ricordi che ostinatamente trattengono gli umori di un passato e che la spietatezza dell’occupazione militare vorrebbe cancellare dalla Storia: “ Noi cresciamo con il senso dell’assenza dei villaggi che non ci sono più ma che un tempo esistevano, e che cerchiamo di rimpiazzare con l’immaginazione. Siamo sempre alla ricerca di una normalità che è andata perduta. I palestinesi sono come dei detective alla ricerca delle tracce di vita scomparsa. Il visibile e l’invisibile sono sempre lì.”

Seppure è stata possibile la demolizione dei villaggi, sarà impossibile cancellare l’identità di un popolo, le cui donne, come guerriere disarmate in una sfida tenace, costante, affrontano le armi nemiche.

L’autrice, a stento, trincerandosi dietro un fuorviante distacco, trattiene le emozioni ma esse riescono comunque a scappare sprigionando la propria energia in minuziose descrizioni: “(…)Mi sono aggrappata un’altra volta all’orlo del suo vestito e lei si è spostata delicatamente, e quando si è spostata delicatamente, il suo vestito è scivolato. Mi piace il suo vestito blu scuro. Ci sono appesi dei piccoli puntini bianchi. In linee verticali, orizzontali o diagonali, a seconda di come inclino la mia mano, anche i puntini scivolano e si mischiano e diventano come stelle nel buio.”

La scelta di stile non si basa mai su canoni puramente estetici. L’analisi descrittiva sempre dettagliata occulta l’intensità di un dolore, che ammantandosi di pudore si rifiuta di mostrare la sua nudità.

Nel momento in cui l’agitazione è prossima ad esplodere, il pensiero ansimando si spezza in brevi frasi asciutte, come ad esprimere la difficile comprensione di un assedio infinito.

Il linguaggio è dunque essenziale, secco, concreto nelle immagini  ma ugualmente capace di trasmettere sensazioni inquiete, smarrite: “ Le farfalle non servirebbero a niente in un caso del genere. Rientrando a casa, la via era deserta come al solito. Ho visto una giovane turista fermarsi per fotografare la strada che stavo percorrendo. Ci sarò anch’io sulla foto. Su quella foto che una giovane straniera metterà in un album lontano. Mi vedranno in un luogo ancora più straniero e lontano, sarò proprio io, ma nessuno saprà quanto mi sentissi triste quel giorno.”

(…) Ora le mucche non correvano più. Rimasero lì, in silenzio, sbattendo lente le palpebre, e muovendo la coda di tanto in tanto per scacciare le mosche che si posavano sui loro dorsi, continuando a fissare quella testa immobile che non usciva più dall’acqua. (…)Distolgo gli occhi dalla lancetta che si muove, guardo qualcosa in lontananza e penso ad altro, poi di colpo mi ricordo della lancetta e provo ad indovinare dove si trovi in quel preciso istante. Se indovino il punto esatto, vinco, se non indovino, vince il tempo.”

E’ sommessa la voce di Adania Shibli, pudica, del tutto priva di veemenza, ben lontana dal mostrarsi aggressiva – quieta, appunto –  ma ha potere di aprire le menti, di scuotere dall’indifferenza le coscienze sopite, di avvicinare il lettore ad un dramma lungo decenni. Si assottiglia, si frantuma, pare aderire ad un progressivo silenzioso rispetto che però, innegabilmente, fa un incredibile rumore.

 

 

Adania Shibli, Palestina, 1974, è una scrittrice di grande talento, autrice di romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi; ha ricevuto due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine. Vive tra Gerusalemme e Berlino impegnata nella ricerca e nell’insegnamento in campo accademico. E’ tra le autrici comprese  nell’elenco dei giovani scrittori di lingua araba più promettenti. Di lei, il pubblico di lettori italiani maggiormente conosce il romanzo “Sensi” (Argo, 2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 01/11/2018 in incontri, letture, racconto

 

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Ángeles Mastretta

 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura “Donne del mondo”, su Strappami la vita di  Ángeles Mastretta, coordinato dalla scrittrice Tommasina Soraci giovedì 26 aprile 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

Inizia la primavera e come sempre ciò che mi investe per prima, sono i colori che riemergono e si fanno strada lentamente tra il  grigiore anonimo invernale.

Ci sono luoghi del mondo che solo a nominarli evocano immagini peculiari ad essi. Il Messico per me, è una tavolozza di colori primari, senza sfumature, totali.

E i suoi abitanti, gente ugualmente decisa, forte, purtroppo spesso veemente.

Come lo è lei, Ángeles Mastretta, nata a Puebla nel 1949, donna per l’appunto intraprendente, brillante, mai sfumata, sempre assoluta, ben calcata. Dapprima giornalista e poi scrittrice, si è dedicata da sempre a delineare nei suoi romanzi figure di donne perfettamente capaci di decidere per se stesse e per il proprio destino.

Ha vinto nel 1997 il premio  Romùlo Gallegos, per il suo romanzo “Mal d’amore” e ricevuto importanti riconoscimenti per le sue due opere maggiori, le più celebri ed amate dalla critica e dal grande pubblico: “Donne dagli occhi grandi” e “Strappami la vita”.

Quest’ultimo è un romanzo di formazione, che vede come protagonista la bella e vivace Catalina. In età ancora adolescenziale la ragazza, mal consigliata dalla sua ingenuità, sposa Andrès Ascensio, un uomo molto potente e più vecchio di lei, militante dapprima nella Rivoluzione messicana e poi governatore dello stato di Puebla negli anni Trenta del Novecento. Con l’accrescersi delle ricchezze e del prestigio dell’uomo, crescono anche i suoi intrallazzi politici e il numero delle amanti, così Catalina, sola ed insofferente, si lascerà travolgere da una soverchiante passione nei confronti di un affascinante musicista, Carlos Vives, alle note di un profetico bolero dal titolo “Strappami la vita.”

Il romanzo è pervaso in ogni pagina da un profondo senso di levità, che resiste anche nei momenti più forti, nel dramma. Mastretta resta poco partecipe, si tira fuori dagli accadimenti. L’atmosfera giocosa, ironica nella quale Catalina è immessa quindicenne alle prese con il primo innamoramento, continua imperitura anche negli anni della vedovanza, in quelli della presa di coscienza degli errori commessi: “Lo conobbi in un caffè dei portici. Dove altro poteva capitare, se a Puebla tutto succedeva sotto i portici: dai fidanzamenti agli assassinii, come se non ci fosse stato altro posto.” (…) “La vedovanza è lo stato ideale della donna. Si mette il defunto su un altare, si onora la sua memoria ogni volta che è necessario e ci si dedica a quello che non si è potuto fare quando lui era in vita.”(…) “ Come sei brutto da morto, mi irriti con quella faccia. Mi hai sempre irritato con quella faccia. Valla a fare ad un’altra, io ho già abbastanza guai per sopportare la tua espressione di rimprovero. Non vorrai che mi uccida per il dolore.”

E’ l’incontro con Carlos a rappresentare insieme ad un ispessirsi dell’emotività, l’occasione per una crescita psicologica: la bambina che affrontava superficialmente la vita, sta maturando. L’occhio interiore si è svelato, può osservare e comprendere: “Avevo sempre creduto che l’unica cosa necessaria per vivere fosse avere Andrès con me tutti i giorni. Ma quando il mattino seguente invece di uscire di corsa mi annunciò che pensava di rimanere e che avrebbe trasferito il suo ufficio nella nostra biblioteca, avrei voluto farlo sparire. Era come avere un armadio antico in mezzo alla casa, dovunque ti voltassi, lo vedevi.”(…) “Certo che amavo essere amata. Avevo passato tutta la vita a desiderare di essere amata. La sera del concerto, più che mai.” (…) “Io guardavo Carlos. Gli guardavo le spalle e le braccia che andavano e venivano. Gli guardavo le gambe. Lo guardavo come se fosse stato lui la musica.”

Con l’arrivo dell’amore autentico, Catalina immersa in un mondo insonoro, ovattato, conosce la musica, ne è scossa, riportata alla vita. La nuova consapevolezza la indurrà a capire i suoi desideri, ad ascoltarli, alla forza di realizzarli per mezzo della ribellione.

Insieme all’uscita della farfalla dal bozzolo, lo scenario muta, si ingrandisce, è ossigenato, colmo di sensualità e di cromatismi come una tela di Frida Kahlo: (…) “Solo che la musica era qualcosa che si poteva canticchiare, come se gliel’avesse richiesta mio padre.” (…) “Tutta l’orchestra era mio padre che fischiettava la mattina, e io, come ogni volta che lui era presente senza essere lì, che qualcosa mi dava la certezza che le sue parole e i suoi abbracci erano morti e non sarebbero stati niente più che un ricordo, niente più che la cocciutaggine della mia nostalgia, mi misi a piangere singhiozzando fino a fare altrettanto rumore dell’orchestra.” (…) “Il bagno era il mio angolo preferito, era lì che mi rifugiavo per stare sola. Ricordo il mio corpo di allora dentro l’acqua calda, tra le piante, supino, con la testa a mollo e la faccia fuori, a veder passare le nuvole dal pezzo di cielo contenuto nei vetri del lucernario”. “E adesso che faccio?”, dissi come se ci fosse stata una confidente nella vasca con me. “Posso scappar via di corsa. Lasciare il generale con i figli e tutto, la vasca, le violette, il conto corrente che non si esaurisce mai. Voglio andare con Carlos.”

Ed è questo che porta forse i colori della primavera a vincere la battaglia contro le fosche tinte dell’inverno: un tenace ribellarsi ad esse per emergere. Per fare ciò che è nella loro natura: scrollarsi di dosso l’oscuro e brillare.

 

BIBLIOGRAFIA: Ángeles Mastretta, Strappami la vita, 2005, Giunti Editore.

 

 
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Pubblicato da su 28/09/2018 in recensione

 

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Le zie


zia Pietrina e zia Michelina

Le  mie zie, sorelle di mio padre, le ho conosciute  già anziane. Sono state attive fino a tarda età, da piccola mi sembravano un po’ strane, non capivo perché, non era soltanto  per la loro età, ma per la loro appartenenza ad un’altra  epoca, o meglio ad altre  epoche, almeno due: quella in cui si erano sposate (gli anni Trenta) e quella in cui avevano comprato le ultime cose (gli anni Cinquanta), sembravano dunque fuori moda per tutto, per i vestiti che indossavano, per la pettinatura, i mobili che avevano, gli oggetti che si trovavano nelle loro case, i troppi quadri delle persone a loro care e scomparse, le borse da passeggio che avevano, la cipria rossa sulle guance. Io non vedevo altre persone andare in giro così, se non qualche stravagante, ma non era il loro caso.

Chi poteva vestirsi come loro o non c’era più, o se c’era, rimaneva in casa essendo malandato, loro da un certo momento in poi, da quando io le ricordo, hanno cominciato a conservare,  si conservavano.

Ogni cosa nuova era inutile, le uniche cose che contavano erano: le medicine e  le preghiere.

All’inizio, essendo noi quattro le ultime nipoti arrivate, dovevamo sembrare loro troppo giovani perché potesse avere un qualche senso il rapporto con noi ma successivamente, essendo le uniche più vicine a loro, dal momento che l’ultima generazione di nipoti prediletti viveva a Roma, abbiamo cominciato ad essere oggetto delle loro attenzioni, forse anche perché sentivano di doverci proteggere così come facevano con  mio padre.

A mia madre il disordine della loro casa ed in genere la loro trasandatezza era insopportabile e se le facevamo notare che era dovuta all’età ci diceva che no, erano proprio loro così, aveva conosciuto tante altre persone anziane ma che  sapevano tenere la casa come uno specchio e dove si sarebbe potuto  mangiare per terra.

Era per questo che, quando doveva rimproverarci da ragazze per il nostro disordine, il richiamo al degrado in cui vivevano le zie era inevitabile. Ricordo anche come noi da piccole scherzavamo su questo guardando i loro orecchini ed immaginando quanto sarebbe stato difficile staccarli  dalle loro orecchie considerato che non se li erano mai tolti e che essi costituivano probabilmente il punto estremo in cui si fermava  il sapone quando si lavavano il viso. Ci penso adesso, ma non c’entreranno con le zie sia il mio disordine che la mia tendenza a conservare tutto? Per me questo è un modo per non separarmi dalle cose, anche se  contrastato dalle mie manie di pulizia e quindi dalla  voglia di separarmi dalle cose.

Ma queste sono contraddizioni che a loro sarebbero risultate assurde ed incomprensibili, davvero di un’altra epoca.

Zia Pietrina era a capo di un regime femminile che c’era nella famiglia di mio padre, tanto che gli stessi mariti delle zie erano conosciuti con il loro cognome da signorine.

Mia madre non perdonava a zia Pietrina di decidere per gli altri, indipendentemente dalla loro volontà, soltanto perché lei per istinto di protezione lo riteneva indispensabile. Questo era accaduto quando era capitata a Maglie, piccolo paese del Salento dove mio padre e mia madre vivevano appena  sposati, e nel giro di un pomeriggio li aveva portati via da lì, togliendo così a mio padre l’orgoglio di potercela fare da solo. La stessa determinazione e spregiudicatezza zia Pietrina l’aveva quando, trovandosi in difficoltà qualcuno dei suoi fratelli, all’insaputa degli interessati imperversava o – come direbbe mia madre- spadroneggiava nelle loro case portando via, per venderli, gli ori di famiglia o comunque tutto ciò che si poteva vendere. Per questo motivo a mia madre anni dopo è capitato di vedere il suo anello di fidanzamento ricomparire, indossato da una parente della persona  cui era andata per fare visita.

Non le è mai passata la rabbia per questo.

Ma non era l’unica vittima di queste iniziative, zia Michelina aveva subito spesso questo tipo di perdite, in particolare di spille, anelli e collane e poiché teneva molto a questo genere di ornamenti, erano ricorrenti i suoi rimproveri rivolti alla sorella per le sue incursioni.

Prima di abitare insieme a zia Pietrina, zia Michelina aveva abitato con suo marito, lo zio Michelino. Ricordo di quella casa i mobili della cucina perché erano rossi, di ciliegio, le coperte di raso dipinte a mano dalla zia con una tecnica  difficile che si compiaceva di conoscere -la pirografia-  gli arazzi che rappresentavano Ben Hur mentre trascina vittorioso la biga nell’arena. Poi il tabacco da fiuto che faceva starnutire, era lì nella stessa tabacchiera da quando, in altri tempi, si offriva agli uomini nei salotti. Ad attirare la mia attenzione c’erano anche  le gabbie con gli uccellini ed i pappagallini, qualcuno era ammaestrato e veniva lasciato libero di girare per un po’in cucina. Zio Michelino aveva un carattere allegro e di compagnia, ognuna di noi sorelle, quando la sera lui passava  da casa nostra  prima di andare al bar, sperava  di essere quella che lui avrebbe scelto da portare a passeggio, ma spettava sempre a Pina  perché era la più grande, anche se allora non ero tanto convinta di questa spiegazione…ed i miei sospetti aumentarono quando, sempre a Pina, lui regalò il primo album di  paesaggi a colori che io avessi  mai visto nella mia vita, era un album meraviglioso che non saprei davvero come descrivere, ma toccò a Pina: era anche vero che lei sapeva disegnare.

Quando anch’io cominciavo a diventare grande, non vidi più zio Michelino, chiesi di lui a mia zia e lei mi disse che era a Roma dove lo stavano curando ma da lì non ritornò, “peccato, era così simpatico!”, non chiesi altro anche se continuai a pensare a lui per un po’ con nostalgia, ma questo non lo seppe nessuno. Ci  fu comunque un cambiamento: zia Michelina andò a vivere in una casa comunicante con quella di zia Pietrina e suo marito, zio Toto. Avevano ricavato, infatti, in una parete tra le due case un’apertura grande quanto una porta e vi avevano appesa una tenda che metteva in comunicazione le stanze da pranzo delle due zie. Questo perché zia Michelina non si sentisse sola. Nella casa comunicante io, da quando avevo sei anni, ci andavo spesso per vedere cosa faceva zia Michelina.

Lei è l’unica zia che ci ha raccontato le favole che, grazie al suo bel modo di parlare, sapeva recitare molto bene: con il tono dolce e sereno della sua voce creava l’atmosfera per noi che l’ascoltavamo la sera, vicino al braciere. Personaggi e scene erano descritte nei particolari e soprattutto li faceva a volte parlare in versi, anche la morale ce la presentava in rima, pure quando a me sembrava un  po’ strana e inopportuna soprattutto se riferita ai personaggi altolocati delle favole.

Una di queste favole raccontava infatti di un re che, avendo chiesto ai suoi amici principi e sovrani  più sapienti quale fosse la cosa più importante per la salute di una persona  e non avendo nessuno  il coraggio di  dare la risposta giusta – trattandosi del volgare gabinetto –  di fronte  al loro raccapriccio s’indispettì e fece loro uno scherzo.

Li invitò ad una festa nel suo castello, offrì loro da mangiare e da bere in abbondanza e li ospitò in stanze dove non c’era il “bagno”, quando la notte  principi e principesse si trovarono ad aver bisogno del bagno senza riuscire a trovarlo, la loro disperazione fu tale da dover dare ragione al re.

Così mia zia aveva trovato un modo figurato e pedagogico per far comprendere ad una bambina  piccola come non fossero trascurabili certe funzioni fisiologiche del nostro corpo, poco signorili  ma certamente vitali.

Io, forse non era il momento giusto  o forse manifestavo già così i problemi di coesistenza con il mio corpo, ne rimasi molto colpita: mi sembrava incredibile che mia  zia avesse raccontato con tanta disinvoltura ed in rima, tra broccati e gioielli, qualcosa quasi di osceno, che ci fa apparire comunque così poco nobili, che può sembrare quasi una specie di imperfezione o di dispetto per il nostro essere spirituale.

Confusione: …e poi cosa c’entravano i nobili con il “bagno”? loro  erano creature aeree come i loro profumi…

E cosa c’entravamo noi, creature fatte di distanze, della carta dei libri, delle stoffe del mercato del giovedì e di quelle speciali, per i giorni di festa, che arrivavano dai parenti dell’Argentina…

Le mie scorie erano immagini incrostate, fisse, e quelle solo altre visioni e parole potevano pulirle, cioè toglierle…

Quando penso a zia Michelina in quella casa la rivedo come in una scena di un film di Bette Davis: piccola di statura, con i capelli nerissimi che a boccoli le incorniciavano un viso dalla carnagione chiara e illuminata dagli occhi neri di famiglia. Lei si muoveva in quella casa con un’aria spensierata e inattaccabile cantando le canzoni romantiche del suo tempo, io la vedevo così prima che lei si accorgesse di me, quando aprivo da sola la porta d’ingresso perché lei era diventata sorda e non sentiva  più il campanello.

Le sue attività  al mattino in casa consistevano nel cucinare e nel sistemare quattro o cinque gabbie di uccellini che ancora teneva, sembrava un gioco per bambine: cambiava la carta di giornale su cui si poggiavano gli uccellini, riempiva con l’acqua la vaschettina pensile e, per farli mangiare -oltre al miglio- tra le assicelle di ferro della gabbia metteva un po’ di savoiardi, ne avanzavano  sempre un po’ per me. Il vero spettacolo erano le uova che si erano appena schiuse con gli uccellini piccoli, rosa, quasi trasparenti. Se ho provato della tenerezza da  piccola, il  mio primo ricordo si riferisce a questo miracolo.

Si sentiva il buon odore del sugo che cucinava, ma la composizione di ciò che preparava era indefinita, mia madre si raccomandava di non mangiare niente preparato o conservato da lei, anche se era stata in altri tempi una  brava cuoca.

Nonostante l’età e la sua vista difettosa  si avventurava ancora nell’elaborazione di pietanze e dolci al forno dopo aver  consultato il suo voluminoso libro de “Il re dei cuochi”. Ma lei, zia Pietrina e zio Toto a quegli esperimenti di cucina erano comunque sopravvissuti.

Mi faceva poi vedere i merletti a tombolo ed a chiacchierino che aveva fatto da giovane, alcuni me li facevo regalare, imparai anch’io a farne qualcuno. Oltre a seguire i miei progressi in queste arti femminili controllava pure la trascrizione, altrettanto artistica e femminile, che stavo effettuando di un suo quaderno speciale: era infatti un oracolo che nel passato si era rivelato prodigioso per il destino di molte sue amiche e la cui consultazione avrebbe  potuto in futuro rivelarsi altrettanto decisiva per la mia felicità coniugale.

L’attività di trascrizione doveva svolgersi a casa sua, lei l’oracolo non me l’avrebbe lasciato da portare via, già una volta era successo che per prestarlo a qualcuno l’aveva perso e per fortuna era riuscita a ritrovarlo, adesso non voleva correre più questo rischio.

Riuscii a copiare tutto l’oracolo, dopo di che persi sia il mio che il suo quaderno.

Fu la profezia che si autoavvera o la mia volontà di autodeterminazione? Crescendo diminuì la frequenza delle mie visite: andavo a trovarla per portarle cibi preparati dalla mamma o quando stava male e, quando anch’io partii come le altre sorelle per Modena, andavo dalle zie ogni volta alla partenza ed al ritorno ed allora, quando le guardavo, cercavo di imprimermi  in mente la loro faccia perché temevo  potesse essere  l’ultima volta che le avrei viste.

Quando zia Pietrina e zio Toto si ritirarono dall’attività del loro negozio di merceria, le zie cominciarono a dormire insieme nel letto matrimoniale di zia Michelina  anche di giorno, quando erano sveglie pregavano.

Poiché abitavano piano terra, dalla finestra bassa della camera da letto le intravvedevo alla luce della lampada che lasciavano sempre accesa, nel letto grande:  piccole, tutte e due con i capelli  ancora neri che si abbandonavano al sonno come bambine, nell’attesa che il tempo passasse.

Quando ancora uscivano di casa, zia Michelina capitava ancora a casa nostra magari per qualche modifica a qualche vestito, il cui modello era ormai sempre lo stesso: lo stile dell’abito era quasi all’impero con una  cintina di stoffa  in vita e due piegoni davanti.

Zia Pietrina, ogni sera prima di rincasare, suonava al nostro portone di casa aspettando che qualcuno si affacciasse da sopra alle scale per dirgli il famigerato “vi siete ritirati ?” cui seguiva come risposta qualcosa di urlato da lontano, non importava il significato delle parole, perché quello era il segnale convenuto -senza scendere tutte le volte fino al portone d’ingresso-  per dirle che “eravamo tutti in casa”, quindi in salvo e che, per quel giorno, il pericolo di vita era scongiurato.

La paura del pericolo-malattia-morte era aumentata sempre di più col passare degli anni fino a sfinire le zie a tal  punto che, negli ultimi due anni della loro vita, non chiesero più notizie di mio padre. Allora non capivo, adesso mi è chiaro che la paura della risposta era tale che, da un certo momento in poi, hanno  deciso di non sapere o almeno non ce la facevano più a portare il peso di questa preoccupazione. Quando papà è morto a loro non è stato detto ma lo hanno immaginato.

Quando si è ammalata zia Michelina, zia Pietrina è ritornata nel suo letto matrimoniale e da allora non l’ha più vista, forse ha solo sentito le grida di sofferenza degli  ultimi momenti di  zia  Michelina che pur avendo  pregato per una “buona  morte“, si è trovata in mezzo al sangue ed alle escrezioni del suo corpo, senza che le persone presenti  potessero avvicinarla a causa dell’odore insostenibile.

Dopo  la morte di  zio Toto, a novant’anni  zia Pietrina anche lei novantenne  è rimasta da sola, superstite ormai a tutto, ancora sana e con i capelli  e gli occhi neri di mio padre.

Non  volendo essere di peso alla mamma si fece portare via insieme ai suoi mobili in un paese vicino dai parenti del marito dicendo: “Hanno preso i mobili ed ora prendono anche me”. Quando Pina e la mamma andarono a trovarla, videro che le avevano tagliato i capelli. Poco dopo morì  in una casa e in un paese che non era il suo, tra estranei, lei che non aveva fatto viaggi  per non doversi allontanare dai suoi familiari.

E zia Annetta?

Pina ha letto lo scritto sulle zie e mi dice :“E zia Annetta ?”

“ E’ vero “ , ho aggiunto subito,” non me la sono scordata, però è difficile parlare di lei come poi  anche di altri”. “Va bene” lei mi dice: “Bisognerà aspettare quando sarà il momento”.

Ma è già il momento.

Non ho dimenticato zia Annetta, un’altra sorella di mio padre, anche se non è facile parlare di lei perché quando l’ho conosciuta era già ammalata . La prima immagine è di lei attaccata al braccio di zia Michelina, non si poteva lasciarla per strada da sola, era come una bambina di cinquant’anni, grassa,  con i capelli neri, pari e lisci. Era più giovane delle zie e, dopo la morte di zio Michelino, cominciò a vivere insieme a zia Michelina.  Quando era in visita a casa nostra stava sempre seduta fino all’ora del rientro e stava lì per conto suo, quasi dormicchiava come immersa in una sua dimensione.

Lei “faceva  i vermicelli “ così dicevamo noi ragazze, perché a testa china fissava lo sguardo sulle dita del  pollice e dell’indice che strofinava tra loro, con un movimento continuo in una mano o in tutte e due le mani.

Le parole che le ho sentivo pronunciare oltre il suo torpore sono state “Che, mi devo prendere una pillola?” o quando ci vedeva che provavamo  davanti allo specchio qualche vestito che mia madre ci  stava cucendo ,“  Uhm, bella vai, una porcheria! “.

Non era poi  tanto stupida se si beffeggiava del nostro essere giovani e vanitose schernendoci così. Mia madre diceva che non era stata sempre così, anzi le era sembrata la  migliore delle zie, perché  la più sbrigativa: per mia madre questa parola, ancor meglio se seguita dal  termine pratica, era il massimo degli aspetti positivi individuabili in una donna.

Forse le mie sorelle più grandi ricordano zia Annetta quando ancora era autosufficiente, cioè si muoveva da sola e le andava a prendere da scuola. Non si è mai capito quale fosse la sua malattia, tutto era cominciato quando, in seguito ad un disturbo di tipo nervoso forse depressione durante la menopausa, cominciò a star male.

Le zie, che quando si trattava di salute si spaventavano con niente, la fecero curare. All’epoca -non era come adesso che soffriamo tutti o quasi di disagi psicologici e marciamo a forza di Lexotan – un malessere psichico non classificabile come generico esaurimento nervoso, significava il ricovero in manicomio con le atrocità che ne conseguivano: camicia di forza ed elettroshock, da lì se ne usciva non più come pazzi ma come scemi.

E così fu per zia Annetta che non tornò più come era prima, cioè come la persona che poteva essere e che  io avrei potuto conoscere. Da allora fu accudita da zia Michelina che secondo le prescrizioni mediche le somministrava un numero imprecisabile di medicine. Ma le zie e mio padre sotto la loro responsabilità preferirono tenerla a casa piuttosto che lasciarla in una casa di cura. Si ammalò di qualcosa ai polmoni, tanto che quando respirava si sentiva un rantolo, ma anche di questo male non si seppe la denominazione e non è chiaro se per la paura delle zie di nominare soltanto qualcosa di grave riguardante la salute o perché non si era individuata la malattia.

Zia Michelina  la portò al mare sperando che migliorasse, ma  una delle mie sorelle, che le aveva seguite per tener loro compagnia, ricorda ancora il rumore in tutta la stanza del respiro di zia Annetta. Al mare peggiorò  forse perché lo iodio aveva complicato invece di migliorare la situazione: sarà stato per questo che quando zia Michelina durante quel soggiorno estivo con tutte le sue forze cercava di portarla vicino al mare, con altrettanta disperazione zia Annetta recalcitrava.

Se la scena non fosse stata grottesca ci sarebbe stato da ridere a vederle spintonarsi tutte e due piccole, grasse e pesanti e vestite di scuro  in riva al mare. Al ritorno a casa zia Annetta fu collegata inutilmente ad una bombola di ossigeno. Morì pochi giorni dopo, lasciando davvero sola zia Michelina.

Nicoletta Nuzzo, racconto secondo classificato al Concorso Terra d’ulivi e pubblicato  nell’Antologia  Sulla carta del tempo, Edizioni Terra d’ulivi 2015

 

 

 
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Pubblicato da su 22/09/2018 in raccontarsi

 

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Donne del mondo: Fumiko Enchi 


 

Recensione di Federica Ziarelli per il Gruppo di lettura ‘Donne del mondo’ su ‘Onnazaka, Il sentiero nell’ombra’ di Fumiko Enchi (1905 -1986), coordinato da Laura Valenzano lettrice, mercoledì 30 maggio 2018 presso la Biblioteca comunale San Matteo degli Armeni di Perugia.

 

E’ stato grazie ad un’amicizia, di quelle autentiche, avvolgenti, che si stringono tra donne se ho potuto conoscere ed amare il Giappone.

Immagini leggiadre, profondamente raffinate, di una delicatezza tutta speciale mi sovvengono quando penso a Sanae perché è stata lei ad infonderle nella mia mente. Fiori di ciliegio dunque, a profusione, rosati e impalpabili, e templi, scale per raggiungerli; stuoie dove sedersi, canne di bambù, terme all’aperto, laghetti coperti da fiori di loto, i perfetti salti delle rane, la luna piena sopra Kyoto; le acconciature scultoree delle geisha, le preziosa cerimonia del the. Il Giappone è eleganza, minimalismo, attenzione al dettaglio, un fluttuare poetico di ogni cosa.

La letteratura nipponica è pregna di grandi scrittori e scrittrici, che descrivono questo mondo con la grazia con cui si dipinge un acquerello.

Con la stessa grazia, la filosofa e lettrice Laura, ci ha presentato una delle più grandi romanziere giapponesi: Fumiko Enchi.

Nata da una famiglia colta e molto ricca, prendendo ispirazione dalla vicinanza di una nonna appassionata di lettere e teatro, si avvicina alla scrittura.

La sua carriera letteraria prende inizio nel 1926 e la porterà ben presto ad ottenere importanti riconoscimenti.

Attraverso la sua scrittura ha descritto quella che per secoli nella società giapponese è stata la condizione della donna, costretta da una morale rigida e ottusa alla repressione delle proprie aspirazioni. I suoi romanzi invitano le donne a prendere coscienza di se stesse ed a lottare per ottenere libertà e indipendenza.

Tra le sue opere più importanti, del 1953 “I giorni della fame”; del 1958 “Maschere di donna”; del 1965 “Le false sciamane”; del 1976 “I colori della nebbia”.

ONNAZAKA (Sentiero nell’ombra) risale all’anno 1958 ed è probabilmente la sua opera migliore, la più grande, quella maggiormente apprezzata anche dalla critica, e vincitrice del premio letterario Noma.

Onnazaka è la strada secondaria che conduce al santuario shinto, tradizionalmente riservata alle donne. E’ un percorso angusto, nascosto, un sentiero, appunto, “nell’ombra”. In Fumiko Enchi diviene immediatamente triste metafora della condizione della donna nella famiglia tradizionale: protagonista della vicenda è Tomo, una donna nata verso la fine del periodo Edo, costretta ad accettare il ruolo di sottomissione assegnatole dalla società patriarcale. Moglie di un ricco e rispettato funzionario del governo, non solo è obbligata a subire i numerosi tradimenti del marito, ma anche ad accogliere nella propria casa le sue concubine ed addirittura, le verrà assegnato il compito straziante di sceglierne lei stessa una “adatta” a lui.

(…) “Le pareva un’infamia. Concedere ad un uomo che aveva provato ogni genere di piacere, più vecchio di due dozzine di anni, una fanciulla che avrebbe voluto continuare a giocare con le bambole.” (…) “Perché mai aveva dovuto piegarsi a commettere un’azione da mercante di schiavi, così crudele?”

Tomo cova nel profondo un terribile rancore che all’avvicinarsi della morte sfogherà in un grido di rabbia e di liberazione: (…) “ il suo sguardo era vivido e brillante d’eccitazione. Traboccava di un sentimento così intenso da non sembrare più lo stesso sguardo grigio e placido che di solito pareva riposare sotto le palpebre pesanti, semichiuse”

(…) Aveva ricevuto su di sé il grido dei veri sentimenti della moglie, soffocati a viva forza per quarant’anni: un grido che aveva prodotto un’eco tanto forte, da incrinare per sempre il suo arrogante egoismo.”

Alla figura di Tomo ispirata alla nonna dell’autrice, si affianca quella della prima concubina del capofamiglia, Suga, che a tratti, nella narrazione, assume un ruolo centrale. E’ una creatura splendida e malinconica, arresa, venduta a quindici anni dalla madre e che a differenza di Tomo non ha quindi scelto di entrare nella famiglia Shirakawa: “(…) Era alta per la sua età, la pelle candida come carta, i capelli folti con riflessi color lapislazzulo le incorniciavano il volto candido, nel quale sopracciglia e occhi risaltavano come se fosse stata truccata per il palcoscenico.” (…)” In contrasto con la vistosa bellezza del volto, Suga aveva un carattere riservato. Non amava molto esibirsi. Era come se avesse appreso l’arte dell’intrattenimento solo per compiacere i genitori.”

La seconda concubina con la quale Suga instaurerà un commuovente rapporto di solidarietà, è Yumi, alta, lo stile da amazzone ed il colorito olivastro come un giovane attore; ed infine incontriamo Miya l’ultima concubina, una bambolina di otto figli, che morirà giovanissima e che sarà protagonista di una relazione incestuosa, altro dolore immenso per Tomo. Poi c’è Etsuko, figlia della coppia, una ragazza pura ed ingenua, teneramente amata dalla madre ed anch’essa  personaggio fortemente positivo per come si porrà in maniera accogliente nei confronti delle giovani cortigiane: (…) “la più felice sembrava essere Etsuko, che seguiva come un’ombra Suga, esultando: “Che bella! Che bella!”

Risulta dunque totalmente chiaro che il progetto di Enchi era mettere in luce le figure che in quell’epoca rimanevano nell’ombra autoritaria e sgraziata dell’uomo, ed a dare loro voce con tutta l’incommensurabile forza e passione che nei secoli queste donne non hanno potuto buttare fuori, aprire, esternare, far scrosciare, estendersi. La scrittrice fa questo avvalendosi di una lingua limpida, piana, disciplinata, straordinariamente sofisticata ed introspettiva, spesso animata da morbidi colori: (…) “scorgeva Suga ed Etsuko ferme una davanti all’altra, sotto le foglie verdi di una pergola dentellata di viti. L’ombra delle foglie d’uva attraverso cui filtravano i raggi del sole, dava riflessi verdi al candido viso di Suga”, altre volte più audace, volta a descrivere con veemenza i sentimenti, i pensieri, i desideri di questo regno muliebre, castigato e recintato e troppo troppo bramoso di sortire dalle barriere e fiorire, come un bocciolo di ciliegio.

BIBLIOGRAFIA: Fumiko Enchi “Onnazaka”, Safarà editore, 2017.

nella foto Fumiko Enchi

 

 
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Pubblicato da su 13/07/2018 in incontri, letture, recensione

 

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