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Grembo

grembo

“Grembo”,  Rupe Mutevole  2012,Collana Poesia, introduzione di Antonella Giacon, copertina di Cristina Del Torchio, 

Introduzione di Antonella Giacon

Sul filo delle parole

Incurante dei pericoli aveva deciso di farne il proprio mestiere. Aveva iniziato con una fune a pochi centimetri da terra. Poi a poco a poco era andata sempre più su sia nell’altezza sia nella maestria della sua arte. E così era diventata una delle prime donne funambole.

Salita sulla fune non ne era mai più scesa.”(da Neve di Maxence Fermine)

Che si può dire di ciò che ancora non ha forma né contenuto, ma vive ancora come sogno e promessa, sussulto e premonizione? E’ in questo terreno aspro e infido per la sua fugacità che Nicoletta si è inoltrata questa volta con straordinario sprezzo del pericolo. Per poterlo attraversare i suoi passi hanno avuto la necessità di divenire lievi come le piume e al tempo stesso precisi come un maestro d’arti marziali perché ogni svista avrebbe potuto esserle fatale. Mentre leggevo le poesie che con fiducia e affetto mi ha consegnato non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di una ballerina equilibrista che un passo dopo l’altro cammina su una corda tesa  a una grande altezza. Chi la guarda vorrebbe fermarla, il rischio è troppo grande, ma al tempo stesso desidera che prosegua perché la capacità di compiere indenne il tragitto rappresenta la prova tangibile  della possibilità di superare il limite che la vita fino ad ora è sembrata imporre. Mentre leggevo mi dicevo:” Qui ci vorrebbe qualcuno che capisce di filosofia”, io non sono una filosofa, sono solo una persona che ama la poesia, e con questi soli panni mi sono apprestata ad avvolgere il corpo nudo e mirabilmente indifeso di quest’opera. Questo è il risultato di un dialogo con i versi di Nicoletta che mi  hanno chiamato a parlare.

In questo suo ultimo percorso poetico si sovrappongono diversi piani temporali: il Prima, l’attimo in cui la nascita individuale é meraviglia del continuo farsi dell’universo (Vita nova:”…si mescoleranno/polverine di terra e di polline/per trovare un odore, un colore/che mi somigli…”), questo Prima aureo dove si era interi, indivisi (Argine:“…Ero senza differenze/con i margini ancora teneri...”) e il Dopo, desiderato con gioia, pieno dell’energia dell’eterno ritorno della vita (La tuffatrice:“ farò il salto/e sarà qualcosa di non ancora spiegato/il respiro ardito di chi cresce/la lingua muta di chi torna.”).Questo Dopo, oltre che promessa è tradimento. E’ un tradimento talmente grande che fatica perfino ad essere nominato. La parola Madre  viene  raramente pronunciata, tanto  è potente che essa compare quasi solo come assenza; la nascita, la separazione dal Suo Corpo è un delitto che si espia per una vita intera attraverso il tentativo più volte fallito di ricercare un proprio confine che per forza di cose necessita per un tempo incalcolabile l’espulsione di tutto ciò che La riguarda (Radici:“ Ho risparmiato/sul sonno/poi sul mangiare/sul pulire/sul vivere con gli altri/sulle possibilità/per avere abbastanza forza/da non essere te…”) e ancora

(Ritratto:“ io volevo accadere da sola/troppo sola/adesso non so quando fiorire/e quando lasciar cadere…”). Il prezzo del distanziamento è altissimo e il primo effetto è la paura, una paura sorda, infida, pervasiva (Ossessione:“ vivo dentro una fine infinita/la paura è di casa/ambiziosa/con i suoi rituali barocchi,/astuta/mi ricatta con le benedizioni da un male imminente,/…”). E questo distanziamento non significa identità, ma si rivela sospensione dolorosa (Sono la soglia stremata: “…non posso dirmi unita non posso dirmi divisa/sono ai bordi di una cicatrice ancora accesa”). Insieme al Prima e al Dopo è fortemente presente l’Adesso, a volte come nostalgia di qualcosa di cui si è fugacemente fatta esperienza, potremmo chiamarlo un Prima-Adesso (Preghiera:“ Vorrei un attimo lungo,/mite/senza nessuna rincorsa tra passato e futuro,/un attimo sciolto su di me come acqua disarmata/che canta solo me/io acqua soffice/mi porterò davanti ai corpi che se ne vanno/per implorare la fine dell’addio e l’inizio del ritorno/subito”) e a volte come qualcosa che miracolosamente accade, Ora, in questo preciso istante. L’Adesso-Ora  può quindi diventare la fragile linea che collega il Prima e il Dopo (Sospesa: Conosco una vita immortale/che c’era già/senza età/dove gli attimi sono immobili/come ricordi/che stanno lì/puoi dormire come un sasso e svegliarti/e stanno lì…”).

Il passare del tempo è un elemento fortemente presente e il suo trascorrere assume una dimensione materiale. C’è un tempo che si può toccare, sentire, odorare, incorporare e c’è un tempo che non si riesce a fare proprio, che scivola estraneo e inconsistente e proprio per questo provoca sofferenza. Non è il suo trascorrere che fa male, ma il vuoto del suo esistere di per se stesso, come entità sfuggente, che rifiuta il dialogo e la vicinanza (Attesa:”…aspetta aspetta non è tempo/e se dopo il tempo non arriva/e se poi arriva e passa subito/senza che io l’abbia tenuto contro il mio fianco abbastanza/per sentire che per sempre è entrato nel mio me invisibile,/senza che io l’abbia salutato pensato/toccato abbastanza per l’addio senza ritorno.”). Le tecniche di sopravvivenza di fronte al vuoto e all’incertezza che provoca una percezione del tempo non quantificabile, quasi un’essenza liquida che si allarga e si restringe irragionevolmente, sono molteplici. Ci si nasconde (Stanza:” Oggi è qui che voglio stare/dentro quest’angolo piccolissimo/la contrazione mi assottiglia/ed io m’indurisco/fino a diventare un minerale pronto al ritorno.”), ci si rispecchia nelle cose conosciute, cercando in esse sicurezza, rendendoci conto all’improvviso che il pericolo è rappresentato proprio dal loro essere parte della nostra esperienza, del nostro ricordare (Il catalogo delle cose:”…Le cose a farsi hanno sbavature che non si possono aggiustare,/vanno in disordine/ma soprattutto entrano sotto pelle e lasciano lividi.”), si disegnano limiti visibili e invisibili nella propria vita quotidiana che diventano anche i percorsi con i quali si ritraccia continuamente la strada di casa (Trieste:“ Mi mette pensiero /prendere un passo/un treno/e lasciare le ore d’aria della mia stanza/dove di interno in interno/si snoda la vita disincarnata/del giorno che volli,…”). Mentre scrivo mi rendo conto sempre più in profondità che Nicoletta sta disegnando la mappa dell’esperienza di spaesamento che molte di noi hanno vissuto e vivono. Laddove non si possono più ricalcare le orme della Madre, laddove si è saltato a piè pari oltre il fosso della ripetizione di un ruolo scolpito come destino, il mondo diviene un luogo pericoloso. Rimane solo ciò che non si è, almeno all’apparenza, perché ciò che si è non possiede ancora parola.

Ecco quindi come la scrittura diventa il nuovo grembo, e indica la possibilità di una rinascita. Definirsi, trovare un limite, riconoscersi. Ecco le parole utero che difendono e salvano, che creano un alveo nel quale è possibile tracciare una nuova identità. Questa ricerca ha i suoi pericoli, l’abbiamo detto più volte, non a caso due poesie sono dedicate a due grandi scrittrici che hanno avuto tragiche fini, Virginia Woolf e Sylvia Plath e che pure hanno tracciato una strada  rendendo possibile per altre un proprio percorso di salvezza attraverso la parola (A Sylvia Plath:”…c’è una lingua che si commuove e sa di sale,/ci sono forme di vita nella scrittura che sottraggono dolore”). E’ a partire da qui che non solo la Madre personale, ma tutte le Madri possono essere riscattate, ricostituendo una  gugliata per volta il ricamo dell’appartenenza in cui è il femminile che trova spazio anche nelle più labili tracce del proprio essere nel mondo (Donna etrusca:” davanti a me il pettine che ha raccolto i tuoi capelli,/la spilla che ha fermato la tua veste,/gli orecchini che hanno visto il tuo viso,/mentre piove su questi tetti di Perugia/sento lo stesso crogiolo nel ventre/che ci ha dato l’età e il nome,…”).

Ecco dunque che Nicoletta ci lascia facendo intravedere una possibilità, una porta aperta su un’esperienza ancora tutta da vivere, oltre che da raccontare, due azioni, il vivere e il raccontare, che per lei, in questo tragitto che ha deciso di condividere con noi, felicemente  coincidono (Grembo:” sono uscita dal seme/e mi sono riposta subito/accanto alla scorza/per non dimenticare l’inizio,/dal davanzale alla stanza il passo è stato chiaro/avevo lasciato le mie tracce nel caso di un ritorno,/ero uno stelo non più racchiuso ma appena fiorito,/il fiato non era più sospeso,/l’ora era tiepida. Forse sto vivendo.”).

 

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