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prefazione di Marisa Forcina

prefazione di Marisa Forcina

“Il futuro non ci porta nulla, non ci dà nulla; siamo noi che per costruirlo dobbiamo dargli tutto, dargli persino la nostra vita. Ma per dare bisogna possedere e noi non possediamo altra vita, altra linfa che i tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati da noi. Fra tutte le esigenze dell’anima umana nessuna è più vitale di quella del passato”. Simone Weil, I bisogni dell’anima, in La prima radice

Una nuova raccolta di poesie, quella di Nicoletta Nuzzo. Il titolo, forte e chiaro,  richiama esplicitamente quello di un’opera su tela con tecnica mista di Pina Nuzzo. L’immagine  riprodotta in copertina e il titolo del libro sono gli stessi della tela: barocco sotto pelle.

Pina è la sorella maggiore di Nicoletta. Come Pina, Nicoletta si immerge in una riflessione esistenziale utilizzando però la forma letteraria regina, cioè la composizione poetica con sessantatre composizioni, nelle quali è sempre presente, e non poteva essere diversamente, una riflessione che si coniuga con una riflessione socio-politica, nella ricerca della propria identità.

 Ovviamente il primo input che Nicoletta  ci offre è quello dove la ricerca non è estetica ma relativa al proprio vissuto: “barocco è questo pensiero molesto che inesauribile/sventola in me come uncinetto tra andate e ritorni”. La sua vita è ricerca silenziosa di sé e di altro. Infatti in Sotto pelle leggiamo che si vive “il desiderio dolente di nascere ancora e ancora”.

Perché le due sorelle avvertono così forte la potenza simbolica, ma appena percepibile, eppure insistente e continua, proprio come tutto ciò che è sottopelle, di questo richiamo barocco? L’intuizione artistico-figurativa di Pina è la stessa di quella espressa poeticamente da Nicoletta e, per entrambe, certamente non è richiamo ai decori dorati in superficie di imprecisate volute barocche. A pungere sottopelle è quel particolare barocco salentino che entrambe hanno evocato: è lo stesso di tante storie e balconi e strade e piazze salentine,  quel barocco evocato anche da Bodini, ma che qui è differente perché spunta inaspettato dietro l’angolo nel mezzo di un incrocio che è “nido di parole”  più che di strade, e ti raggiunge come un effetto di citazione improvvisato che ti fa sentire spaesata tra i basoli lisci delle piazze assolate salentine, dove chi scava per ritrovare il proprio io, che è fondo pietroso, potremmo dire citando liberamente Nicoletta, trova pietre dure in un alveo “antico e  irriducibile come loro”. Eppure in quel barocco, che resta sottopelle, la pietra leccese delle cattedrali sembra sempre pronta a sfarinarsi come l’anima; lì l’avvenire “non è un volo/ma accade come natura/che si sgretola/e sfiorisce/fino all’intimo primitivo grano,/quello che è caduto tace prima di ricominciare”.

 Il barocco sottopelle di entrambe è insistente nell’anima, come insistente è il richiamo a una soggettività che non nasce dal nulla o da se stessa, ma da un corpo di parole che è culla di una genealogia femminile: “ma se poggio la guancia/sento il caldo di un viscere che non smette di pulsare,/è il desiderio dolente di nascere ancora e ancora,” -scrive Nicoletta- che sa che “solo la parola può avere un corpo meno fragile del mio/per accogliere questo me fuori misura”. Nessuna pretesa di sovranità, nessuna pretesa, per l’una e per l’altra, di poter rappresentare un soggettività autocentrata e unitaria, come una storiografia abusiva ha voluto raccontarci, persino una storiografia femminista; né un’identità plurale come in tante altre grandi narrazioni novecentesche, persino femministe.

Il tessuto dell’io di Pina si lacera per far scorgere viscere preziose, resistenti e trasparenti come merletto, e perciò uniche e anche fragili e luminose e misericordiose, perché, non lo dimentichiamo,  misericordia,  in ebraico e anche in arabo ha la stessa radice semantica di viscere. Questo spazio interno di Pina è lo stesso di quello di Nicoletta. Per entrambe le regole della misura hanno fatto corpo con il proprio essere e, nello stesso tempo, le possibilità date dalla propria autodeterminazione non si sono mai presentate al proprio pensiero o al proprio tratto come un limite alla propria libertà di essere. “O mie smancerie, dice Nicoletta, quanto vorrei non essere adesso così misurata/ma con voi dire sto male di questo e di quello/ma non posso/devo stare di guardia davanti a questa porta” .

Ma, se il  tocco artistico di Pina è immediato e consente di entrare senza mediazioni nell’intenzionalità del suo linguaggio, Nicoletta ci guida con mano a sporgerci sul suo vissuto interiore. E, proprio come nelle indicazioni di Simone Weil, il suo dono è quello di esporre la propria vita perché il futuro possa ancora accadere, anche per noi e non solo per sé. Perché, come constatava Weil, per dare bisogna possedere. E se Pina ha recuperato e possiede tesori materni di fili e colori,  Nicoletta li possiede nelle parole, e sa  che esse costituiscono il suo universo simbolico, e sa pure che con esse potrà possedere la propria vita e guidarci a possedere la nostra.

Entrambe sanno che per nutrire la vita con linfa vitale sono necessari i tesori ereditati dal passato. Sono tesori digeriti, assimilati, sentiti nelle proprie viscere e quindi ricreati. Tesori che sono diventati corpo, che è la sola dimensione che ci consente la conoscenza. Sono tesori, quelli del passato, che, come nella felice espressione di un barocco sottopelle, non sono affatto invasivi o superficiali e, per questo, restano sottopelle.

 Fra i tesori più  vitali per il nostro corpo, che è la nostra anima,  è il senso del passato. Nicoletta Nuzzo fa eco a Simone Weil dicendo che Non passa, il passato: “mi sembra di toccarlo con mano il passato,/mi struggo per la nebbia che ho visto,/per le canzoni che ho cantato,/per il tempo in cui passavo/con pena muta di Legge inesorabile sconosciuta/che mi portava via,/io con la mia voglia impetuosa del frutto/e il dormiveglia del crepitare del seme”. Nicoletta va anche oltre quello che esplicitamente ci dice Weil perché, se il divenire è legge inesorabile, ogni proiettarsi verso il futuro in maniera impetuosa è davvero vano. E, invece, il futuro accade comunque e matura nel dormiveglia della coscienza, come il seme che crepita e si schiude senza impeto, aprendosi quasi come sbadiglio.

 Anche quando afferma “ricordo le mie fughe in avanti di allora/con la voglia di azzerare tutti gli echi”, la sua posizione non è mai chiusa in un pensiero unico che genera asfissia, ma si apre nelle infinite possibilità di altro, come il futuro di un anno che verrà. Leggiamo: “devo difendere anche quello che non è stato/perché è stato il bianco/che mi riposava la mente,/il vero senza peso,/la benedizione del mistero,/il fare dell’attesa,/l’età non ancora nata,/il lapis del ricamo”. Dove la contraddizione diventa superiore ironia di poter continuare ad avere a cuore persino ciò che non è stato. Come il lapis del ricamo, cioè i tanti disegni a matita eseguiti dalla madre per ricami da fare, o da far fare. Ciò che non è stato, come gli errori politici dell’età giovanile: “Ricordo le  mie fughe in avanti di allora/con la voglia di azzerare tutti gli echi/perché non mi fermassero” e quelle che potrebbero sembrare le inutili ripetizioni dell’oggi: “adesso vivo in  un tronco di albero/dove mi moltiplico girando in tondo”. E così la voglia di “un’altra fame benedetta”, metafora di un impegno solitario alla ricerca del proprio sé si presenta in Elina: “adesso sto qui,/i miei nervi hanno riposto gli uncini/e la pelle graffiata si è allentata,/di poco,/perché qui l’angolo è stretto,/basta appena al contorno delle ginocchia”. La contraddizione consentita, come barocco sottopelle, è quella libertà che si mostra come traccia e fili “questi fili del sì e del no/che entrano nel ritmo come disegno,/barocco è questo pensiero molesto che inesauribile/sventola in me come uncinetto tra andate e ritorni,/barocchi sono questi vortici di crema zuccherina/che di voluta in voluta come magnete/mi portano alla raccolta delle tue mani”.

Il barocco sottopelle di Nicoletta Nuzzo, come quello di Pina, è il filo della libertà che si ritma tra i sì e i no della coscienza, orologio di un vissuto inesauribile fatto di andate e ritorni, dove le mani della madre raccolgono e accolgono quei fili di libertà che lei stessa ha saputo con discrezione e attenzione tessere per sé e per le proprie figlie. Una libertà mai ostentata, ma come ricchezza tenuta nascosta, perché l’eleganza non è mai appariscente e, al contrario, è scandita e sobria come il materno lavoro bene fatto, come  lavoro ad uncinetto che sa  entrare e uscire dalle maglie date, per diventare come il ricamo di un’esistenza.

Mi scrive Nicoletta, mandandomi le sue poesie: “[…] dopo Portami negli occhi con i miei archetipi, Grembo con l’oscillazione tra fusione e separazione da mia madre, Amata voce con l’individuazione ma al contempo la solitudine di trovarmi esposta a tutto e a tutti …adesso in “barocco sotto pelle” il mio processo d’identità continua con la lotta tra il sì e il no, estremi che si spera possano diventare ricamo barocco…i fili di questo ricamo esistenziale mi riportano a […]”.

Io sono cresciuta nello stesso paese del sud di Pina e Nicoletta, abbiamo condiviso le stesse strade e le stesse scuole e, per me, leggere i versi di Nicoletta Nuzzo è stato davvero un ritrovarmi e un ritrovarla, un riandare insieme, un essere riportata dalla sua poesia a ritrovare emozioni antiche. La memoria delLe zie a palazzo Gorgoni, dovescivola via dall’anello della gola il tempo,/ oltrepassa le dita e le ciglia,/rimbalza sui vostri gomiti/a mescolare pomodori da fare sugo in bottiglia,/l’avrete guardato anche voi/questo lago di tronchi e  memorie in cui mi fisso,/ci sono anche le vostre vite e i vostri morti/uniche creature che per voi contavano./Dallo stanzone fumigante al negozio/c’era appena la via dell’Orologio/attraversata da noi con abiti corti e pantaloni /che a voi non sapevano di nulla/se non di altro tempo buttato via./In merceria Atena dipinta sulla volta/come voi imperitura/vedeva sfilare almeno tre delle generazioni …”. Anche io sono entrata tante volte in quella merceria dal soffitto dipinto, passando per la via dell’Orologio; lì era possibile trovare magie di bottoni preziosi come gioielli e le “rose di tulle nero” fatte da sua madre che avevano tutta la potenza evocativa delle  poesie di Nicoletta, e che non erano finzione come non sono finzione l’abbandono a una doppiezza esistenziale che caratterizza questi testi. Una doppiezza che non è falsità, ma che è ciò che sa guardare anche l’altra faccia del reale, la realtà nel suo essere doppia, e che per questo è, invece, difficile punto di partenza negli eventi che caratterizzano il pensiero. E’ questo un poco anche il mio barocco sottopelle.

Le poesie di Nicoletta mi hanno fatto rivivere quella cultura-progetto che parte da un recupero della cultura comune e non ha ansie di devastazione per tutto ciò che noi donne abbiamo vissuto, non solo nel Salento. Il tatto è strutturale in questa cultura e in questi vissuti : “ho tenuto a bagno le rose per imbiancarmi di solo profumo.” Così come la dichiarazione  di essere “una tavoletta di argilla piena di scrittura/già prima di nascere”.

La dimensione sociale e politica dei suoi testi  fa sempre  corpo, ancora il corpo come cerniera di conoscenza, con la chiarezza degli scritti e con il loro valore letterario. E se, per togliere “allo strappo delle acque” il potere di chiudere la sua via, si porta da sola “in una pace secca e mortale/ piena di argini per stare nel mio rango”, in  Ah che sarà Nicoletta interpreta il suo vivere come se la madre fosse ancora con lei: “sarà questo mettermi distesa sul letto ad aspettare,/sarà questo rimpicciolirmi nel tempo” e così via con una litania laica della sua esistenza che però costituisce nelle sue “bricioline di essere”, un grammo di vita: “faccio quello che mi piace,/a volte non dimentico il tempo compresso/e non ce la faccio ad essere divisa in due”. Ripercorre così l’antico problema dell’alienazione esistenziale e risolve il problema della consapevolezza di ciò che è sogno e ciò che è realtà in un Dormiveglia, dove Nicoletta esalta il suo rapporto con il mare rispetto al rapporto che gestiamo con altri essere umani: “i doni del mare arrivano sempre,/anche da lontano l’acqua sognata/convoca la spuma sulla pelle,/sento l’urto dell’abbondanza innalzare il respiro,/ portarmi all’affanno,/fidatevi di questa piena/che mi curva smemorata sulle mie gote accese”.

La Donna nuova che lei è si distingue da quella delle generazioni precedenti perché lascia impronte, tracce. Ci solleva dai sensi di colpa rispetto al pulito di mobili perfettamente spolverati che son serviti forse per troppo tempo a evitare le nostre tracce e le nostre impronte. Le impronte di sé sono invece scrittura estranea alle leggi del  patriarcato : “troverai polvere in casa/e lenzuola non stirate/e penserai che non sono una moglie/e una madre perfetta come te/cioè non sono una donna./ Io camminerò svelata/e lascerò impronte insieme alle altre/estranee alla legge del sangue”.

Ed è così che àncora il suo costante rivolgersi  alla meno “estranea” delle donne: la madre. In Madre ti rivedo pone la madre come centro vitale e permanente, proprio nel momento più duro del suo distacco dal mondo: “Il tuo sguardo sulle lenzuola/verso la parete di fronte/e giù fino al pavimento,/così quando il soffrire ti dava tregua,/e il disegno tornava sul tuo viso,/stupito di ristoro e quieto di gratitudine,/ti rivedo e torno a te/mentre passata la mia tempesta,/inerme la mia guancia poggio/nel cantuccio sul palmo della mano”.

Anche il Natale è occasione per sentire il suo vissuto come un evento positivo ed efficace, perché “non c’è frutto di me oggi,/vagabondo nel sotterraneo felino/di distanze spalmate su un corpo rinchiuso,/invoco il silenzio indolore del seme,/il mio muovere sonnambulo intorno al letto dell’infanzia,/in un sonno di canti e lucine di fabbri e pastori del presepe.”  Il nuovo Natale che Nicoletta augura a se stessa e a noi è un nuovo Natale che ci riporti in un vissuto e in un contesto dove sia ancora possibile impegnarsi per un nuovo modello del vivere, fatto di comprensione e intelligenza non astratta, ma che si muove “a pelle”, perciò la sua analisi non è pessimista: in Nido, leggiamo in conclusione: “il tormento che mi strugge quando non capisco,/il vostro segno che ha inciso ed ammantato i nostri corpi inermi,/quel ramo tenero quasi niente quasi tutto che passa di bocca in bocca.” Ancora una volta la poesia mette in discussione la verità: “mia verità non ti si può acchiappare,/non vuoi essere toccata quando ti ramifichi e pensi,/ma neanch’io lo voglio per me”. Si tratta di una attesa che se non è fiduciosa è quasi tranquillizzante, e si rispecchia nelle parole di Come le rose: “voglio essere io/e gioire perché io sono io,/creatura fra le creature,/come la rosa che si schiude/e non si disvela anche senza coprirsi.” Anche se si scopre non è comprensibile e leggibile interiormente da tutti.

In Solitaria scrive della doppiezza del suo essere, ma quale essere umano non vive questa giusta  doppiezza? “mi attraversa una vita nascosta/ed una visibile,/le parole tessono radici/fra le due sponde,/questo tuo modo di dire rapace/scompiglia le pause/ed i miei piccoli passi del somigliare e del differire,/mi pesa la solitudine/ma questo tuo scalciare è fuori da ogni mia misura.”

E ogni volta, anche nelle più brevi composizioni dal linguaggio quasi ermetico, dimostra apertura e alla fecondità umana e culturale: “ascolta mia parola/il mormorio fossile di un corpo reticolo di polline”, dove la parola è corpo, vita feconda e fecondante nel senso culturale, sociale, politico. La stessa voglia di fecondità che è presente in Semi: “mio rametto di parole/trova casa qui da me,/c’è un corpo vagante tra fazzoletti neri e spighe,/ho messo il germoglio sotto il cuscino/ perché la mia testa lo possa scaldare,/ci sono già delle puntine di foglie che si arrampicano sulla pelle”.

Ma la vita in genere e quella sociale, in particolare, creano incomprensioni e rotture. La composizione  Maternale affronta questo tema: “se tu fossi nata da me/sarebbe stato un lutto tutto quel vuoto/e avrei impugnato la corda che ci univa/e così stretta tra la pelle avrei dormito un po’”. In Elettra invita le altre ad avvicinarsi a lei e a contribuire alle iniziative comuni: “arrivatemi in parole,/il nucleo lo puoi tenere in una mano,/per questo si nasconde,/all’aria aperta si dissolve,/ come le cose antiche che si disfano lontane dal loro nascondiglio,/affacciatevi pure alla primavera e arrivatemi in clausura”.

Poi ritorna a cercare il proprio radicamento e in Soffio, scrive: “bisognerà continuare a farsi vivi/anche ossessi di questo perdere la tregua./ Nel ribollire dei nomi cerco la presa,/mi bastano già quei momenti rientranti nella carne./Se mi dici che qualcosa finisce io non ti ascolto,/lo vedo ancora il seme che si rigira nella terra e si sporge,/ci sarà una buona ragione per questo.”

Chiaramente la differenza femminile è nel cuore dell’impegno di Nicoletta Nuzzo.  Leggiamo in Penelope: “Non riesco ad inghiottire secoli di patriarcato/e neanche a centrarmi sulla mia differenza,/e così patisco stadi di estraneità/compatibili con altre estranee come me,/posso prendere la forma di oggetti,/animali,/altre persone,/[…]/Tremo alla vita, è così che germoglio adesso”. L’ironia non manca mai e sdrammatizza il contesto. E  la conclusione è quasi una chiusura metafisica che la riannoda alla vita e alla madre che resta sottopelle anche lei, immancabile presenza come la luna nella notte barocca:  “ai suoi piedi/la rosa di tulle nero degli eleganti resti./ La testa recisa aveva lasciato una cavità,/da lì continuava a vivere/come in una grotta sotto un cielo stellato”.

                                                                 Marisa Forcina, dell’Università di Lecce – filosofa

 

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